Sette giorni di ‘cyber guerra’ di Anonymous. Finora molto rumore, pochi effetti

Meno di 24 ore dopo l’invasione dell’Ucraina, Anonymous ha dichiarato guerra alla Russia di Putin: messi offline siti governativi, di agenzie di stampa e di colossi dell’industria dell’energia. Basta questo per ostacolare la Russia? Mele: “La guerra è una cosa troppo seria per essere cyber”

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©  Afp  – Anonymous

Erano passate poco meno di 24 ore dall’ingresso dei carri armati russi in Ucraina quando nella notte italiana tra il 24 e il 25 febbraio Anonymous ha dichiarato “guerra informatica totale” a Putin. In un video postato su Twitter, il collettivo parla al mondo attraverso un uomo incappucciato e col volto coperto dalla celebre maschera di Guy Fowks. L’effetto è stato immediato. Da allora attacchi coordinati, lupi solitari e rivendicazioni su Twitter si sono moltiplicati.

Una mobilitazione senza precedenti di hacker e cyberattivisti in ogni parte del mondo, pronti a difendere l’Ucraina dalle proprie tastiere, a cercare di creare danni, di qualunque tipo, alla Russia. è partita una caccia alle falle nei sistemi di sicurezza del Cremlino, si sono moltiplicati gli attacchi ai siti di informazione, agenzie di stampa statali e non, siti di colossi energetici e piccole biblioteche locali.

GLI ATTACCHI POTRATI A SEGNO DA ANONYMOUS

Sono stati oltre 2.000 i siti colpiti finora, ma il calcolo è per forza di cose approssimativo: Anonymous non ha per scelta un struttura ufficiale. Chiunque può rivendicare a nome del collettivo degli attacchi informatici. Ce ne sono decine di migliaia in rete. Ad ogni modo, sugli effetti reali di questi attacchi, sulla loro reale utilità al di là del loro effetto scenico, al momento restano più punti interrogativi che certezze.

Certo, Anonymous ha messo a segno colpi a loro modo clamorosi durante la sua operazione ‘OpRussia’: il primo, il 26 febbraio, ha messo giù il sito del Cremlino e quello della Difesa di Mosca, di cui è stato diffuso parte del database; il due marzo l’attacco al sito dell’agenzia spaziale russa, Roscosmos; sempre il due il collettivo ha pubblicato documenti che mostravano che l’attacco russo fosse stato deciso il 18 gennaio e una mappa piuttosto dettagliata dell’invasione; negli ultimi sette giorni ha reso irraggiungibili diverse testate giornalistiche russe e agenzie di stampa, rimesse in piedi e buttate giù di nuovo, cosi’ come diversi siti di colossi energetici russi, tra cui Gazprom e Lukoil.

Ma si è sempre trattato di attacchi di breve durata. I siti sono stati rimessi in piedi in qualche ora. E chi riponeva fiducia nell’eroe mascherato per fermare l’invasione dei carri armati a cherosene al momento può dirsi almeno in parte deluso.

MELE: “LA GUERRA è TROPPO SERIA PER ESSERE CYBER”

La guerra è una cosa troppo seria per essere combattuta nel cyberspazio. E quindi oggi stiamo vedendo tutti i limiti di una cyber war all’interno di un conflitto armato vero, quello guerreggiato, quello ‘cineticò, fatto di bombe, aerei e carri armati”. Cosi’ Stefano Mele, avvocato e membro del Comitato atlantico italiano in un colloquio sul canale YouTube dell’esperto di sicurezza informatica e amministratore delegato di The Fool, Matteo Flora.

“Avendo un effetto reale molto basso, in stato di guerra il cyberspazio ha una connotazione più tattica. Non è utile fare operazioni cibernetiche magari finalizzate a colpire servizi essenziali, perché tanto ci stai con i militari. L’ambito Cyber è stato in realtà importante per tutto ciò che era prima del conflitto, tramite la propaganda, o attacchi a siti di informazione. In questo momento ha molto meno effetto”, ragiona Mele.

Nel mondo c’è stata una mobilitazione imponente. Centinaia di hacker, cyberattivisti hanno cominciato a portare a segno attacchi, a rivendicare la messa offline di un sito governativo o di un piccolo ufficio sperso nel distretto degli Urali. In rete si è creata una grande aspettativa nei confronti di Anonymous e del collettivo al seguito: tutt’ora su Twitter sotto ogni loro tweet ci sono decine di commenti che chiedono attacchi a qualche sito in particolare, qualcuno chiede di prendere il controllo dei carri armati, dell’aviazione, forse un pò troppo anche per un eroe mascherato.

E se ora l’effetto di un attacco cyber sembra molto più smorzato rispetto a prima, è comunque vero che prima del campo di battaglia, le prime operazioni sono state compiute nel settore digitale.

LA GUERRA NEL CYBERSPAZIO

Gli esperti slovacchi di Eset Research hanno individuato la sera del 23 febbraio, quindi poco prima che le prime truppe russe entrassero in territorio ucraino, circa 200 attacchi ai siti ufficiali di banche e istituzioni ucraine con centinaia di macchine infettate da virus in grado di “prendere i dati disponibili dai database”, ha twittato l’account ufficiale del gruppo.

Allo stesso tempo, la rete internet satellitare civile gestita dalla società americana Viasat, che copre il nord Europa, è stata vittima di “un attacco informatico con decine di migliaia di terminali resi inutilizzabili”, ha detto Michel Friedling, comandante dell’agenzia spaziale francese all’inizio di questa settimana. In risposta, il vice primo ministro ucraino Mykhailo Fedorov ha annunciato il 26 febbraio su Twitter, canale su cui è attivissimo dall’inizio del conflitto, che stava creando un esercito informatico di hacker volontari (“IT Army”).

“Ci saranno missioni per tutti!”, ha scritto, fornendo l’indirizzo di un gruppo sul servizio di messaggistica Telegram, al quale si sono rapidamente unite più di 292.697 persone al momento, compreso il famoso collettivo Anonymous. Su questo gruppo, vengono regolarmente condivisi nuovi obiettivi in Russia e Bielorussia: siti web ufficiali, reti elettriche di telecomunicazioni, banche o piattaforme di criptovalute, persino il sistema di posizionamento satellitare Glonass, l’equivalente russo del Gps.

ATTACCHI A VOLTE ‘PER FAR RIDERE’

I messaggi di siti bucati si moltiplicano, ma sembra comunque qualcosa di assai diverso dalla temuta cyberguerra. O perlomeno, al momento non c’è motivo di temerla di più degli effetti reali di un conflitto guerreggiato. Certo, c’è molta enfasi sugli attacchi. Secondo quanto riporta Afp, che ha tradotto alcuni messaggi del canale, ad esempio Olivier Laurelli, un blogger, scrive di aver attaccato l’infrastruttura web di Gazprom e di essere riuscito a trasmettere la “versione heavy metal dell’inno ucraino” su una stazione radio del gigante petrolifero russo, seguita da un discorso del presidente Zelensky.

L’azienda ha dovuto scollegare il server, “perché non avevano più il controllo su di esso”, ha poi commentato all’agenzia. “La gente lì  non sa cosa sta succedendo in Ucraina”, ha detto, ammettendo però che il suo attacco era soprattutto finalizzato a creare un po’ di umorismo.

Ma, “quando milioni di persone nei centri delle città sono sotto tiro, cosa valgono le fughe di dati e i siti web paralizzati?”, si è chiesto ad esempio il giornalista Patrick Howell O’Neill su MIT Technology Review qualche giorno fa.

Poco, probabilmente vale poco. Vale sicuramente meno di un combattimento svolto a poche decine di metri da un reattore nucleare, vale meno di un carro armato che bombarda le case dei civili, vale meno di una guerra che è tornata in Europa con tutto il suo carico di orrore. E non c’è maschera, per quanto rassicurante, che possa edulcorarne la brutalità. E la domanda di Howell òNeill resta centrale a sette giorni dalla dichiarazione di guerra di Anonymous

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