Un’emigrazione “inconsueta”… Quando in Garfagnana si partiva per la Sardegna

fonte paolo marzi storico locale

Mare stupendo, spiagge selvagge, sole cocente, movida sfrenata…

No, la Sardegna non ha rappresentato sempre questo. Prima del “Billionaire”, prima di Porto Cervo, la Sardegna era sudore e fatica e la gente che partiva dal cosiddetto “continente” non partiva purtroppo per spensierate vacanze, ma per lavorare. Sembrerà alquanto strano ed anomalo ma ai tempi delle grandi emigrazioni non si partiva solo per le lontane Americhe o per gli esotici stati sudamericani, si emigrava anche all’interno dell’Italia, spostandosi da una regione all’altra. Naturalmente questo fenomeno non sarà inconsueto negli anni del secondo dopo guerra, quando dal sud Italia si emigrava verso le regioni industrializzate del nord. Sicuramente  rimane però insolito del perchè anche dalla Garfagnana si emigrava in Sardegna, regione se si vuole (all’apparenza) “povera” come lo era la Garfagnana al tempo.
Per spiegare al meglio il caso risaliamo all’origine di tale perchè, un perchè che parte prima della venuta di Cristo e da quelle fonti egizie che chiamavano la Sardegna “l’isola del grande verde“. Un

luogo denso di vegetazione, foreste, boschi, che con il trascorrere dei millenni fu drasticamente rasato del suo verde. Ogni popolo che metteva piede su quest’isola distruggeva un po’ di queste selve: Fenici, Cartaginesi e Romani abbatterono le foreste per far spazio alle piantagioni di grano e bruciarono i monti per stanare i nemici. Ma il peggio doveva venire e l’apoteosi giunse quando i Piemontesi (o meglio i Savoia) presero possesso dell’isola. Nel 1740, appena vent’anni dopo l’inizio del dominio savoiardo, il re Carlo Emanuele III aveva già distribuito a destra e a manca concessioni varie per il diritto di sfruttare le miniere con relativo permesso di prelevare nelle circostanti zone il carbone e la legna per le fonderie. Lo scempio continuò imperterrito fino al 1861. Nel 1861, con l’Unità d’Italia la partita si chiuse definitivamente, con lo sviluppo industriale la richiesta di combustibile si era fatta più pressante e perentoria. Con il regno di Umberto I fu impressa una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, lo stato

Italiano fra il 1863 e il 1910 autorizzò la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’incredibile estensione di 586.000 ettari… un quarto dell’intera superficie sarda… e per fare questo c’era bisogno di uomini, di forza lavoro, di gente dedita alla fatica e non bastavano i soli sardi e chi meglio allora dei “vicini” toscani? E ancora meglio, chi della gente di Garfagnana? Da sempre gente avvezza alla fatica e al duro mestiere del carbonaio e del boscaiolo?
“I toscani lavoravano di buona lena. Si udivano le loro voci allegre e forti mentre le schegge bianche sprizzavano, diffondendo l’odore del legno fresco. I toscani erano attenti, precisi e gli alberi cadevano tra una carbonaia e l’altra, e poi venivano sfrondati, trascinati via, segati e spaccati con i cunei e le mazze”. Lo scrittore Giuseppe Dessì nel suo libro “Paese d’ombre” descriveva così il lavoro dei toscani, una mansione che questi uomini erano abituati a fare da secoli e secoli, ma questa volta l’ambientazione per loro fu decisamente diversa, l’attività si svolgeva nei boschi della Sardegna. “Quegli uomini dalla faccia rubiconda e dalla voce sonora” (così come li descriveva lo stesso Dessì)provenienti dalla Garfagnana, a differenza di altri garfagnini emigrati in altre

nazioni venivano in Sardegna attuando un emigrazione di tipo stagionale, di solito questa periodo di tempo andava da novembre a giugno, quando la nostra terra non dava nessun frutto per la sopravvivenza della famiglia. Questi uomini sarebbero poi tornati in Garfagnana in estate nel momento dei raccolti del grano, del granturco e sopratutto delle castagne. Sicuramente a casa propria nella fase invernale sarebbe rimasto qualcuno di famiglia a preparare la terra per la buona stagione.
“L‘emigrazione deve attribuirsi alla soverchia della popolazione di fronte alla poca quantità del terreno coltivabile, il quale non può dar lavoro o sussistenza che per pochi mesi l’anno. Quasi tutti gli emigranti sono poveri, e posseggono una cattiva casa ed un poco di terra coperta da castagni a cui hanno grande affezione”, così il prefetto descriveva perfettamente il fenomeno dell’emigrazione garfagnina in Sardegna. Rimaneva comunque il fatto che la vita per il povero garfagnino anche in Sardegna sarebbe rimasta tribolata, questo tipo di emigrazione infatti (a differenza di quella americana) non era alla ricerca (proprio perchè stagionale)di un’evoluzione stabile sociale e lavorativa dell’individuo, qui più ore si lavorava e più si guadagnavano soldi, a sfruttare questa situazione erano sopratutto due ditte che assumevano questi

garfagnini per un lavoro durissimo. C’era quindi la “Carradori” che si era aggiudicata 2000 ettari di superficie boschiva nella Sardegna sud orientale e la “Quilici” che aveva appalti nel comune di Baunei (Nuoro). Gli infortuni sul lavoro erano purtroppo all’ordine del giorno, ma non solo, con il tempo si potevano contrarre patologie professionali all’apparato respiratorio, anche la vita sociale era limitatissima, si viveva nei boschi, in alloggi improvvisati, sprovvisti di qualsiasi comodità, il contatto umano era solo con gli altri carbonai e la mancanza di casa così si faceva sentire ancora più forte, difatti Adolfo Mazzanti di Gallicano ricordava: “In Sardegna dormivo dentro un sacco con cimetti di leccio, avevo caldo, ma c’erano anche le pulci. Dai, dai, a grattarmi, alla mattina loro erano piene, io dovevo alzarmi. E il leccio mi bucava con le punte dei cimetti. Dormivo con i miei compagni del carbone in una baracca coperta di carta catramata e per le gocce dell’acqua quando pioveva ci si metteva sotto un pentolino. Il vento rompeva la carta. La porta era una fascina. Si faceva legna e carbone. Nove stagioni in Sardegna. Alle quattro la mattina la sveglia. Alle otto colazione, lardo sardo

carbonaie

arrostito con il pane” . Anche la natura si dimostrava certe volte avversa, non bastava lottare strenuamente con condizioni di vita pessime: “Nella foresta Taccu Addai dove lavoravano centinaia di uomini sotto la ditta Quliici, due operai muoiono uccisi da un fulmine”, così “L’Unione Sarda”. A ciò si aggiungevano gli incendi, facilmente originati dal fuoco incontrollato delle carbonaie. Insomma, una pagina di storia dell’emigrazione quasi dimenticata, chi non dimenticò mai furono coloro che questa esperienza la vissero sulle proprie spalle: “Io sono andato in Sardegna nel 1938 e nel 1939. Ci ho fatto due campagne. Si partiva a novembre e si tornava a giugno, per San Pietro. Noi si scollettava il carbone, poi c’erano i carbonai che lo facevano e gli scariolanti che lo portava con il carro tirato dai buoi. Noi scollettini gli si facevano anche le strade, dove era più comoda la foresta. Così si risparmiava di portarlo noi. S’attaccava la mattina con le stelle e la sera con la luna, con la ditta Berti Mosè e figli. I carbonai erano quasi tutti pistoiesi. Era faticosa, la mattina e la sera in quelle piazze! Anche 100 balle di carbone per ogni piazza s’imballava in quelle foreste vergini, con quei lecci grossi. E se c’era da scollettarle c’era da pigliarle tutte in collo e portarle sulla strada dove c’erano i carri. Le balle più pese era 110-120 chili e non erano poi tanto pese, in altre ditte erano anche 140 chili. Però in quella ditta non c’era mai tregua, i carri andavano e venivano. Invece in altre ditte partivano la mattina, andavano su e alle nove avevano finto di caricà i carri e

prendevano la zappa e andavano a concià la strada centrale e fino alla mattina dopo non riprendevano. Noi invece non si finiva mai, però davano 50 lire in più al mese ed erano tante!…Però sortivano gli ossi! Venni a casa la mattina di San Pietro, quando la mì moglie mi lavò mi tirava via dalla schiena la pelle callosa…“, così narrò Elio Biagi di Gallicano… Alla faccia del “Billionaire”.

Bibliografia

  • “Stasera venite a vejo Terè?” Le veglie della Garfagnana. Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell’identità e della memoria 2007  

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