Riflessioni sulla Festa del Lavoro e dei lavoratori, il 1° Maggio

 

Alla scoperta della radici antiche e antichissime di questa festa: una volta della forza e della fertilità, della luce sulle tenebre, oggi del Lavoro.

 

Il 1° Maggio

 

di Daniele Vanni

 

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Celebrare la Festa dei Lavoratori e del Lavoro, in un Paese che ha dati (ma sono certi? Specie nei giovani, non si capisce né a che età ci si riferisca, né se questi sono già usciti dalla scuola dell’obbligo o dalle superiori o dall’università) comunque sia, giovani o no, sono dati così preoccupanti sull’occupazione, che ci consola solo l’imminente ingresso del reddito di cittadinanza, quando un cittadino appena nato, non dovrà più preoccuparsi di studiare o di trovare un lavoro, perché lo stato gli garantirà vita natural durante, il pane quotidiano e qualcosa di più, insomma come fa per gli immigrati che vengono qui non per integrarsi, non per lavorare, ma per avere un reddito, un’assistenza sanitaria, un diritto all’istruzione ed ala formazione garantito…) bene, in una tale situazione, a due mesi dalle elezioni, svolte con una legge elettorale fatta apposta in forma proporzionale, dopo che si era tuonato per oltre un ventennio che la modernità in un mondo globalizzato era il bipolarismo ed una legge conseguente! è davvero difficile!

 

Difficile fare festa, guardando il bollettino che rende noti i tassi di disoccupazione del 2017, dove è palese come il basso livello occupazionale tra i giovani rappresenti non un grande problema nel Sud della penisola, ma una piaga nazionale, dove basta passare nei PIP e nelle zone industriali per vedere l’erba che cresce davanti ai portoni dei capannoni.

Al Nord ed al Centro, perché nel Meridione, a parte quelli costruiti, grazie alla Cassa del Mezzogiorno e tute le agevolazioni del caso, di capannoni non ce ne sono.

La Calabria, comunque per fare il punto, registra un tasso di disoccupazione giovanile molto alto, pari al 55,6%, in calo in ogni caso rispetto al 2016, quando la percentuale raggiungeva il 58,7%.

A ruota la Campania, con un tasso che nel 2017 raggiunge il 54,7%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando il dato corrispondeva al 49,9%.

Decima tra le regioni europee e terza tra quelle italiane è la Sicilia con una percentuale pari al 52,9%, in calo rispetto al 57,2 % dell’anno precedente.

Ma guardate che nella classifica, salvo certe regioni della Greci e della Bulgaria, certe isole sperdute e i territori d’oltremare di Spagna e Francia, tra le regioni densamente popolate e con milioni di abitanti, le prime sono solo quelle italiane!

In generale, il dato complessivo italiano mostra però, un miglioramento tra il 2016, quando la media nazionale raggiungeva il 37,8%, e il 2017, che si chiude con un livello di disoccupazione giovanile pari al 34,7%. Scendendo nello specifico è possibile osservare come l’area italiana agli antipodi rispetto alla Calabria, sia la Provincia autonoma di Bolzano, che registra un livello pari al 10,2%, in netto aumento, però, rispetto al 2016, quando si fermava al 8,8%.

Guardando il bollettino che rende noti i tassi di disoccupazione del 2017 è palese come il basso livello occupazionale tra i giovani rappresenti un grande problema nel Sud della penisola. La Calabria, come detto, registra un tasso di disoccupazione giovanile molto alto, pari al 55,6%, in calo in ogni caso rispetto al 2016, quando la percentuale raggiungeva il 58,7%. A ruota la Campania, con un tasso che nel 2017 raggiunge il 54,7%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando il dato corrispondeva al 49,9%. Decima tra le regioni europee e terza tra quelle italiane è la Sicilia con una percentuale pari al 52,9%, in calo rispetto al 57,2 % dell’anno precedente. In generale il dato complessivo italiano mostra un miglioramento tra il 2016, quando la media nazionale raggiungeva il 37,8%, e il 2017, che si chiude con un livello di disoccupazione giovanile pari al 34,7%. Scendendo nello specifico è possibile osservare come l’area italiana agli antipodi rispetto alla Calabria sia la Provincia autonoma di Bolzano, che registra un livello pari al 10,2%, in aumento in ogni caso rispetto al 2016, quando si fermava al 8,8%

 

Allo stesso modo, si dice che i disoccupati totali sono il 10,9%, ma anche qui si parla di coloro che stanno cercando un lavoro! Nessuno ci dice in quanti, scoraggiati, hanno smesso anche di chiedere!

Come non si contano la miriade di giovani forze che, disperati, hanno aperto una partita IVA, in un momento dove anche i navigati professionisti stentano. O hanno preso una licenza e si sono messi nel commercio, mentre i centri commerciali, i supermercati stanno divorando il piccolo, ma anche il medio e non di rado il “grosso” commercio! E non si contano i precari che hanno stipendi meno che da fame, che lavorano praticamente a cottimo nei call center o stagionali…

Così, se le iniziative del Job Act hanno fatto diventare contratti a tempo indeterminato molte situazione precarie, per i vantaggi fiscali, per cui molte partite Iva, molti cococo o a progetto, sono diventati dipendenti a tutti gli effetti, è anche vero che in questi primi mesi del 2016, il totale degli occupati non risale: lo si vede poi, al di là dei numeri che Padoan stiracchia da un parte, Renzi, scomparso dopo le lezioni del 4 marzo, stiracchiava dall’altra…

 

A febbraio 2018, ci dicono che  il tasso di disoccupazione in Italia sia sceso al 10,9%, -0,2 punti percentuali rispetto al mese di gennaio.

Un calo che però non sposta il Belpaese dai primi posti nella classifica europea dei paesi col maggior numero di disoccupati. A febbraio diminuisce anche la stima delle persone in cerca di occupazione diminuisce dell’1,7% (-49 mila).

 

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Lavoro | Scende la disoccupazione in Italia | Aumenta quella giovanile | I dati istat

Ma se gli ultimi dati diffusi dall’Istat mostrano un calo della disoccupazione generale, non si può dire lo stesso per quanto riguarda i giovani. Secondo l’Istituto di Statistica, è cresciuta la percentuale di under 25 senza un posto di lavoro, con il tasso di disoccupazione giovanile che è salito al 32,8%, in aumento di 0,3 punti percentuali.

 

M il problema del lavoro, naturalmente è quello giovanile, specie in un mondo globalizzato che corre in avanti, senza sapere dove, all’impazzata. E quindi dove poco conta il cinquantenne che invece nelle società passate garantiva quella stabilità, specie dell’importante ceto medio borghese, spazzato via completamente in Italia!

Dal calcolo del tasso di disoccupazione dei 15-24enni sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi, condizione prevalente in questa classe di età. Tenendo conto anche di questi giovani inattivi, l’incidenza dei disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è invece pari all’8,6% (cioè meno di un giovane su 10 è disoccupato), tale indicatore è stabile rispetto a gennaio. Gli altri indicatori riferiti ai giovani registrano lievi movimenti nell’ultimo mese: rispettivamente -0,1 punti percentuali il tasso di occupazione e +0,1 punti quello di inattività.

 

Si parla, sui giornali esteri, non quelli nazionale, di Italiani pigri, dove pochi giovani si muovono in cerca di lavoro…staremo a vedere…

 

A febbraio 2018 la stima degli occupati cresce dello 0,1% (pari a +19mila rispetto a gennaio). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58%. E’ la stima provvisoria dell’Istat. Rispetto a gennaio, si stima un significativo incremento congiunturale dei dipendenti a tempo indeterminato (+54 mila) e una lieve crescita di quelli a termine (+4 mila); continuano invece a diminuire gli indipendenti (-39 mila).

 

 

La crescita del complesso degli occupati è determinata dalla componente femminile, mentre resta invariato il numero di uomini occupati. Con riferimento all’età, si registra un aumento tra le persone di 35 anni o più (+37 mila), a fronte di un calo tra i 15 e i 34 anni (-18 mila) Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+0,5%, +109 mila), prevalentemente tra le donne. La crescita si concentra esclusivamente tra i lavoratori a termine (+363 mila) mentre i permanenti rimangono stabili e calano gli indipendenti (-255 mila). Aumentano soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+292 mila) ma anche i 15-24enni (+36 mila), mentre calano i 25-49enni (-219 mila).

 

 

 

Ma, se possibile, torniamo alla Festa del lavoro o dei lavoratori, che  ha una lunga tradizione.

Il Primo Maggio nasce, infatti, a Parigi… il 20 luglio del lontano 1889!

In concomitanza, con la riunione, proprio a Parigi, della Seconda Internazionale.

 

 

Credo che il lavoro, nell’accezione moderna, cioè con il significato: di forza, volontà di produrre, di andare avanti, di guadagno, ma anche di miglioramento, non solo della propria condizione, ma di quella generale, tanto da dedicargli una festa, sia un’acquisizione recente. In senso storico. Perché anticamente, ad esempio, nelle popolazioni primitive a noi vicine, i Celti, i primi, in qualche modo, ad “unificare” l’Europa, in questa data, vedevano l’inizio della bella stagione (un po’ più tardi, nel calendario, dei Romani, per una questione di clima) ma assieme ai Latini una delel date per celebrare il risveglio della terra e quindi della produttività. Della fertilità dei campi e, con essi, della fertilità degli animali e degli uomini. Era, per i Celti, una specie di Capodanno, che iniziava nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio, la Notte di Valpurga,(vedi quanto scriviamo, nella rubrica sul santo del giorno, su Santa Valpurga, posta in questa in questa data dalla Chiesa non a caso!) con balli, canti, feste orgiastiche, che volevano celebrare il trionfo della luce sulle tenebre, il riaffermarsi della vita sulla morte, rappresentata dall’inverno.

Feste orgiastiche e sfrenate anche a Roma, con le Floralia, in onore della Dea Flora che avevano il loro culmine ed il loro termine proprio il 1° Maggio, quando si tenevano culto al femminile per esaltare l’allattamento: anche di Zeus allevata dalla Capra-Amalthea.

 

Da queste feste ebbe origine il Calendimaggio, con l’Albero Cosmicoche da noi è diventato nelle feste paesane il “semplice” Albero della Cuccagna.

E i Maggi(da cui prendono il nome le rappresentazioni popolari): si chiamavano i ramoscelli di quest’albero che si davano alle giovani per augurio di fecondità.

In questa festa, i maggianti (o maggerini) cantavano strofe benauguranti agli abitanti delle case che visitavano, in cambio di doni(tradizionalmente uova, vino, cibo o dolci): un canto, un rito, con funzione magico-propiziatoria come avviene per i canti di questa per la Befana. Queste feste erano poi momento di incontro e di commercio, come si può vedere ancor oggi negli appuntamenti che si tengono Fornaci di Barga, la Maggiorata di Firenze o di Castiglione d’Orcia a Siena, ad Assisi ed in tutta la montagna pistoiese, dove per tutto il mese si svolge la Festa del Maggio itinerante: il Maggio itinerante di Pracchia. E, più ancora vicino a noi, quello di Vico Pancellorum

 

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Vediamo qualcosa di più approfondito sulle usanze più antiche, quelle celtiche.

Il 1° maggio, allora, prendeva il nome di Beltane o Beltaine(che nel gaelico significava “fuoco luminoso”): era la festa ancestrale della luce, nel giorno che dava il via alla bella stagione del sole.

Fonti gaeliche affermano che i Druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli e che vi facevano passare attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo ed in segno di buon augurio. Anche le persone attraversavano i fuochi, allo stesso scopo.L’usanza persistette attraverso i secoli anche dopo la cristianizzazione e sopravvive ancora oggi in alcuni luoghi, dove principalmente le persone vengono fatte passare attraverso i fuochi: quella più importante e dal sapore pagano e ancestrale, è quella che si tiene ogni anno la notte del 30 aprile a Calton Hill, presso Edimburgo (Scozia), a cui partecipano migliaia e migliaia di persone seminude, dipinte di rosso fuoco e con torce!

 

Nel Druidismo, l’antica religione dei Celti, Beltane molto probabilmente dedicata a Beleno, dio della luce, è una delle otto festività (4 maggiori e 4 minori) legate al ciclo delle stagioni.

La festività con falò e torce in onore della luce, ha soprattutto significato di festa della fertilità e l’incentivazione di essa, sia per gli uomini che per gli animali (con i rituali orgiastici o la danza attorno a un palo ornato di fiori e stringhe, di cui ogni danzatore tiene un’estremità).

In Italia, i Celtoliguri erano senz’altro tra gli adoratori del Dio e celebravano questa festività. Ed è fin troppo facile rintracciare in molte culture contadine, come ad esempio in Piemonte, Valle d’Aosta, in alta Valle Camonica, in tutta la Toscana e Garfagnana, l’usanza di fare grandi fuochi accesi in alto sui monti, ben visibili da fondo valle. Basti pensare a Cerreto di Borgo a Mozzano o a Gorfigliano.

E’ facile capire allora il perché cadde proprio in questa data, quella della festa della vitalità e della forza, quella moderna, della forza lavoro e di tutti i lavoratori!

Anch’essi, del resto, in questa festa, credevano di andare verso…il sol dell’avvenire!

 

 

 

Il 1° maggio, moderno, nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l’idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :

 

“Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”.

 

Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all’attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l’11 novembre 1887. Il ricordo dei “martiri di Chicago” era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.

 

nella foto: papaveri di maggio ed un tramonto del “Sol dell’Avvenir”

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