Un’antica e vera storia garfagnina: inquisizione, tesori, maghi e… un maledetto capitano

Chi da bambino non ha mai sognato di trovare un tesoro nascosto,
sepolto magari da qualche pirata o da un avventuriero di passaggio? Fantasie degne dei romanzi di Emilio Salgari o delle imprese del Corsaro Nero. Storie che hanno rappresentato per tutte le generazioni di ragazzi e ragazzetti un’irresistibile attrazione. Che dire poi di quell’avvincente mappa del tesoro? Simboli e parole indecifrabili che ancor di più stimolavano la creatività. Ma quelle che potevano sembrare le fantasie di bambini dotati di fervida immaginazione, per qualcun altro la cosa si poteva presentare ben più seria, tanto da scomodare forze occulte e misteriose. Questo accadeva veramente nella Garfagnana del XVII secolo, quando un personaggio d’alto lignaggio, per ritrovare il tesoro nascosto del padre affidò le ricerche a maghi e fattucchieri vari… Ma ben presto l’inesorabile scure della Santa Inquisizione di Modena non tardò ad abbattersi sui loschi protagonisti di questa fantasmagorica ed incredibile vicenda. Ma prima di addentrarsi nei fatti è giusto fare un doveroso preambolo, per far capire meglio al caro lettore gli avvenimenti di quel lontano 1668. Bisogna infatti fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio dai suddetti misfatti e andare a quel 1586 quando Papa Sisto V emanò la bolla “Coeli et Terrae“. Con questa bolla il Santo Padre operò una vera e propria rivoluzione

Papa Sisto V

sociale, non bastava più dare la caccia alla streghe. Nonostante il moltiplicarsi dei roghi in tutta Europa la guerra alla blasfemia si affinò, allargando la cerchia degli eretici agli astrologi, ai superstiziosi e ai trasgressori del riposo festivo, ma non solo a loro, con tale lettera papale si cercò soprattutto di colpire, e anche in maniera piuttosto energica, la magia rinascimentale, ossia la cosiddetta “magia dotta”, fino a quel momento se si vuole tollerata. Ma cos’era questa “magia dotta”? A praticare la magia dotta(che a differenza di quella popolare di competenza femminile, era una specializzazione prettamente maschile) erano gli stessi prelati, i medici, gli avvocati e tutta la classe delle professioni in genere, che facevano uso di libri di formule magiche come “La Spada di Mos“(per la cura delle malattie), e “La Chiave di Salomone” (per trovare tesori nascosti). Spesso questi tomi circolavano nei paesi e nelle città in maniera clandestina, addirittura talvolta questi libri venivano trascritti a mano e ciò era dovuto soprattutto non tanto alla difficoltà di ottenere copie edite, ma bensì quello che spaventava di più era la paura di incorrere nell’accusa di possesso di materiale proibito. Rimaneva il fatto che per ottenere l’efficacia delle formule inserite nei libri bisognava che queste stesse pagine fossero riprodotte usando penne e carte consacrate dal mago di turno. Insomma per farla breve tale magia era usata principalmente per trovar tesori, pertanto se le classiche streghe si affidavano ad una tradizione orale, i sapienti vantavano un metodo “scientifico” e usavano nei loro riti tutte le

Chiave di Salomone

risorse di loro conoscenza (alchimia, chimica e così via…). Quello che è sicuro che talvolta la bramosia di ricchezza e di prosperità di questi individui era ben superiore a qualsiasi altra paura, vorrei infatti rammentare a quei pochi che non se lo ricorderanno che le carceri di Regina Coeli in confronto a quelli dell’Inquisizione del XVII secolo erano un hotel a cinque stelle, perciò una volta scoperti  dovevano subire la condanna alla scomunica, sottoporsi “alle pene salutari” che consistevano a un lungo periodo di pane e acqua, alla quotidiana recita del rosario per mesi o anni (secondo la colpa commessa) e alla preghiera quotidiana (per cinque volte) del Padre Nostro davanti a un’immagine sacra, nonchè alla prigione e alla letali torture. Tutto perchè il potere di questi dotti maghi derivava esclusivamente dal demonio in persona. A tal proposito le vicende garfagnine del lontano 1668 che andremo a raccontare ricalcano perfettamente quanto finora è stato scritto. Questi singolari avvenimenti nostrani tornarono alla ribalta e all’interesse di tutti nel 2012, quando il professor Manuele Bellonzi pubblicò il suo bel libro “Il Castellano delle Verrucole”. Dall’Archivio di Stato di Modena l’esimio studioso portò alla luce le carte processuali del Santo Uffizio di Modena che parlavano di un certo Francesco Accorsini di Puglianella, capitano militare e comandante dell’inespugnabile Fortezza delle Verrucole accusato di “superstizione qualificata”,

Fortezza delle Verrucole

atta a trovare con l’aiuto dello spiritismo quelle monete d’oro a suo tempo nascoste dal defunto Ser Marco, padre del presunto colpevole. Del protagonista della nostra storia sappiamo ben poco, sappiamo che nacque in quel di Puglianella (Camporgiano), nel massiccio palazzo di famiglia (detto il castello), nel 1646 e che sposò Donna Chiara Micotti, facente parte anch’ella di una delle famiglie di notabili di Camporgiano. Gli Accorsini appartenevano a un antica progenie garfagnina, probabilmente originaria di San Donnino (Piazza al Serchio), di essa forse il più noto esponente fu tale Bartolomeo, primario medico a Ravenna agli inizi del 1600 e personaggio fortemente stimato dal Vallisneri. Da parte sua Francesco si dedicò fin da giovane alla carriera militare nell’esercito estense, ottenendo prima i gradi di tenente e successivamente quelli di capitano, questa nomina lo portò ad assumere il comando della Fortezza delle Verrucole (San Romano)e poi, a fine carriera, quella di Mont’Alfonso (Castelnuovo). Aveva ventidue anni il capitano Accorsini nei giorni in cui accadde il misfatto, fu Don Andrea Baldi a fare luce su strani accadimenti che coinvolgevano, a quanto pare, in un rituale magico perfino un bambino di 11-12 anni circa. Il parroco seppur in attesa di esercitare la funzione di delegato dell’inquisizione si dimostrò da subito particolarmente

Puglianella foto Amalaspezia.eu

attento a raccogliere testimonianze su quanto di strano succedeva in paese. Il tutto era infatti legato ad un altro processo svoltosi a Castelnuovo e poi concluso con un nulla di fatto. Fra gli imputati di questo processo c’erano personaggi di ogni risma… tale Conte Federico di Villanova, parigino, domiciliato a Lupinaia (Fosciandora), don Sebastiano Satti, Cristofano Danzi maestro di scuola a Pieve Fosciana, il caporal Giovanni e suo fratello Domenico Sabatini di Chiozza, servitori del (presunto) nobile parigino. Il Villanova infatti possedeva un libro manoscritto dal quale era sicuro di poter trarre istruzione per ritrovar tesori, il libro era intitolato “Cornelio Agrippa con aggiunta di secreti di Pietro Abano”. Il creduto tesoro si immaginava fosse nella canonica del paese di Roccalberti, per cui il 18 aprile 1668, qui si ritrovarono i sopra menzionati, dopo che, per giorni si era proceduto ad un’opera di purificazione che lo stesso conte fece su di sè:“Prima si cominciò ad osservare per nove giorni continui la castità, poscia dentro nove giorni mi confessai e comunicai due volte, e fra tanto in questi nove giorni digiunai tre giorni continui in pane e vino, cibandomi solamente una volta il giorno“. In quel giorno il rito continuò ponendo sotto la tovaglia dell’altare la spada rituale ed il pentacolo sul quale vi erano scritti e riportati simboli magici riconducibili al sigillo di Salomone. Il rettore Satti non partecipò al rito, il parroco lasciò la chiesa in mano agli altri figuri e dopo aver fornito a loro il sacro abbigliamento sacerdotale se ne andò a

pescare e poi si rifugiò nella casa del nostro capitano Francesco Accorsini. Fattostà che tutto il complesso cerimoniale non riuscì: “a tutti gli scongiuri fatti non avevamo visto che un ragnio (n.d.r: ragno)entrare in una apertura e il tutto si è risoluto in riso” . Detto fatto, finita tale messinscena tutta la schiera di loschi figuri si trasferì per la notte a casa dell’Accorsini per mettersi al suo servizio in quanto lo sapevano interessato a ritrovare il tesoro nascosto dal padre. A quanto pare il capitano non era nuovo a un simile tentativo di ricerca, circa un mese prima dei fatti vi fu in casa del militare una seduta spiritica fatta da fattucchiere locali, da testimonianze processuali si parlava di certe zingare, ritenute streghe, che in quella casa avrebbero fatto delle magie. Ma un altro teste parlò di fatti ben più gravi, nel tentato ritrovamento del tesoro di Ser Marco era stato coinvolto un innocente bimbetto del posto. Il fanciulletto (di nome Antonio) era stato chiamato dal capitano stesso mentre era a scuola. In tali accadimenti, è giusto dire, non fu coinvolto però il bizzarro Conte Villanova, poichè l’Accorsini non ebbe pazienza di aspettarlo e perciò furono convocati per il rituale il caporale Giovannini da Granaiola e Giuseppe Niccolai d’Anchiano “che sapevano fare l’alchimia” e ahimè, l’inconsapevole bambino. Il piccolo Antonio era infatti indispensabile al mago per la riuscita della magia, serviva proprio un “putto vergine” necessario per invocare gli spiriti. Interrogato poi dal tribunale del Sant’Uffizio il bambino rivelò il perchè ad un

Tribunale del Santo Uffizio

primo interrogatorio non osò proferire parola: “Quello homini lucchesi che erano il caporale Giovannini da Granaiola e quel altro suo compagno mi dissero che non dicessi niente perchè mi haverebbero dato. Io non volsi dire cosa alcuna perchè havevo paura“. Per il resto, sempre dalle parole del giovinetto continua l’incredibile storia dove si raccontò che il mago di turno fu il Giuseppe Niccolai, fu costui che in un rito propiziatorio costituito in una mistura di “raschiatura di capelli” e  d’olio d’oliva unse la mano destra del piccolo: “…mi disse poi alcune parole nel una e nel altra orecchia che io non intesi e poi me mise una candela di ferro (???) accesa fra le dita, mi disse che guardassi nella palma della mano e li dicesse cosa vedessi“. Il povero piccolo Antonio venne così catapultato suo malgrado in un’esperienza sconvolgente dovuta all’ingenuità dell’età e alla giustificata impressionabilità del momento, tuttavia agli atti rimase il racconto di ciò che vide:“…io li dissi che vedevo deli homini me venevano nella mano… il detto giovine lucchese (n.d.r: il Niccolai)mi disse che domandassi ad uno di quelli se era ancor venuto sua Maestà”. Sempre su richiesta del ragazzetto venne detto agli uomini li presenti nella visione di portare al sovrano (individuato come capo)  “la sedia e la corona reale e da mettere sotto i piedi una Bibia Sacra”. Il racconto continuò dopo che il cosiddetto “sovrano” giurò di dire la verità in merito a quello che gli avrebbe chiesto “il putto“: “…mi faccia vedere qui in questa mano quella stanza dove sono i denari nascosti e io vidi nella mia mano una camera con dentro due letti e io dissi: vostra Maestà facci venire fuori quei denari e vidi dui che lavoravano con un palo in mano…io dissi a quelli che lavoravano di fare presto, vi comando in virtù della mia verginità e del Nostro Creatore e che fate presto a metter fuori i denari e così vidi nella mano che votarono quel lavezzo e chi vi erano delli denari gialli e bianchi e poi comandai che ritornassero i denari e il

lavezzo dove erano prima”. Il Capitano Accorsini a quel punto ordinò al bambino di ritornare a casa e di ripresentarsi la mattina dopo al palazzo. Il giorno seguente il rito continuò nella camera dei due letti: “quando quelli homini che erano nella mia mano lavoravano per tirar fuori il lavezzo come avevano fatto il giorno avanti, il caporale Giovannini andava toccando la muraglia con uno stiletto, mi disse che li sapessi dire il luogo dove lavoravano e quando il caporale con il detto stiletto fu arrivato al luogo con la mia mano dissi che lavoravano ivi et allora si fermarono et io andai a fare li fatti miei”. Ecco,  è allora che a questo punto della storia un altro personaggio entrò a far parte di essa, era tal Lorenzo Angeli maniscalco di Sillano, che trovandosi anch’esso nella casa dell’Accorsini ed avendo sentito voci che raccontavano di un tesoro nascosto volle farsi raccontare direttamente come erano andate le cose e così narrò:“rompirono la muraglia dove haveva detto quella voce in luogo dove già altre volte vi era stato un finestrino e che nel aprir questo e veder la tavoletta che vi era per tener saldo detto finestrino il capitano stete alegro persuandosi d’haver ritrovato i denari, ma che in fatto non ritrovarono cosa alcuna e che il diavolo era bugiardo”. Il capitano Francesco Accorsini oramai inchiodato alle sue responsabilità a sua difesa presentò la sua giovane età (22 anni), il fatto di essere

incensurato e una sorta di “fede-certificato”, ossia un documento di cristianità conclamata, rilasciata da un penitenziere (n.d.r: sacerdote presente nelle cattedrali nominato direttamente dal vescovo) di Reggio Emilia, per di più si tentò la richiesta di grazia. Niente di tutto questo servì per evitare il severo carcere dell’Inquisizione che lo condannerà a più di un anno di reclusione, un fatto questo che segnerà il militare garfagnino per tutta la vita. Infatti negli anni a seguire le sue vicende non saranno ricordate per le sue imprese militari, ma bensì per le sue imprese criminali. Una volta subita la giustizia secolare del Santo Uffizio, dei suoi crimini si occupò la giustizia ordinaria modenese. Erano trascorsi ormai venti anni dai suddetti fatti e il capitano la sua vita l’aveva continuata fra sotterfugi e angherie varie, nel tempo furono molte le colpe di cui fu  imputato: concubinaggio (“Il Castellano Accorsini non abita mai con la moglie e vive in continuo concubinato con una vedova detta Maria nipote del sergente da Verrucole, dalla quale ha figliuoli,“), ma non solo questo, il suo comportamento era alla pari di quello di un padre- padrone del luogo. Non mancò infatti di far malmenare preti, militari e persone normali, ordinare delitti (non compiuti), intrallazzare in loschi affari realizzando di fatto alleanze sia familiari, oltre che politiche, civili e religiose, cercando in questo modo di speculare sui conti pubblici, si arrivò perfino a dire che la sua “patente” di castellano fosse stata negoziata, falsificando gli atti anagrafici dichiarandosi così cittadino di Reggio Emilia, insomma come si testimoniò nei processi a suo carico: “egli perseguita tutti quelli che non obbediscono ai suoi capricci”. Francesco Accorsini finirà così ancora una volta imprigionato nelle carceri di Modena, era il 1688. Per il resto sappiamo che la sua ultima lettera scritta risale al 1691 e che da li a poco morì. Con ogni probabilità per lui si

aprirono le porte di quell’inferno, dove sicuramente avrebbe trovato il suo amico più fidato: il diavolo…

FONTE PALO MARZI STORICO LOCALE

 

Bibliografia

  • “Il Castellano delle Verrucole. Storie e misteri della Garfagnana del seicento” di Manuele Bellonzi, edito Garfagnana editrice, anno 2013

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