VI RACCONTO UNA FOLA, LA VITA DI UNA VOLTA, ANZI DI IERI

c’era una volta, così inizia la nostra fola (favola), una famiglia che si alzava all’alba per procurarsi il cibo, per procurarsi con vari lavoretti manuali i pochi spiccioli che servivano per acquistare le cose che servivano giornalmente, che cercava e vendeva i funghi e le castagne per comprarsi le scarpe, un paio ogni anno, poi venivano passate agli altri componenti la famiglia, le scarpe le indossava solo il padre e il figlio più grande, la domenica, gli altri avevano gli zoccoli.

Le pentole erano poche, di coccio soprattutto e un paiolo di rame sempre sul fuoco acceso pronto per fare la polenta a mezzogiorno e la polenta la sera, se si consumava col fuoco c’era lo stagnino che girava i paesi, ci metteva una toppa, non c’erano i soldi per uno nuovo.
Un piatto a testa, fondo, di solito una ciotola, le posate contate, una a testa, spesso di ottone, prima erano anche di legno fatte in casa, il padre usciva per andare nei campi con dietro i suoi dodici figli, i figli erano una benedizione, aiutavano nei campi, il più grande guardava e insegnava al secondo, il secondo al terzo e così via, si lavorava e si faceva scuola di vita.
La mamma dopo aver dato colazione alla famiglia accudiva al bestiame, levava gli escrementi dalla stalla e li tirava nella concimaia, accudiva polli, conigli, maiali, mucche, le mungeva e faceva il formaggio, poi cucinava per tutti, ma la polenta la faceva il nonno che oramai non andava più nei campi ma aveva ancora i suoi compiti.

Il pranzo era fatto di polenta con un companatico poche volte di carne al sugo, mai di pesce, le patate avevano un ruolo primario nel companatico, come i fagioli, i piselli, la bietola, ma soprattutto le erbe di campo dominavano la cucina, dalle zuppe alle verdure lessate, i contorni non c’erano, era tutto un tegame di vari ingredienti.

Il pesce non c’era, era raro cucinare le trote o i pesci pescati nel torrente o nel fiume, non c’era tempo per farlo, più facile era un’aringa o un salacchino arrostiti poi legati per la testa e appesi ad un chiodo su un trave, spenzolati al centro della tavola dove ogniuno prendeva una fetta di polenta gialla e la strusciava sul salato del pesce, i fortunati, di solito i più piccoli, avevano per premio la testa.

Nella stanza più fredda c’era una botte o uno scrigno che custodiva la farina di castagne, ben pressata che non prendesse aria, si mangiava con gli ossi sotto sale e lessati, si facevano le frittelle, i necci con ricotta o salumi, di rado i dolci.

La pasta era rigorosamente fatta in casa, fresca di giornata, con le uova o senza, si portava il grano al molino, si riportava il grano macinato, cioè la farina ancora da setacciare.

Col setaccio fine veniva una farina per i dolci e per la farina di castagne, poi c’era il medio per una pasta delicata e quello più grosso per una pasta rustica, per i taglierini con i fagioli.

La farina setacciata era per la pasta, la semola di scarto per il pastone dei polli impastato con acqua se si mettevano assieme gli avanzi di cucina, bucce di patate, di mele, torsoli, scarti di verdure si aggiungeva il siero del formaggio fatto al mattino ed era la “broda” per il maiale, ricominciava il ciclo della vita, non si buttava niente di niente.

A mezzogiorno i piedi sotto il tavolino, un pasto abbondante e veloce, spesso ci si alzava da sedere con un tozzo di pane in mano e un pezzo di cacio e si tornava nel campo, a buio si tornava per la cena, a lume di una candela, poi negli anni di una lampadina in mezzo alla stanza.

Si tornava a casa ogniuno con un fascio di legna raccolta nel bosco, con i frutti che aveva dato la terra, che mangeranno domani.

Finita la cena si andava a veglio da un’altra famiglia, il più anziano raccontava le storie che giravano per i paesi, gli altri spippolavano il granturco o sgranavano i fagioli, finito da una famiglia si andava da un’altra e da un’altra ancora, si socializzava, nascevano gli amori, ci si aiutava l’un l’altro, poi a una certa ora a letto, con il saccone di foglie di castagno per materasso, una coperta pesa e ghiaccia che non ha mai scaldato nessuno, con i lenzuoli ruvidi che ti grattavano la schiena, di canapa, col freddo naturale della stagione, il riscaldamento era solo il camino in cucina.

La nostra fola è volutamente stata breve, per non appesantirvi nella lettura, ma badate bene che non sono cose lontane, io le ho vissute in parte, ma le ho viste nelle famiglie di campagna e dei miei nonni fino a poco tempo fa, anzi conosco una famiglia che ancora vive cosi, naturalmente ha anche qualche agio moderno, ma ancora si alza all’alba e va a letto al tramonto e vive di quello che produce, vende i funghi per comprasìrsi le scarpe come succedevano una volta e vende le castagne e sono felici.

Per un verso forse era meglio, o forse era peggio, di sicuro era una vita senza stress, nella foto si vede una cucina di una volta, è la cucina del Museo del Castagno, a Colognora di Pescaglia, somiglia moltissimo a quella dei miei nonni, è visitabile il sabato e la domenica per informazioni guardate sul sito del museo.
FONTE EZIO LUCCHESI

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