TESTO DELL’ORAZIONE UFFICIALE DEL 75° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DI PIETRASANTA

Il testo è stato scritto da Lorenzo Alessandrini, che a seguito di un impegno con la Protezione Civile non è potuto intervenire come oratore ufficiale alla 75esima cerimonia commemorativa della Liberazione di Pietrasanta e della Versilia che si è svolta stamani presso il monumento ai caduti di tutte le guerre in Piazza Statuto. Il testo è stato letto da Giusepppe Vezzoni su preciso desiderio di Lorenzo Alessandrini. Vezzoni si è presentato sottolineando che era un cittadino senza arte né parte ma che aveva recuperato dopo 47 anni di silenzio la strage nazifascista di Mulina di Stazzema. Poiché la cerimonia annuale della Liberazione di Pietrasanta e della Versilia la frequentiamo da tempo, possiamo affermare che quando sono alla guida del comune di Pietrasanta le forze della sinistra, la cerimonia è istituzionalmente più partecipata, mentre se alla guida del municipio ci sono le forze del centrodestra la cerimonia perde molto della sua valenza unitaria. Comunque stamani era presente il sindaco di Stazzema Maurizio Verona.

 

 

 

 

 

 

 

Come l’anno scorso è mancato il labaro dei Martiri di Sant’Anna, mentre era presente quello dei Martiri di Mulina di Stazzema. Durante la lettura, Giuseppe Vezzoni ha introdotto a braccio degli incisi, ricorrendo spesso al temine nazifascisti, sottolineando che il regime era fascista e ricordando anche la resistenza fatta dai religiosi, nello specifico di Pietrasanta la medaglia d’oro don Libero Raglianti e quella d’argento del chierico Renzo Tognetti, e dai militari italiani. Non ha mancato di sottolineare l’opera coraggiosa e solidale degli sminatori per la bonifica del territorio, le annotazioni del parroco di Stazzema don Romeo Borghi sulla morte di fascisti e di partigiani. Infine l’inciso introdotto nel passaggio inerente alle vittime causate dai bombardamenti alleati, nel punto in cui si ricordano i bombardamenti di Strettoia, Ponterosso e di Piazza Diaz a Camaiore. Vezzoni ha voluto allargare la conoscenza ricordando lo sterminio causato il 20 ottobre 1944 dalle bombe alleate di 184 scolaretti della scuola di Gorla, comune nell’interland milanese. Ha anche richiamato, per un no alla guerra, l’arco temporale che da Guernica, primo bombardamento aereo della popolazione civile, passando dalle foibe approdava a Hiroscima. Un arco temporale di inaudito martirio di popoli che fu concepito a Stazzema nel 1987 per avvalorare la prima proposta finalizzata a realizzare in Sant’Anna il Parco nazionale della Pace.

Lo scritto era molto lungo e articolato, tuttavia gli incisi fatti da Giuseppe Vezzoni erano fin troppo doverosi per essere condizionati dal fattore tempo.

Come annunciato stamani, pubblichiamo il testo dell’orazione ufficiale. (Giuseppe Vezzoni)

Testo dell’orazione ufficiale

Autorità presenti, signore e signori,

dopo 75 anni, qualcuno potrebbe domandarsi che cosa vi sia ancora da dire sulla Liberazione. Tutto sembra esser stato detto, ormai, e più volte. E in queste occasioni celebrative si rischia di ridurre tutto a un mero discorso di circostanza, condito da richiami retorici alle brutture della guerra e all’opportunità e necessità di una pace stabile e duratura tra i popoli: un messaggio, si potrebbe pensare, che dopo 75 anni è stato ormai ben intercettato e metabolizzato dalle coscienze, persino in coloro che quell’esperienza non la provarono in modo diretto, e che quindi maggiormente hanno avuto necessità di essere sensibilizzati. Le Istituzioni, assieme al mondo associativo e a quello accademico, si sono generalmente fatte carico di questo compito di conservazione e rinnovamento della memoria, e non vi è dubbio che in 75 anni esso sia stato svolto con continuità e a sufficienza.

Questa potrebbe essere la riflessione a tanti anni di distanza.

Ma in realtà, questa facile osservazione nasconde un’insidia, che col tempo potrebbe essere non solo fonte di oblio civile, ma costituire anche un pericoloso e deviante narcotico per le coscienze.

E ciò intanto perché sul piano generale, il riflettere su alcuni temi di principio risulta ancora oggi utilissimo, visto l’emergere quotidiano, in ogni parte del mondo, di vecchi e nuovi errori, difetti connaturati all’uomo che sembrano invincibili: le lotte per il potere, l’autoritarismo, le sopraffazioni, le sofferenze dei popoli più sfortunati, le eterne faide che non riescono a trovar soluzione, ragione per cui, niente di meglio che rinfrescare la memoria sugli errori del passato, per non caderci di nuovo.

Ma proprio nello specifico degli eventi che più hanno toccato da vicino la Versilia, e che con questa cerimonia andiamo a ricordare, possiamo ben affermare che sul tema della guerra di Liberazione, il libro della storia non è ancora stato completato, e non può esser chiuso.

I fatti che hanno caratterizzato i grandi cambiamenti della nostra nazione nel secolo scorso e che hanno contribuito a rimodellarla su basi nuove coinvolgendo profondamente anche la nostra Versilia, sono ancora oggi – e per fortuna – fonte di attenzione e di studio da parte degli storici.

In particolare, gli sviluppi osservati nella ricerca storica di questi ultimi due decenni, con la riapertura di alcuni faldoni, il disvelamento di nuove fonti e testimonianze e persino la celebrazione di un processo penale intorno a uno degli episodi più dolorosi della nostra storia, rendono l’approfondimento di questi temi, ancora oggi, un contenitore inesauribile di insegnamenti e di straordinarie sollecitazioni morali.

Per questo, riflettere e se del caso indagare con un serio approccio di approfondimento i momenti, i fatti, le figure che caratterizzarono il periodo della Liberazione, resta ancora oggi una magnifica e sempre nuova opportunità di crescita, utile a migliorare noi stessi e
la nostra capacità di giudizio della storia, per lasciare infine un’importante eredità intellettuale e spirituale a chi verrà dopo.

Signore e signori, pregiate autorità,

la comunità e il territorio di Pietrasanta erano stati duramente messi alla prova dalle due guerre sofferte, quella militare e quella civile, quando la mattina del 19 settembre 1944 gli alleati, dopo aver troppo tergiversato sull’Arno, e dopo aver liberato Viareggio e Camaiore, dalla Sarzanese e dall’Aurelia entrarono finalmente col IV Corpo d’Armata a prender possesso di una Pietrasanta ormai quasi deserta. Le prime avanguardie di partigiani vi erano già entrate la sera prima accompagnando qualche carrarmato alleato.

Gli ultimi tedeschi che stavano rapidamente abbandonando la città, durante il ripiegamento finale ebbero ancora una piccola sparatoria coi partigiani, e poi scapparono definitivamente.

A entrare fra i primi in città furono i partigiani della formazione “Bandelloni”, e un partigiano seravezzino, Lorenzo Iacopi, tentò anche di issare una bandiera sulla torre in piazza del Duomo.

Si concludeva così per Pietrasanta un calvario indicibile, di cui forse poco si è ricordato fino ad oggi.

Diciamo subito che proprio la comunità di Pietrasanta, a dispetto delle vicende importanti e storicamente significative che l’hanno caratterizzata nel periodo più terribile della seconda guerra mondiale, è stata per troppi anni confinata – anche per colpa delle istituzioni del dopoguerra – nel ruolo di comprimaria, di sorella minore in un contesto storiografico che vedeva nel comune di Stazzema, per motivi oggettivi, il centro del mondo, l’autentico ombelico della vicenda resistenziale versiliese ed apuana.

Ma se solo gli storici avessero dedicato in passato – ad esempio – una più incisiva attenzione nella loro ricerca all’eccidio di Capezzano Monte, forse si sarebbero potuti disvelare già da decenni gran parte dei segreti della strage di Sant’Anna, di cui l’esecuzione di Capezzano costituisce una riproduzione sorprendentemente fedele, nelle premesse, nel movente e nella tecnica esecutiva.

A ben vedere, il comune di Pietrasanta rappresentò in realtà in quei mesi decisivi del ‘44 l’autentico polo di attrazione delle operazioni di retrovia del fronte e di quelle di arroccamento tedesco sulla linea Gotica; uno spicchio di territorio versiliese e toscano in cui in poche settimane avvenne davvero tutto e il contrario di tutto. Fu infatti un comune che dovette sfollare nella sua quasi totalità, ma al contempo affollarsi in modo insopportabile e pericolosissimo in una sua sola frazione, Valdicastello, e pagò per questa diaspora un dazio insopportabile in termini di deportazioni e di perdite della libertà individuale per tanti pietrasantini e versiliesi. Valdicastello, località in cui i nazisti avrebbero dovuto lasciar alloggiare e sopravvivere tanti civili sfollati, costituì per i tedeschi, in realtà, un perfido, comodo bacino di pescaggio per deportare lontano dalla Versilia tanti capifamiglia senza alcuna prospettiva certa di ritorno.

Pietrasanta fu un comune in cui i nazisti commisero insopportabili eccidi, da quello di Capezzano Monte a quello miserabile avvenuto nella stessa Valdicastello a margine della strage del 12 agosto.

Nella carneficina di Sant’Anna e nella orrenda rappresaglia di San Terenzo Bardine, la comunità civile di Pietrasanta versò un terribile, impressionante contributo di sangue.

Si pensi soltanto che in termini di vite umane sacrificate al barbaro stragismo nazista, il comune di Pietrasanta raggiunge i numeri del comune di Stazzema, 150 vittime civili innocenti solo nei due principali episodi del 12 e del 19 agosto, e il numero sale addirittura a 200 se consideriamo anche gli episodi singoli di uccisioni sparse, di cui la storia ufficiale si è forse troppo presto dimenticata. Quando si parla di Sant’Anna di Stazzema, non ci scordiamo che il contributo di sangue versatovi da Pietrasanta fu enorme.

Ma questo comune ha subito altre ferite dolorose.

Ha visto una sua frazione, Strettoia, completamente rasa al suolo dalle mine tedesche, e ha visto case sventrate e famiglie sterminate a Solaio e Vitoio dalle cannonate sparate dai nazisti da Punta Bianca. Ha sperimentato feroci rastrellamenti nella sua collina, dalle piane di Capriglia a Montornato, da Capezzano Monte fino a Monticolegno.

Come se non bastasse, ha subìto anche gli impietosi, ciechi, cinici bombardamenti e le cannonate degli alleati, che fecero decine di morti nella piana e determinarono un arretramento caotico della popolazione, sradicandola dai suoi campi e destinandola a soffrire la fame per mesi.

Da ultimo, Pietrasanta non è stata certo risparmiata dagli effetti terribili -forse i più incancellabili – della guerra civile combattuta fra italiani, fra fratelli.

Niente è mancato dunque, a Pietrasanta, in termini di sacrificio e sofferenza, e quel che è più rilevante è che a pagare il maggior pegno per gli errori dei governi e degli eserciti furono soprattutto i cittadini inermi, i civili innocenti.

Essi pagarono per una guerra ottusa e imperdonabile, decisa dal regime che li governava solo per sedersi al tavolo dei facili vincitori del conflitto europeo, e spartirsi con poca fatica le spoglie delle potenze antagoniste.

E furono sempre i civili a pagare l’irresponsabilità di Badoglio, che andato al potere, invece di proporre immediatamente un armistizio saggio e ancora onorevole agli alleati, e dar finalmente pace a un’Italia stremata, volle continuare per settimane una guerra di facciata, dando modo ai tedeschi di invaderci totalmente e occuparci, disseminandosi nel Paese e togliendoci la speranza di riaver pace.

Tanti cittadini innocenti – non poteva che andar così – finirono per pagare le conseguenze di quella guerra scellerata. Essi diventarono le vittime sacrificali delle “conseguenze inevitabili” del conflitto militare in corso fra gli eserciti, ma anche dell’odio scatenatosi nella contemporanea guerra civile che tanti nostri progenitori non seppero e in parte nemmeno vollero evitare, allargando la macchia di sangue che coprì la nostra regione. Una guerra civile che si consumò fra fucilazioni epurative di giovanotti semplicemente sospettati di simpatie antifasciste, persecuzioni delle famiglie dei renitenti alla leva, ma anche corrispondenti vendette partigiane su ex fascisti che sentendosi magari la coscienza tranquilla non se ne erano scappati al nord assieme alle autorità di regime: impiegati pubblici o imprenditori, operai, gente di scuola, padri di famiglia che per il fatto di aver avuto un passato di adesione al fascismo, venivano prelevati a casa, spesso davanti ai propri cari, portati sul Gabberi o a Montornato e lì, spesso, ammazzati brutalmente. Di questi episodi sanguinari se ne contarono nelle montagne versiliesi una cinquantina, annotati su un registro dal parroco di Stazzema.

Argomentando sui mesi più duri di quel 1944, gli storici amano parlare di una guerra che fu portata contro i civili.
E “guerra ai civili” fu effettivamente, ma si trattò di un fenomeno assai più ampio di quel che in genere si racconta.

Guerra ai civili fu certo quella delle rappresaglie efferate commesse dai nazisti applicando la legge del taglione in proporzione insopportabile e superflua, non senza la collaborazione di italiani spinti dall’odio maturato nelle tossine della guerra civile. Una pratica terribile che la mia famiglia ha sperimentato, e la cui rimembranza la sera in casa ci regala sempre nuove dolorose sensazioni, nei singoli dettagli che ogni volta la ravvivano.

Ma “guerra ai civili” fu anche quella dei bombardamenti degli alleati liberatori, che colpivano indiscriminatamente e volontariamente le popolazioni inermi, e nel caso degli inglesi persino di notte, in modo criminale e terroristico, per fare più morti, al fine di abbattere non solo i presidi nemici e le strutture militari e territoriali, ma anche la forza di resistenza morale delle popolazioni italiane coinvolte, in modo da farle rivoltare sempre più contro le proprie autorità. Era il cosiddetto “moral bombing”, che in Italia ha fatto decine di migliaia di morti fra i civili, un numero purtroppo assai più grande di quello prodotto dalle stesse efferate stragi naziste.

La pratica dei bombardamenti indiscriminati sui civili, che oggi siamo soliti esecrare come perversa quando ne osserviamo qualche episodio nel medio oriente, per quanto invece ci ha riguardato da vicino è stata sempre derubricata nella categoria delle “conseguenze inevitabili” della guerra sbagliata voluta dal regime.

Ma è un fatto che tutti quei morti, sul piano della conduzione bellica potevano essere evitati senza cambiare per questo le sorti della guerra, e invece non furono risparmiati. E questo è un dato storico incontrovertibile.
Noi della Versilia del nord siamo soliti ricordare soprattutto l’incredibile bombardamento di Ponterosso, che non raggiunse l’obiettivo ma fece comunque dei morti fra la gente semplice; ma come dimenticare, appena qui vicino a noi, la strage di piazza Diaz del 22 luglio 1944 a Camaiore? Le bombe, dopo una rapida ricognizione dei bombardieri, vennero sganciate intenzionalmente sulla gente innocente che affollava i banchi al mercato in piazza. Si ebbero 32 morti, e altri se ne aggiunsero tra i 100 feriti che non poterono neanche esser assistiti nel loro ospedale, sfollato come quelli di Pietrasanta e Seravezza.

Tutti questi morti, nelle nostre comunità, furono prodotte dalla guerra. A questi morti dobbiamo dedicare, assieme al nostro rispetto, le nostre considerazioni malinconiche su ciò che poteva essere e non fu, su ciò che poteva essere evitato e invece venne perpetrato.

Anche per questo è giusto inviare a questi nostri morti il fiore del nostro ricordo, per la settantacinquesima volta, con la deposizione di una corona al Monumento dei Caduti di “tutte le guerre”, tra i quali vorrei poter ricomprendere idealmente tutti i caduti civili, oltre che quelli in armi.

Signore e signori,

se ci fermiamo un istante a pensare, riuscendo a liberare la nostra mente e il nostro cuore dalle sovrastrutture culturali e dalle incrostazioni politiche, non possiamo che riconoscere che nessuno può salvarsi dal giudizio della storia per aver fatto la guerra usando la gente innocente per vincerla più sveltamente.

Se sapremo convincerci di questo, ecco che le nostre celebrazioni non costituiranno solo una stantia ritualità cerimoniale, ma si eleveranno a insegnamento vivente, e la nostra riflessione sul passato non solo servirà ancora, ma diverrà davvero veicolo di crescita anche in prospettiva futura.

In questa crescita dovrà accompagnarci anche la nuova interessante generazione di studiosi che stanno via via allargando il raggio della loro azione di ricerca su quel periodo storico. Anche per quanto riguarda Pietrasanta, è soprattutto in questi ultimi anni che si sono accesi maggiormente i riflettori sulla specialissima posizione che questo comune occupa nello scenario inquieto del periodo di costruzione della Linea Verde. Quell’attività di fortificazione, destinata a coprire la progressiva ritirata tedesca, portò in Versilia un incredibile caos, in cui le autorità fasciste si dileguarono verso il nord per timore di epurazioni e vendette, e la popolazione fu abbandonata a sé stessa. Nello scompiglio generale, si sprecarono la caccia all’uomo per le deportazioni verso i luoghi di lavoro nazista, le requisizioni degli animali e spesso anche dei soldi e dei pochi oggetti personali rimasti alle povere famiglie, mentre le SS si avviavano a perpetrare le loro canagliate lungo le retrovie, coprendo la ritirata del grosso dell’esercito.

E lo sfollamento, reso obbligato dalla pressione esercitata del fronte, rendeva inevitabile anche la frantumazione e lo sparpagliamento dell’organizzazione politica e militare dei Comitati di Liberazione, che perdevano importanti punti di riferimento, mentre i partigiani alla macchia dovevano in molti casi mollare l’arma per seguire gli spostamenti obbligati delle proprie famiglie. Per il comune di Pietrasanta e per l’intera Versilia, quel momento di passaggio interminabile del fronte contribuì ad alimentare le condizioni del martirio. Il martirio dell’occupazione nemica, della fame, della perdita della casa, dello sfollamento, della deportazione e della privazione della libertà, dell’attesa spasmodica di un segnale liberatorio dall’Arno che non voleva arrivare mentre la guerra civile raggiungeva il calor bianco.

La comunità pietrasantina, in quel momento, in quel suo disperato tentativo di fabbricarsi un difficilissimo progetto sociale provvisorio di resistenza ai mali e ai dolori della guerra, sperimentò, assieme al martirio dei morti, anche un indicibile e insopportabile tormento per chi rimase vivo: un tormento da non ripetere mai più, e in cui non ricadremo se sapremo puntare su un rinnovamento pensoso, impegnato ed onesto della memoria collettiva.

Signore e signori,

quando ero semplice studente di scuola, avevo una cara figura di professore, che era stato un partigiano di grandissima caratura, giustamente fra i più celebrati: si chiamava Mario Angelotti. Era il “Conte Giò”.

Nelle sue lezioni amava spesso tornare con noi ragazzi sulla sua esperienza in montagna, e la sua saggezza era di grande insegnamento. Mi diceva: “Vedi ragazzo mio, c’è stato un tempo in cui io ho imbracciato le armi, e le ho anche usate, ma sappi che le armi non sono mai un buon argomento. E io maledico chi le fabbrica prima ancora di chi le usa. Vorrei che nel mondo, al posto delle armi si fabbricassero tanti panini imbottiti da dare a chi ha fame”.

La storia della Liberazione è fatta anche di questi valori e di questi significati.

Noi che per la maggior parte, ormai, questa storia non l’abbiamo vissuta ma ce lo siamo solo sentita raccontare, e spesso nemmeno troppo correttamente, non dobbiamo mai dimenticarci di coloro che oltre ogni limite di sopportazione, resistettero alla guerra, all’odio e alla sopraffazione creando le premesse per una società nuova e più giusta.

In particolare, è giusto che risalti oggi nella nostra riflessione, e venga omaggiato, il valore di una Resistenza di cui si è sempre parlato poco: quella delle donne versiliesi. Fu quella una Resistenza particolarissima, riservata e discreta, coraggiosa e tenace, fatta di stenti, di privazioni alimentari, di solitaria fatica, di mariti deportati, di vedovanze incredibilmente repentine, di figli orfani da crescere, di materassi da mettere in capo e trasportare a piedi, penosamente, da una parte all’altra delle montagne.

In questo doloroso calvario, tanti e tanti furono gli episodi e i gesti di solidarietà umana, di generosa abnegazione personale nell’aiutarsi vicendevolmente, che caratterizzarono la comunità dei pietrasantini nei mesi di maggior sofferenza che precedettero lo sfondamento del fronte e la liberazione. L’estate di Valdicastello coi suoi infiniti esempi di amore e solidarietà, ne costituisce un esempio quasi sublime.

Per questo rilevantissimo contribuito umano, motivatamente, il comune di Pietrasanta è stato insignito dal Presidente della Repubblica, lo scorso anno, della Medaglia d’argento al merito civile. Forse tardivamente, si dirà? Può darsi. Ma anche da questo riconoscimento, mai così meritato, possiamo trarre una morale fondamentale: che dopo ben 75 anni, di Pietrasanta e della Versilia e delle vicende della Liberazione, si può e si deve ancora parlare, studiare e, possibilmente, imparare.Grazie. (Lorenzo Alessandrini, 21.9.2019)

Giuseppe Vezzoni, addì 21.9.2019

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