Storia di Lucca – Quarta puntata

Abbiamo già detto che la chiesa di San Martino era meta di pellegrini che coglievano l’occasione per offrire oblazioni alla Cappella del Volto Santo.

Ludovico Muratori ha scritto: ligneam figuram in cruce pendentis Lucenses in majori templo summa veneratione custodiunt, per quam divini Salvatoris veram effigiem referri vetus fama tradit”.

Il popolo lucchese teneva in somma venerazione il crocifisso ligneo alto quasi due metri e mezzo che aveva antica reputazione di rappresentare le vere fattezze di Gesù. Non a caso le monete coniate a Lucca nel secolo X hanno una faccia che ritrae il Volto Santo.

Nei secoli IX e X il crocifisso, che in base ad esami di datazione radiometrica effettuati recentemente risale agli ultimi decenni del secolo VIII, era custodito in Lucca presso una piccola chiesa, nominata Ecclesia Domini et Salvatoris,posta innanzi alla porta della cattedrale di San Martino. Un sacerdote, che acquisiva il titolo di rettore, aveva la responsabilità della sua custodia ed amministrava le donazioni ricevute dai fedeli.

La piccola chiesa venne distrutta nei primi decenni del X secolo e il Volto Santo venne collocato nella cattedrale di San Martino.

Bartolomeo Beverini riferisce nei suoi annali che il crocifisso venne traslato da Luni a Lucca nell’anno 782: “si quidem an. DCCXXXII, qui fuit victoriae Longobardorum octavus, Pipini regni secundus, Allonem Lucae imperasse, in nostris monumentis reperior, qui annus lucensi populo S. Vultus adventu memorabilis fuit”.

In quel tempo tra la popolazione di Luni e Lucca era nata una disputa riguardo a chi avesse titolo per la custodia della sacra effigie: “inter Lucenses et Lunenses contentio coepit fieri, quis tanto munere potior haberetur”.

Il vescovo lucchese Giovanni risolse la questione. Venne offerta alla diocesi di Luni un’ampolla di vetro, che si diceva contenesse il sangue di Gesù Cristo, ottenendo in cambio il crocifisso ligneo.

Scrisse il diacono Leboino: “Johannes episcopus ampullam vitream Christi pretioso sanguine refertam, quam ibidem reperit, Lunensi episcopo benigna caritate concessit, et pretiosum Vultum ad suam urbem cum gloria portavit”(Historia Vultus Sancti de Luca).

Nel 1484 venne completata ad opera di Matteo Civitali la cappella nella quale ancora oggi il Volto Santo viene custodito. Secondo Bartolomeo Fioriti “crescendo sempre più colla divozione dei popoli concittadini e forestieri, la copia delle pie oblazioni… fu fabbricata una particolare Cappella, separata dal muro laterale ed accostata quasi al mezzo della chiesa”.  

Verso la fine del 1835 i lucchesi, nella convinzione che il Volto Santo aveva dato protezione alla città in occasione dell’epidemia di colera scoppiata in quell’anno, decisero di rendere grazie offrendo al crocifisso una lampada d’oro che sarebbe rimasta sempre accesa.

Un gruppo di promotori, che presero nome di “Deputati per la lampada al Volto Santo”, sollecitarono una pubblica raccolta di denaro, che alla fine arrivò alla notevole somma di 48.000 lire, permettendo il finanziamento della realizzazione di una lampada d’oro del peso di 24 libbre.

Il manufatto venne forgiato sul disegno risultato vincitore di un apposito concorso. Una commissione costituita presso la pontificia accademia di San Luca giudicò meritevole il progetto dell’architetto Giuseppe Pardini. L’opera venne quindi eseguita dall’orafo Carlo Landi.

Il 10 settembre 1836 si tenne una solenne cerimonia nel corso della quale la preziosa lampada venne offerta al Volto Santo.

Nel corso dei secoli si era radicata presso il popolo la convinzione che nel momento di bisogno una sincera vocazione al Volto Santo avrebbe soccorso il supplicante, che successivamente rendeva grazie lasciando un ex voto presso il crocifisso ligneo.

Celebre è il caso di Giovanni, appartenente alla diocesi atrebatense. Nel 1334 Giovanni venne accusato dell’omicidio avvenuto nel territorio di Pietralunga. Branca de’ Branci, signore del luogo, e i giudici Francesco e Vanni condannarono Giovanni, nonostante i deboli indizi.

Lo stesso Branca, in una posteriore missiva al vescovo di Lucca, ammetteva che “…quamvis et diceret et clamaret coram omnibus se insontem …  fecimus duris quaestionibus et tormentis”.

Giovanni venne torturato, nonostante si proclamasse innocente, ed ammise una colpa che non aveva. Pertanto “fuit poena capitali damnatus”.

Giovanni non venne però decapitato. Al momento dell’esecuzione, l’uomo fece voto di recarsi presso il Volto Santo se avesse scampato la morte.

La mannaia, come se avesse colpito una pietra, non riuscì a tagliare il collo di Giovanni.

Scrisse Branca nella lettera al vescovo di Lucca “cuspis mannariae tamquam si percusset lapidem est obtusa”.

Il miracolo non poteva lasciare dubbi sull’innocenza di Giovanni, che fu riportato davanti alla corte perché a lui fosse restituita la libertà.

Hoc itaque viso patenti miraculo, ii qui aderant stupefacti eundem Joannem incolumem ad nostram praesentiam reduxerunt… ac nos eum restituimus liberati”.  

La mannaia che non tagliò il collo di Giovanni venne chiusa in una grata e appesa ad un pilastro vicino al Volto Santo, con una iscrizione che riportasse alla memoria dei fedeli il prodigioso avvenimento.

BIBLIOGRAFIA

 

Antonio Nicolao Cianelli, Dissertazioni sopra la storia lucchese

AA.VV. , Memorie e documenti per servire alla storia di Lucca

Francesco Inghirami, Storia della Toscana

Antonio Mazzarosa, Storia di Lucca

Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana

Federico Vincenzo di Poggio, Saggio di storia ecclesiastica del vescovato e chiesa di Lucca

Share