Il settore tessile e moda si trova ad un bivio, per limitare gli enormi impatti ambientali deve eliminare le sostanze chimiche pericolose dal suo processo produttivo

Greenpeace: campagna DETOX

Greenpeace ha dato una grossa scossa al comparto industriale tessile e moda, affinché bandisca l’uso di sostanze chimiche pericolose; infatti sempre più brands, ma anche fornitori e rivenditori, stanno aderendo alla campagna DETOX, lanciata 7 anni fa per combattere la diffusissima pratica di utilizzare sostanze chimiche pericolose nella produzione di tessuti per l’abbigliamento.

La campagna è stata uno dei primi tentativi di rendere questo settore industriale consapevole dei suoi impatti sull’ambiente con l’obiettivo di arrivare, entro il 2020, ad azzerare gli scarichi di sostanze chimiche pericolose nelle acque superficiali. Moltissime di queste sostanze chimiche non possono essere filtrate neppure dai moderni sistemi di depurazione, trattamento delle acque reflue, quindi non rimane altro che affrontare la questione alla radice, ovvero non usarle!

In questo modo Greenpeace ha smascherato anche il “sottopancia” dell’industria tessile e della moda, desiderosa per lo più di fornire ai suoi clienti le ultime tendenze al migliore prezzo possibile ma completamente cieca, non solo rispetto agli impatti ambientali, ma anche verso i diritti umani e la dignità del lavoro.

Tra i primi obiettivi raggiunti dalla campagna vi è quello di avere stilato una lista delle sostanze chimiche pericolose vietate in tutte le fasi di produzione in modo da raggiungere l’eliminazione delle stesse dagli scarichi industriali. La fondazione ZDHC (Zero discharges of hazardous chemicals), creata come risposta collettiva per i brands, ha definito un programma significativo da attuare negli anni, in modo che il programma DETOX possa essere applicato a tutta l’industria tessile e della moda e si possa raggiungere un reale cambiamento del settore.

Il lavoro di investigazione e documentazione legato a questa iniziativa ha portato a dimostrare che talune sostanze chimiche pericolose, vietate in Europa o in America, sono normalmente utilizzate in altre parti del mondo. Molte industrie tessili cinesi, messicane o di altre parti, usavano e scaricavano sostanze, come gli alchilfenoli (AP) nei corsi d’acqua.

Alcune sostanze chimiche pericolose sono state trovate anche in corsi d’acqua in Europa e in America, nonostante ne sia vietato l’uso, probabilmente dovuto al fatto che i capi di abbigliamento, una volta lavati, rilasciano tali sostanze che non vengono trattenute dai moderni impianti di trattamento delle acque reflue.

Gli esperti hanno tracciato anche la catena produttiva, andando a ritroso fino ai grandi e famosi marchi internazionali di abbigliamento, sia dell’alta moda che dell’abbigliamento sportivo e all’aria aperta.

Greenpeace ha sottoposto ad analisi i capi di abbigliamento e scarpe venduti da brands internazionali in 18 paesi al mondo. I ricercatori hanno individuato la presenza di sostanze chimiche pericolose, come ad esempio alchilfenolo etossilato, in due terzi dei vestiti e scarpe sottoposte ad analisi.

I giganti dello sport-wear, come Puma, Adidas, Nike sono stati tra i primi a prendere coscienza del problema, diventando i “campioni dell’acqua pulita”, impegnandosi per eliminare le sostanze chimiche pericolose dai loro processi produttivi.

Greenpeace ha poi ampliato la sua attività di controllo coinvolgendo anche l’industria del lusso che vende in 29 paesi a livello mondiale, trovando un’ampia gamma di sostanze chimiche, come ad esempio il nonilfenolo, anche nei prodotti dell’alta moda, .

Diversamente rispetto a quanto accaduto per le marche sportive, importanti brands dell’alta moda non hanno ritenuto di essere responsabili degli impatti ambientali, in quanto committenti; le relazioni tra committenti e fornitori sono la chiave per cambiare il sistema e per investire in processi con minori impatti ambientali. Infatti, fondamentale per il successo della campagna è risultata l’azione svolta dai brands nei confronti dei loro fornitori, non solo quelli cd “di prima fascia”, ovvero quelli che hanno un diretto contratto con i committenti ma tutti gli altri coinvolti nella complessa catena di produzione.

Fortunatamente, nel 2013 Canepa, il maggiore produttore italiano per i marchi di lusso, ha intensificato il suo impegno nel progetto DETOX insieme ad altre realtà molto virtuose presenti nei distretti tessili italiani di Prato e Como, dove le imprese hanno non solo aderito all’iniziativa ma sono state in grado di sensibilizzare anche le imprese più piccole operanti nel settore.

In particolare nel distretto tessile di Prato, alcune imprese, fornitrici dei più importanti brands del lusso, hanno annunciato simultaneamente di aderire alla campagna di Greenpeace, supportate da Confindustria Toscana Nord, piantando, in queto modo, i semi di una vera “rivoluzione tessile” dei fornitori.

Grande sostegno al progetto è venuto anche dai consumatori, soprattutto quelli interessati ai tessuti e prodotti per la vita all’aria aperta; in questo caso, la forza delle persone è stata il vero propulsore del cambiamento, molte imprese hanno aderito all’iniziativa lanciata da Greenpeace sotto la pressione dei loro clienti consapevoli della pericolosità per l’ambiente e per la salute legata all’utilizzo di certe sostanze chimiche.

Nonostante le molte difficoltà, alcuni successi sono già stati raggiunti, come ad esempio la quasti totale eliminazione dell’uso dei perfluorocarburi, PFC, uno dei gruppi chimici maggiormente riscontrati nel corso della campagna di monitoraggio.

Molto deve essere ancora fatto entro il 2020, ma tutti i soggetti coinvolti auspicano che le buone pratiche vengano trasformate in leggi e che l’industria chimica si mostri trasparente e disponibile a trovare alternative valide.

Per approfondimenti: Destination Zero – Rapporto di Greenpeace sugli ultimi 7 anni della campagna DETOX

FONTE ARPAT  http://www.arpat.toscana.it/notizie/arpatnews/2019/041-19/greenpeace-campa

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