TERRA E MEMORIA L’agricoltura di ieri nelle testimonianze del Passato.

Un’altra testimonianza del Passato rurale del nostro Paese, inviata da Emanuele Villa.
Molti si ricorderanno, se non altro dai libri di scuola, della famosa battaglia del grano…Ma la verità è che il nostro Paese è stato il teatro di una battaglia del grano che è durata non per qualche decennio ma per secoli; e che è ha avuto quale termine di riferimento un ambiente spesso tutt’altro che incline ad essere coltivato, per potervi ricavare il prezioso cereale…
Ebbene, dell’eco di quella battaglia secolare, da conto una testimonianza particolarmente efficace, quella che segue, tratta da un vecchio manuale dedicato alla coltivazione del frumento del 1902, che descrive quelle che erano le condizioni del clima e del suolo del nostro Paese agli albori del secolo scorso, ponendole in rapporto con le esigenze della coltivazione del grano. A nostro avviso, la testimonianza che viene di seguito riportata è in grado di rendere meglio di cinquantamila convegni dedicati al tema delle condizioni delle campagne del nostro Paese nel Passato, il senso di quell’epopea di cui sono state al centro, ancora fino al secondo dopoguerra, che merita di essere scoperta e rivalutata, in ragione, paradossalmente, proprio delle difficoltà che i nostri contadini sono stati chiamati ad affrontare, sino a un recente passato, per potere ricavare di che vivere dalla terra.
La cosa peggiore sarebbe quella di dimenticarsi di tutta quella sofferenza che hanno dovuto patire, di tutta quella tenacia che hanno saputo al contempo dimostrare nella loro lotta quotidiana per ricavare di che vivere dal territorio. Dimenticarsi di quelle qualità morali alle quali non hanno potuto fare a meno di fare appello per affrontare una vita, ch’era segnata spesso da difficoltà, del genere di quelle che vengono documentate dalla testimonianza che segue.
” Come un bollettino di guerra.”
Brano tratto da : “Il frumento come si coltiva o si dovrebbe coltivare in Italia”, del Dott. Eugenio Azimonti. Seconda edizione a cura del Prof. Gaetano Cantoni. Ulrico Hoepli editore, Milano 1902.
– Nel Paese, la coltivazione del grano si riscontra da un capo all’altro della penisola, dal livello del mare sino a un migliaio e più di metri d’altitudine.Bisogna dunque concludere che, in questi estesi limiti territoriali, il grano trova dovunque un ambiente climatico tale che gli consente di vegetare e di produrre. E questo sta di fatto.
Procedendo per altro a un esame appena appena più che superficiale del come i differenti fattori del clima e del terreno rispondono in Italia ai bisogni del frumento, vedremo subito che non sempre, anzi quasi in nessun luogo, questa pianta viene a trovarsi in ogni sua fase vegetativa in quelle condizioni di temperatura, luce, umidità, ecc.. che sarebbero le più favorevoli per il miglior esito della coltivazione, cioè per una grande produzione.
Nel mezzogiorno d’Italia ostinate siccità autunnali costringono spesso a ritardare la sementa fino al dicembre, al gennaio; poi piogge soverchie e torrenziali rovinano i seminati già cresciuti e impediscono di continuare le semine durante l’inverno. Non di rado poi mancano, sono insufficienti le piogge primaverili, onde la pianta non può raggiungere il sufficiente sviluppo erbaceo. Sopravvengono i forti calori e la siccità si fa sentire fortemente, di modo che il frumento non dà che spighe brevi con semi mal nutriti. Nella vasta regione pugliese l’abbondanza o la quasi completa mancanza di raccolto si verificano, a seconda che viene o non viene una pioggia primaverile in tempo opportuno; perché ivi alla mancanza di meteore acquee si aggiunge il soffiare del vento caldo e disseccante di sud ovest detto favonio, il quale inaridisce campi interi di grano, atrofizzando i semi già formati nelle spighe. Nell’Alta Italia e nella centrale frequenti piogge nel maggio e nel giugno fanno svolgere da parte loro numerose malattie parassitarie e specialmente le ruggini ed il carbone; adombrano a lungo la luce solare, inzuppano di troppa acqua la terra e la raffreddano, diminuiscono la buona aerazione delle radici, non permettendo loro di crescere e rinnovarsi; infine dilavano dal terreno sostanze alimentari, in particolare i nitrati, diminuendo così l’efficacia delle concimazioni azotate. Nel Paese, le buone terre alluvionali, i terreni tenaci e profondi specialmente propri a una ricca cerealicoltura sono rari. Nella stessa valle del Po questi terreni sono limitati ai tratti pianeggianti del Piemonte posti alla destra del Po, alla Bassa Lombardia orientale, al Basso Veneto ed alla pianura emiliana, che si accosta al mare. Nella regione centrale d’Italia nel versante adriatico scarse e ristrette sono le pianure. Nel versante mediterraneo i buoni terreni alluvionali occupano largo tratto delle valli inferiori dell’Arno, del Tevere e dei fiumi minori, ma si tratta di un territorio piccolo in confronto dell’intera regione. Nel mezzogiorno abbiamo condizioni discrete di terreno nel Tavoliere delle Puglie, nelle pianure della Terra di Lavoro e del Salernitano, nelle basse valli del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Crati. In Sicilia di vere pianure non ci sono che quelle di Catania e di Terranuova: non fa difetto in questa nostra massima isola il terreno argilloso-calcare piuttosto tenace, discretamente profondo, fisicamente buono per la coltura del frumento, ma il punto è che è in cattivissime condizioni di giacitura.
Nella foto “Contadino intento ad arare un campo nella Piana del Sele, pubblicata su “Confronti”, inserto del quotidiano online Salerno Sera.

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