Scoprire il COVID-19 dalla acque reflue per individuare possibili, nuovi focolai

 

di Claudio Vastano

 

E’ l’idea del dottor Zhugen Yang, docente di tecnologia dei sensori presso il Cranfield Water Science Institute, in Inghilterra. Secondo Yang sarebbe possibile individuare la presenza delle particelle del COVID-19 disperse nelle acque reflue, allo stesso modo con cui si va in cerca di tracce di farmaci, droghe o altre sostanze di cui si voglia quantificare la frequenza d’uso presso una popolazione. L’equipe inglese lavora già da tempo alla creazione di sensori su carta capaci di rilevare la diffusione di batteri patogeni nelle acque di scolo.

L’idea degli scienziati è quindi quella di applicare la stessa tecnologia nella lotta al coronavirus. I sensori filtrano gli acidi nucleici degli organismi di cui si è in cerca e –attraverso una reazione biochimica promossa da opportuni reagenti- ne rendono manifesta l’eventuale presenza.

“Nel caso d’infezioni asintomatiche o di persone non sono sicure d’essere infette, il rilevamento delle acque reflue locali in tempo reale potrebbe determinare se ci sono portatori di COVID-19 in un’area, così da consentire screening, quarantena e prevenzione rapidi” ha dichiarato Yang. “Il dispositivo, inoltre, è economico (costa solamente un euro) e dopo un ulteriore miglioramento sarà facile da usare anche per i non esperti.”

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