ALCUNE NOTE SU VICENDE STORICHE CHE HANNO INTERESSATO SERAVEZZA – TERZA PUNTATA

Seravezza passò sotto la giurisdizione del vicariato lucchese di Pietrasanta.

Seguì un periodo caratterizzato dal fiorire di attività economiche, tra cui diverse ferriere. Emanuele Repetti in particolare ricorda quella situata in prossimità della Chiesa della SS. Annunziata, le cui vestigia erano ancora esistenti al tempo in cui lo storico scriveva il suo “Dizionario geografico fisico storico della Toscana”.

Passarono gli anni. Ancora una volta la comunità di Seravezza venne colpita da  vicende militari che trovavano ragione nei complessi intrecci politici delle Signorie italiane.

Nel 1429 Firenze, finita la guerra con Milano, si rivolse contro Lucca il cui Signore, Paolo Guinigi, era stato alleato dei milanesi.

Le truppe fiorentine, comandate da Astorre Gianni e Rinaldo degli Albizzi, vennero inviate in Versilia. La vicenda è ricordata nelle “Istorie fiorentine” diNiccolò Machiavelli: “deputorono commissari Astorre Gianni e messer Rinaldo degli Albizzi, e con Niccolò Fortebraccio di avere da lui le terre aveva prese, e che seguisse la impresa come soldato nostro, convennono. I commissari, arrivati con lo esercito nel paese di Lucca, divisono quello; e Astorre si distese per il piano, verso Camaiore e Pietrasanta, e messer Rinaldo se ne andò verso i monti… È una valle propinqua a Pietrasanta, chiamata Seravezza, ricca e piena di habitatori, i quali, sentendo la venuta del Commissario, se gli feciono incontro, e lo pregorono gli accettasse per fedeli servidori del popolo fiorentino. Mostrò Astorre di accettare le offerte; di poi fece occupare alle sue genti tutti i passi e luoghi forti della valle, e fece ragunare gli uomini nel principale tempio loro; e di poi gli prese tutti prigioni, e alle sue genti fe’ saccheggiare e destruggere tutto il paese, con esemplo crudele e avaro, non perdonando a luoghi pii, né a donne, così vergini come maritate”.

Machiavelli scrive di Seravezza “ricca e piena di habitatori”, che trova conferma nella “Historia de’ fatti, e guerre de’ Sanesi” di Orlando Malavolti: “mandarono loro Commessari Astorre Gianni, e M. Rinaldo degli Albizi con l’esercito, i quali havendoselo diviso tra loro, saccheggiarono tutto il contado di Lucca, e havendo Astorre (sotto la fede) messa in preda, e arovina la valle ricchissima di Seravezza con molte crudeltà usate ne gli huomini, nelle donne, e ne’ luoghi pij…

Machiavelli scrive che diversi abitanti di Seravezza si recarono a Firenze per denunciare i gravi fatti accaduti ai Dieci di Balia, organo del Comune di Firenze che curava la direzione delle operazioni militari: “de’ Seravezzesi alcuni, che dalle mani del Commissario s’erano fuggiti, corsono a Firenze, e per ogni strada e ad ogni uomo narravano le miserie loro; di modo che, confortati da molti desiderosi che si punisse il Commissario, o come malvagiouomo, o come contrario alla fazione loro, ne andorono a’ Dieci e domandorono di essere uditi”.

I seravezzini parlarono in questi termini: “noi siamo certi, magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre, quando voi saprete in che modo occupasse il paese nostro il commissario vostro, e in quale maniera di poi siamo stati trattati da quello… la valle nostra, come ne possono essere piene le memorie delle antiche cose vostre, fu sempremai guelfa, ed è stata molte volte uno fedele ricetto a’ cittadini vostri, che, perseguitati da’ Ghibellini, sono ricorsi in quella. E sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome di questa inclita republica, per essere stata capo e principe di quella parte; e in mentre che i Lucchesi furono guelfi, volentieri servimmo allo imperio loro; ma poi che pervennero sotto il tiranno, il quale ha lasciati gli antichi amici e seguite le parti ghibelline, più tosto forzati che volontari lo abbiamo ubbidito… “.

I seravezzini raccontarono di avere senza indugi aperto il paese al Commissario fiorentino:  “come prima noi sentimmo che le insegne vostre venivano verso di noi, non come a nimici, ma come agli antichi signori nostri ci facemmo incontro al commissario vostro, e mettemmo la valle, le nostre fortune e noi nelle sue mani, e alla sua fede ci raccomandammo, credendo che in lui fusse animo, se non di Fiorentino, almeno d’uomo”.

Astorre Gianni si rivelò un “mostro orrendo”, capace di macchiarsi di ogni atrocità: “… questo vostro commissario non ha di uomo altro che la presenzia, né di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, uno mostro orrendo, quanto mai da alcuno scrittore fusse figurato; perché, riduttici nel nostro tempio, sotto colore di volerci parlare, noi fece prigioni, e la valle tutta rovinò e arse, e gli abitatori e le robe di quella rapì, spogliò, saccheggiò, batté, ammazzò; stuprò le donne, viziò le vergini, e trattele delle braccia delle madri, le fece preda de’ suoi soldati”.

I seravezzini chiesero che venissero restituite non solo le cose depredate ma anche “le moglie a’ mariti, e a’ padri le figliuole”.

La rivendicazione si chiuse con l’auspicio che fosse fatta giustizia, per pietà verso chi si era volontariamente disarmato o almeno per “la paura dell’ira di Dio, il quale ha veduto i suoi templi saccheggiati e arsi, e il popolo nostro tradito nel grembo suo”.

Astorre venne richiamato a Firenze e sanzionato. I beni dei seravezzini vennero restituiti ai legittimi proprietari, per quanto possibile: sanza differire si fece tornare Astorre, e di poi fu condannato e ammunito. Ricercossi de’ beni de’ Seravezzesi e quelli che si poterono trovare si restituirono, degli altri furono dalla città, con il tempo, in varii modi sodisfatti”.

(continua…)

 

Share