ERA IL PANE DI TUTTI (terza parte)
La camera da letto dei nostri nonni era composta da un letto di legno, molto rustico, con sponde alte all’interno delle quali prendeva posto il “saccon” un sacco pieno di foglie secche di granturco, sopra dei lenzuoli grezzi di canapa che erano peggio della carta vetrata e per far caldo il “coltrone” una sorta di coperta fatta a sacco riempita di lana, pesante come un macigno ma che di caldo ne faceva poco, il riscaldamento non c’era, nel letto si metteva il “prete” un trabiccolo di legno a cui veniva attaccato lo scaldino un piccolo recipiente di coccio o di ferro con dentro le braci dell’unico fuoco che c’era, il focolare di cucina.
Nel “cigliere” che era una stanza da sgombero si teneva a volte lo scrigno della farina, la pila in pietra dove il lardo era tenuto a prendere sale e aromi, i salumi, la vanga, il maron o zappa, il rastrello di legno fatto in casa, la forca per il letame, il siguretto o sigurcello o l’ascia, ma anche la legna da ardere.
Il “comodo” (il gabinetto) era fuori molto spesso lontano dalla casa, si facevano i bisogni alla turca, accucciati sopra un buco che poi veniva chiuso con un pezzo di legno col manico per spostarlo, con una cisterna dove andavano i bisogni (la tomba) e da dove venivano prelevati con un recipiente in primavera per concimare i campi.
La sera la veglia era d’obbligo, una sera a casa di una famiglia, una sera da un’altra, a turno, si ascoltava gesta passate, le fole, le storie, a questo proposito mio nonno era chiamato spesso a raccontare le storie nelle case e il suo nome l’ho trovato scritto nei libri che raccontano le storie della vecchia Garfagnana.
Altra abitudine era il Rosario, si prendeva una corona e il capo famiglia lo recitava assieme ai familiari e agli amici della veglia, poi si mangiava la vinata in inverno, una polenta molto morbida fatta con farina di castagne e vino del posto, aspro tanto che a volte si doveva mettere un pò di zucchero nel piatto quando si mangiava, metteva molto caldo, poi tutti a letto.
Durante la veglia e mentre il capofamiglia raccontava, le donne facevano la maglia, ricucivano i “calzetti” i calzini, filavano la lana, rammendavano le vesti che dovevano durare ancora per almeno un’altro anno.
Le maglie a pelle, i calzini e a volte le coperte erano di lana di pecora, la maglia di lana si portava anche d’estate perché assorbiva il sudore e non si prendevano malattie, gli zoccoli ai piedi, a volte comprati, spesso fatti in casa sul modello di altri, se si rompeva la parte di cuoio si rifaceva nuova, grezza, non c’erano i calzolai.
Le scarpe di cuoio solo per le feste grandi, spesso ce n’era un solo paio, acquistate con la vendita dei funghi, della farina di castagne e delle castagne, il capofamiglia le poteva portare se le aveva, poi il figlio più grande se erano di misura giusta o comunque indossate a turno dai figli maschi, le donne avevano delle scarpette basse, senza tacco, anche per loro le portava la madre poi via via una figlia.
L’acqua si prendeva alle sorgenti, con la “secchia” un recipiente di rame che le donne portavano in testa con il “coroglio o cercine” un asciugamano ritorto, ma anche con otri di pelle o zucche svuotate, si recuperava anche l’acqua piovana in un pozzo o in una botte, serviva per lavarsi o per il bestiame, quest’ultimo veniva portato ogni giorno a pascolare e a bere alle sorgenti.
La domenica tutti alla messa, si mettevano in mostra gli zoccoli nuovi, o la camicia appena cucita, sempre che se ne avesse la possibilità, se il raccolto era stato buono, se la vendita di funghi e castagne era stata profiqua, la messa era sempre cantata, iniziava con un canto, un inno alla Madonna, le donne stavano sedute di solito di fronte all’altare, gli uomini spesso dietro, comunque sempre separati, tutti andavano, suolo malati e infermi erano esentati.
Era una vita di lavoro, pochi svaghi e ci si accontentava di niente, a volte una fisarmonica, la domenica pomeriggio, allietava il paese e faceva incontrare i ragazzi e le ragazze, ma era uno svago breve, le bestie andavano accudite e prima che facesse buio si tornava alla realtà di tutti i giorni.
Finisce qui il nostro racconto di un’epoca passata, per non perdere la memoria, un racconto molto veloce fatto di piccoli ricordi che a molti riporterà alla memoria i propri nonni, ad altri forse l’incredulità di un mondo impossibile da vivere, eppure queste cose sono accadute fino al 1950, non molto tempo fà.
FONTE EZIO LUCCHESI

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