VITA DI ANASTASIO JACOMINI PARTE QUARTA

« La Madonna me la son sempre figurata tanto bella, bella come la vedo ancora. Perché, a dirgliela, mi par d’averla veduta una volta ch’io ero alle legna, quasi nel mezzo d’una selva. Sarà un sogno, dicono, ma lo vedo lei? ebbene, né più né meno mi parea di veder quella bella faccia. Tanto splendore aveva, che non si potea mirare: m’addormentai, e se non era della gente che mi vennero a svegliare, sarei stato lì tutta la notte. Mi par sempre d’averla lì lì innanzi agli occhi: che bellezza! Dio mio, che bellezza! già è la Regina del Paradiso, è finito il discorso. Anco una volta mi ci provai a mettere quella figura nel marmo; volevo fare una Madonna giusto come mi era comparita: non m’è stato possibile. Pare che la mano non ne potesse più: lasciai di tirare avanti, e m’è restata appena in bozzo. Se la vuol vedere, aspetti che gliela riporto; vo’ e torno. Miri, è una statuina abbozzata, ma la figura tanto vien già fuori con la sua bella corona. Dacché venni a stare in Capriglia, sempre volevo finirla, ma come si fa con tante faccende? Lassù eravamo in un podere, che ci si campava stentato; il grano consisteva in poco, le castagne il padrone non ce le dava che a un terzo, l’altra roba era una piccolezza. A mezzo novembre le faccende eran finite, bastava governare il bestiame; ma quaggiù non si quieta mai, grano, uva, castagne, ulive son lavori, che quando s’attacca, non c’è rimedio; s’ha da finirli. Poi qui il marmo, chi lo vuole, bisogna pagarlo, e non c’è la spesa a lavorarlo. Ma quando stavo su l’Alpe, se volevo un pezzo di marmo, andavo dal signor Simi e mi diceva: – Quepezzi che vanno giù per la Corchia, se ti fan filo, pigliali pure. – Per verità, il marmo l’ho trovo sempre, l’ho trovato. »

« Un giorno ne presi un bel pezzo; sarà stato una larghezza d’ un braccio, alto anco più, perché mi girava pel capo di fare un quadretto un po’a modo. Mi c’era messo in sul punto, e gli dirò come: sotto Pruno c’è un canale, che l’attraversa un ponte, e sulle murelle del ponte c’era una Marginetta. Capita ch’io passai di là con un mio cugino, e mi disse: – Vedi che brutto quadro ? me l’hai a rifare; ma intendi bene, voglio che sia un po’ po’: qui c’è un passaggio continuo. Vorrei che tu mi facessi una Concezione, e che ci fosse anco SanNiccola e Sant’Antonio. – Mi son messo alla prova, e fei una Bambina colle mani accoppiate, una ghirlanda di dodici stelle, la mezza luna sotto i piedi e il serpente. Da piedi una nuvola vi ho messo, perchè la Madonna la vidi sempre a quella maniera in dei quadri. San Niccola si vedeva col suo bel piviale addosso e il pastorale in mano, la berretta da vescovo, tutto per bene. E dall’altra parte c’era Sant’Antonio col bastone e il campanellino. Tutte insieme quelle figure non l’ebbi viste mai, e l’ho congegnate a modo mio, che parea stesser bene insieme. Anco de maestri l’ebbono a lodare quel quadro, dicenno: – Ha a venire un altro a stampare queste figure nel marmo, non è capace di tanto. »

Anco lavorai un Sant’Antonio spicco (statuina intera), vestito a frate: stava su dritto, e gli volli far le mani, che pareva le dimenasse da predicatore. Lo regalai a un mio zio, che m’avea preso a benvolere sin da piccino. Era de Francescani: ogni volta che riveniva a casa, qualche cosarellina me la portava. Son poveri anche loro, proprio non poteva di più: se no, un po’ di mano me l’avrebbe data a tirar su que’ figliuoli. Anni a rieto il mi’ Poldo l’andò a trovare in convento, e gli fece tante feste: lo volle a desinar con seco, gli ebbe pagato le spese del viaggio e si rammentò anco di me. Mi lasciò detto, lavorassi pure, che il pane non mi mancherebbe; e se mi venisse a mancare, ci penserebbe lui: era buono, buono di vero; gli è morto, sarà tre anni, e lo piango ancora, lo piango. Volle che gli facessi una Madonna col Bambino in braccio, gliela fei; la Madonna avea un braccio steso e coll’altro teneva al petto il bambino. Vedesse il manto, che lavoro! tutto smerlato. La testa mi venne finita finita, e colla scrinatura de’ capelli che cascavano a ciocche. La corona gliela riporta, perchè il marmo era troppo basso. Mi venne l’idea di farla a quella maniera, perché me n’ebbono mostrata una che mi garbava molto. In visione l’avevo sempre, e mi riuscì fatta come mi diceva la mente. È poi rimasta in casa del pievano di Farnocchia, e la tien riguardata sotto cristallo. Ma la più bella, se l’ho a dir io, era una Madonna degli Angioli. M’è costata del giorni di lavoro, ma non volevo gli mancasse nulla. Una bella corona sulla testa della Madonna, il suo bel manto, l’anello al dito, ch’avesse l’aria di una regina. Stava come in trono e gli Angioli lo portavano; lo reggevano, che bisognava vedere. Me la comperò il signor Leonetti: volle ch’io gliene facessi il prezzo. – È un sacco di farina – risposi. Me lo mandò di botto, senza fiatare. Della gente ce n’andarono a vedere quella Madonna! però lui la fece mettere sulla porta della sua casa. Se ci passa del cristiani, si fanno il segno di croce; e dicono l’Ave Maria; l’è una divozione, chi la vede. Tante Madonne n’ho dovuto fare per questo o per quello. M’avea preso la passione di lavorare, e avanza tempo, non riposavo mai colle mani. A lavorare non sento fatica: se non era il coltello, avevo in mano la zappa, e mangiavo di gusto. A mestar sempre la terra, lo fa venir il mordente, non si dubiti: chi lavora non ha tanti capricci. Abbiamo il dettato: lavorar di voglia è un cavavoglie. Intorno un pezzo di marmo, m’avrei rifinito le ossa. »

«Lasciai di lavorare perché mi s’era ammalata la donna, e dovevo assisterla io; poveretta! s’era srenita. N’andò in istruggimento, che parea la morte. Mi moriva il cuore a vederla patir tanto: mio Dio! come si fa a vivere con questi dolori? Confinata in un letto, e non trovar requie né dì né notte: come aitarla? Pregavo che il Signore me la volesse lasciare: mi son votato, che avrei fatto un bel quadretto per la chiesa. Per grazia di Dio, mi tornò sana come di prima. Allora presi un grosso pezzo di marmo, lo ridussi a quadretto e tirai fuora un Cristo sopra la Croce, tutto a punta di coltello. Poi la Madonna abbracciata con la Croce, capelli pendoloni, passionata, e Marta e Maddalena con le lagrime sugli occhi. Avevo visto un quadro sopra il letto d’un mio vicino, e lo volli fare compagno, salvo che la Madonna mi pareva mi fosse venuta più rifinita. Al Cristo fei la corona di spine: conciai un torchio ad anellino, e vi ho ficcato entro delle puntelline, tanto che pigliasse quella figura (d’una corona di spine). Dal dolore della testa, la faccia si ritirava, perchè le spine la doveano pugnere forte. Presi l’idea da un quadretto della Via Crucis. N’ho veduti de cristiani a piangere davanti a quelle faccie patite. Il quadro è sul colle Aiapoli: fu messo in una cappelletta apposta; al tempo che ci vanno le Rogazioni, vi fan la posata. Questo fu l’ultimo de’ miei lavori, perché la famiglia era cresciuta, e lassù il pane era scarso: si penava a campare. »  

« Qui le faccende non finiscono mai, e sì che siamo sei braccia sempre al lavoro! È torno in casa un mio figliuolo, che volse andare a servire: glielo dicevo sempre: Figliuol mio, libertà di casa sua, e poi più. Ma non c’è stato verso a fargliela intendere: volle toccar con mano, e si è scottato. Ne rivenne via presto presto, avale mi trovo qui con tutta la famiglia, salvo il secondo de’ figliuoli, che prese donna e restò a Pruno: ha fatto casa da sé. Mi fe’ scrivere che si trova poco contento: ma contento al mondo non c’è nimo; quel contento era senza camicia. Non la sa la storia? gliela dirò io. Un gran signore, che non ne avea mai trovo uno de contenti al mondo, girò tanto, se ne trovasse qualcuno. E gira gira, s’imbatté in un poveraccio, ignudo come l’avea fatto su ma’ e se la dormiva allegramente, aggiaccato sotto un albero. Gli s’accosta e lo sveglia: Che fate qui voi quell’ometto? che avete? mi pare siate tanto tribolato? – No veh, rispose, che sto tanto bene! contento come me, non c’è altro. – E perché? – Perché non ho da pensare a nimo, se ho un pezzo di pane, me lo mangio, se non l’ho, un po’ di limosina me la danno. E poi c’è Quello di lassù che ci pensa; e con questo mi consolo, che se tribolo, non son solo. – Avea la sua ragione; ho sempre veduto così al mondo; basta contentarsi di quel che Dio manda, e chi si contenta, gode. La Provvidenza non ci ha da essere pe’ poveri? Tengo memoria di quel ch’è passato, e si conosce quel che può avvenire: la ruota gira al verso che Dio vuole, e poi torna a girare come vuol Lui: non c’è caso, bisogna star soggetti alla sua volontà. Basta non far male al mondo, e aver la pace dell’anima. »

« Del male ch’io sappia, non ne ho fatto ad alcuno: roba d’altri in casa mia non c’è mai entrata: me la son guadagnata sempre co miei bravi sudori. E le so dire che delle sudate ne ho fatte in vita mia! Avale, senza bastone non mi reggo: mi s’è accorciata una gamba, ma tanto, se un vuole ingegnarsi, lavori se ne fanno. Mi riescono fatti come agli altri, un po’ più tardi, è vero, ma che si fa? un po’ più, un po’ meno, dice lo stesso. Son vecchio, più di là che di qua dai sessanta, e mi tiro su su, sbarco il lunario meglio che non facevo a Pruno. Era uno struggimento lavorar tanto e vedersi mancare il pane, e senza un gocciolo di vino! Qui un po’ di vino si raccatta, e se non fosse la maluria, se ne potrebbe fors’anco vendere per le spese. In casa la pace si gode: il mi’ Poldo ha sposato una del nostro paese, una buona ragazza; e suocera e nuora van d’accordo. C’è il timor di Dio: le divozioni le diciamo insieme, alla chiesa non si manca mai; e se la morte vuol venire, venga, pur che Dio ci pigli in buon punto. Per me ho sempre veduto, che chi lavora, e del bene ne fa quanto può, campare, campa, e non va a finir male. Iddio c’è per tutti. »

(Capriglia, luglio 1863)

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