Sempre più devastanti gli effetti del cambiamento climatico

 

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo la quale il presidente americano Donald Trump avrebbe
liquidato le recenti ondate di gelo artico che si sono abbattute sulle regioni di nord est degli Stati
Uniti con un ironico “forse potremmo usare un po’ di quel riscaldamento globale da cui il nostro
Paese avrebbe dovuto proteggersi”. I toni usati da Trump riguardo a una questione che andrebbe
affrontata in modo tutt’altro che sarcastico non fanno ben sperare per il futuro dei negoziati sul
clima. Gli Stati Uniti, dopotutto, sono il maggior produttore mondiale di gas serra assieme alla
Cina.
Secondo alcuni climatologi, entro il 2040 la probabilità che si verifichino ondate di calore come
quelle del 2017 aumenterà dal 5% degli anni ’90 al 49,5%. Ciò comporterà inevitabilmente un
crollo nell’indotto economico del settore agricolo e zootecnico (che, secondo alcune stime,
dovrebbe aggirarsi fra il 5% e il 13%). Se ne è parlato a dicembre nel convegno “Agricoltura e
cambiamenti climatici; sfide e opportunità”, che è stato organizzato presso il Ministero delle
Politiche agricole dal Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione dell’università di Sassari. Secondo il
professor Pier Paolo Roggiero del dipartimento di Agraria dello stesso ateneo “l’impatto del
cambiamento climatico in agricoltura non può essere facilmente generalizzato. Alcune produzioni
sono calate (come il mais in pianura padana), altre sono migliorate in qualità e diminuite in quantità
(ad esempio l’uva da vino), mentre altre sono migliorate sia in qualità che in quantità (una fra tutte
l’olivo da olio in Sardegna). In ogni situazione c’è chi vince e chi perde. Ma complessivamente il
sistema perde, soprattutto quando vi è una forte specializzazione delle produzione in pochi
distretti.”

di c.v.

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