VITA DI ANASTASIO JACOMINI, PASTORE NELL’ALPE DI PRUNO DELLA VERSILIA, NARRATA CON LE SUE STESSE PAROLE  (seconda parte)

« La roba altrui non arricchisce, e io non la posso aver sull’anima. Mi ci son trovo a veder gente impoverita a un tratto, che parea avessero ogni ben di Dio: e perché? perché quel che aveano non era suo. Mi rammento io d’un avaraccio, che andò a finir male male: la roba valeva cara a quel dì, e lui presta a questo, presta a quello, se la fe’ poi rendere trenta più : dicevano che avea levato il sangue a poveri. Oh che vuole ? ebbe a morire della disperazione; ma forse allora Dio gli avrà toccato il cuore. I poveri son cristiani anco loro e vogliono esser trattati da cristiani; e chi gli tratta male, mal ne ha; di qui non si scampa.

E non mi è toccato di veder un ricco divento povero per le gran limosine; più dava e più gliene veniva della roba. Dio, si vede, che gliene mandava per rifarlo di quello avea speso pe poveri. L’ho sentito dir tante volte al Priore di Terinca; – Fate la carità, fate la carità, c’è Dio che ve ne renderà merito. Nostro Signore l’è nato povero e volle morir povero, e i poveri gli avea sempre con seco. – Gran uomo di Dio ch’era il prior di Terinca l l’avesse conosciuto! non aveva viscere che pe’ poveri. Incontrò una tal volta un poveraccio che non avea du’ cenci indosso; oh! che non gli diede la su’ cappa? Ma bisognava sentirlo a predicare, che voce era quella! forte forte, che si facea intendere anco a sordi: la gente in chiesa piangevano come il dì del Giudizio. Un giorno venne a dire, e non m’è uscito più di memoria: – C’è del malanni, li vedete eh ? – Anche troppo li vediamo. – Sì davvero? ma e dovreste saperlo: è Dio che vuol questo castigo: sempre peccati, e sempre peccati, e che non s’ha a stancare la sua pazienza? Aspetta oggi, aspetta domani, l’un dì tira l’altro, e voi vi turate gli orecchi per non sentire. – Le dico, che predicava proprio bene; parea un Vangelo. Per questi paesi correan tutti dietro a lui, bastava solo che entrasse in una chiesa. Del bene n’ha fatto dimolto, badi: è morto, sarà più di trent’anni, ma lo piangono tavia, lo piangono. Me ne rammento io, altro che me ne rammento! suonavo il violino; suonavo a uso di ballo. E quando mi prese una forte malattia, quel buon Priore mi disse, me l’ero meritata, perchè andavo a suonare la veglia. Ruppi il violino, e non volli saperne altro; non ci applicai più la mano. »

« Oh senta che gliela vo’ dir bella! non la crederà, ma è così, così giusto, come la dico. Da giovinotto m’avea pigliato l’estro di voler suonare il violino: ma vattelo a pesca dove trovarlo!

I’ mi son messo a farne uno di canna: incollai tre cannoni (grosse canne), due più corti che facessero il bugio e uno più avanzato da reggerlo colla mano. L’ho tirato alla grossa, ma tanto la figura del violino la faceva. Avevo accomodato per bene le su corde e principiai a sgricciolare con l’archetto, e ne uscivano de suoni che nen parea vero: anco l’accordature rispondevan bene. Sempre coll’archetto in mano e dàgli dàgli a sgricciolar sulle corde, finchè non veniva il suono che m’ero immaginato: e sì che me ne veniva de’ belli! Chi non mi sentiva, non sapea farsene capace, non ci credevano una maladetta. La gente dicenno: – Nastagio ha fatto un violino. – Sì di sicuro, ebbene? – Lasciatecelo vedere? via, sentiamolo. – E m’addiedi che mi volean canzonare. Aspettate che vi vo’ canzonar io, dicevo fra me, e misi subito mano a farmi un altro violino più a modo. Ne lavorai uno di castagno, che non mi diceva al verso: ne stillai tante, e poi da ultimo mi son provato a metter su un violino col fondo di ceraso e il coperchio di tiglio. E tutto a forza di coltello lo tagliai al sottile tanto, che parea fosse uscito di bottega: aveva proprio il garbo del violino. Ma come si fa ad accordare le corde? Capitò un bravo maestro che mi disse, bisognava tirare il cantino tanto, che s’accordi colla seconda e poi coll’altre due, mano a mano. Me l’accordò lui la prima volta; mi disse: – Sentite, se non canta meglio. – M’entrò l’accordatura in testa, e n’avessi sentito de suoni li rifacevo tutti. Suonavo a ballo, suonavo il maggio, suonavo all’inserenate, ogni cosa. Come restai salvo di quella malattia, non lo volli più ritoccare in alcuna maniera. »

« Mi sono ammalato nel portare un peso; sentivo che era grave, ma non mi vinceva; avevo le spalle buone e mi pareva potessi reggerlo. Ma quando l’ebbi posato, principiò a sentirmi un piede: “ di lì a pochi giorni, eccoti una febbracia che mi volle portar via: restai tre mesi quasi che morto; si dimena quel bastone ? (e mentre parlava, lo gittò in terra), lo stesso era io. Altro che un po’ pochino la testa, non dimenavo più nè braccia nè gambe, nulla. Con dell’ortica arrabbiata mi sfregonarono per due giorni, non ci fu modo che mi risentissi : ma poi che mi son risentito, dal dolore non aveo più riposo nè giorno nè notte: e parea che mi schizzassero via le ossa, colpo a colpo me le sentivo schiacciare; non fei che mugliare come fossi sotto il maglio. Non mi spiccate le braccia! ahi, ahi! Madonna santissima! era un gridio continuo. Nulla mi faceva buono: – Non ti arrotare, che la forza non ti riviene, mi diceva il dottore. Per tramutarmi, bisognava che mettessi le mani in terra; sia per i miei peccati, ma quel che m’è toccato soffrire, non c’è parola. Ancora i nervi mi si risentono a questa gamba: s’è raccorciata e mi regge male. Ma tanto lavorare, lavoro, e m’ingegno a più non posso. A smettere di lavorare, mi parrebbe gnianco d’esser vivo. »

« E mi son dato poi a suonar l’organo. Oh che vuole ? A Pruno era morto il suonatore dell’organo; il Pievano un giorno venne da me: – Nastagio, mi disse, ti darebbe l’animo d’imparare a suonar l’organo? – E perché no? gli risposi; se c’è chi me l’insegni: la mente mi pare che l’avrei, ma ci voglion le mani; e come si muovono senza una guida? Se ci avessi uno strumento per praticarmi, tanto mi ci vorrei ingegnare, – Allora mi prestò un cimbalo, ma appena m’ebbe insegnato le note, lo rivolle perché era il suo spasso. Per pochi giorni lo tenni: i suoni m’era già riuscito d’accordarli, ma la mano era sempre ‘mpacciata, non correva ancor lesta. – E tant’è : hai a suonar l’organo, mi dicevano le genti, Nastagio l’hai a suonare. – Risposi: – Fate in prima conciar l’organo, e poi si vedrà se la mano mi vorrà bastare. – Quand’ebbono concio l’organo, volevan ch’io lo suonassi a ogni modo. In Volegno c’era resto un vecchio che ne sapeva qualcosa: bene o male lo sonacchiava. Andai insieme con lui a suonar l’organo; mi son messo a tastarlo come tante volte aveo visto fare all’organista, e mi rispondeva per l’appunto. E allora che avevo già svegliato l’organo, mi fei una tastiera di legno, per essere più franco delle mani. Sfranchito ch’io fui, il lavoro lo facevo e mi veniva sicuro il colpo del tasto. Co’ piedi non m’era mai provato, e mi son fatto dire com’io gli avessi a muovere. Una volta che m’avessero detto una cosa, m’entrava subito, e non si dubiti che i piedi li sapevo misurar bene. Ma non voleo far ridere la gente; mettermi a suonar l’organo in chiesa, si figuri !

E la gente intanto non finivano di darmi noia. – Se n’avete la volontà, la suonata viene, andiamo, Nastagio, venite, avete a montare sull’organo. –Montare, monterò; ma suonarlo! io non mi ci arrischio Mi ci tiraron su a forza, e come fui in sull’organo, voglia o no, è bisognato suonarlo; e non mi voltavo indietro per non veder la gente spanciarsi dalle risa. I preti s’avviavano a cantare, ed io, mano ad accompagnarli col suono. Il canto, se l’avevo perso l’andavo a cercare a orecchio, ma tanto restavo incagliato col piedi. In testa l’avevo il suono, ma vattelo a investire il lavoro (delle mani e de piedi) che porta quel suono ! non sapevo trovare il verso. Come Dio volle, me la sono sbrogliata. Tutti dicenno: – Bravo Nastagio, bravo, lo devi suonar sempre, lo devi suonare. »

« Sono andato a prendere un po’ di regola da un maestro di Stazzema; dopo otto giorni che m’ero avviato a far qualche suonata, mi disse: – Provate un po’ questa (delle suonate) se la sapete rinvestire: mi ci provo e mi vien preciso preciso: allora non credette insegnarmi più altro. Il resto fei tutto da me, e mi toccava di lavorare a tentoni col piede e colle mani, perché duravo fatica a maneggiare i pedali dell’organo. Mi studiavo di accompagnare il suono alla voce de cantori, e battevo sodo come non avessi mai fatto altro mestiere. Ma ve n’è, che cantano a urlo di lupo, e chi li tien dietro? bisogna lasciarli andare alto quanto vogliono. Se la voce si reggeva, mi reggevo anch’io: a volte la perdevo, e buona notte. Tutto sta a pigliar bene le cadenze, l’intonatura, diciamo: la variazione dei tuoni, l’imparai dal maestro. Delle volte l’organo suona a una voce e il prete canta a quell’altra, e uno resta confuso che non sa più dove ricercare la voce: e come se n’esce? L’accordatura è il più difficile. Mi son trovato a non saper dove m’avessi a pigliar l’intonazione e tiravo avanti di filo, chi mi seguitava e chi no. Tanto con un po’di pratica suonavo tutto quel che si faceva nella chiesa, messe, vespri; mi garbava dimolto suonar l’organo. Lo suonai per trent’anni e più, fin che me ne venni a stare in Capriglia. Al violino non avevo tanta passione come all’organo: quelle suonate l’ho sempre nell’idea: se mi ci mettessi, le rifarei, bene che abbia smesse, or è tre anni. Già l’ho detto, imparata una cosa, non m’esce più : non faccio per dire, ma la testa Dio me l’aveva data buona. »

«Un lavoro basta ch’i’ l’avessi guardato un po’, mi dava l’animo di rifarlo. Se posso da me, non cerco lavori degli altri: le mani Dio non ce l’ha date per nulla. Legnaiolo per uso di casa non lo richiesi mai: la sesta e la pialla la sapevo maneggiare, e mi son fatto del cassoni, usci, telari per le finestre, ogni cosa. Muracchiare sapevo, e mi son prestato anche a de’ muratori: le arti mi facevano filo tutte. C’era de maestri ch’avevan fatto del filatoi di nuova forma; un contadino mi si raccomanda: – Se vai a Pietrasanta, fa di comperarmi un filatoio di quelli nuovi, già s’intende. Eccoti dieci lire, se il puoi avere e non più. – Fui a trovare un maestro, che me ne fe veder uno di quel filatoi: gli domandai quanto ne volesse: – Quindici lire, mi rispose. Gliene volli dar sole dieci, mi disse ch’eran corte; e io presto a casa. Avevo guardato ben bene com’era formato quel filatoio, e di botto me ne fei i modelli precisi: pareva lo avessi davanti. Poi dissi a un fabbro ch’io conoscevo : – M’avete a fare i ferri per un filatoio, e ve ne lascio il modello. – Aspetta un giorno, aspetta l’altro, vidi non si concludeva nulla. Ebbene gli farò io; mi ci sono ingegnato, e il filatoio m’è riuscito, come l’avevo visto ; non sarà tanto bello, ma lavora come gli altri, mi serve lo stesso. C’è la sua forcella per tramettervi il filo, perchè faccia l’infusatura unita. La ruota poi, sfido io a farla meglio, e come gira! Si fa girare per forza del piede, mentre colle mani s’attende a dargli il filo. In un giorno se ne dipana quanto non fanno dieci donne: chi ha arte, ha parte, e si ricatta da per tutto. »

(continua…)

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