Dopo mesi di sterili diatribe sul nulla, condite dalle amenità sulla rimodulazione delle aliquote IVA, sugar tax, plastic tax e via discorrendo, ecco che, finalmente, dopo mesi di gestazione nell’immondo ventre europeo, arriva (forse) alla discussione del Parlamento italiano la riforma sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes). Riforma che, per l’impatto che potrebbe provocare sull’intera economia italiana, fa tremare le vene e i polsi, sebbene il popolo italiano non ne sapesse niente fino all’altro ieri.

Già ad agosto, col governo giallo-verde in odore di crisi, la voce isolata di Bagnai si era alzata per chiedere lumi ad un improvvido Conte sul contenuto dell’accordo. Perché è bene chiarire che le riunioni sul tema sono andate avanti alacremente per tutta l’estate, all’insaputa delle Camere, preparando l’ultima mazzata per la già martoriata Italia.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: ma questa gente che dovrebbe rappresentarci, per chi lavora in realtà? A questo punto, sull'”avvocato degli italiani” cominciano a pesare ombre scure come la notte. Ma veniamo ai contenuti.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità consiste in una modalità di aiuto agli stati in crisi, attraverso la costituzione di un fondo comune a cui attingere in caso di difficoltà dal lato del debito sovrano. Si tratta del famoso fondo salva stati, il cui utilizzo tante lacrime è costato alla Grecia.

È bene sapere che il ricorso a tale fondo era già condizionato all’attuazione di una serie di riforme in grado di mettere in sicurezza i conti: tradotto, taglio a stipendi e pensioni, privatizzazione di scuola e sanità, vendita massiccia del patrimonio statale. In una parola, soppressione dello stato, nell’accezione cristallizzata fino a tutto il ‘900.

Tali misure fino ad oggi erano frutto di una trattativa fra la Troika e lo stato beneficiario degli aiuti. Ma l’ulteriore e ben piu’ condizionante novità consiste in quanto segue: se passa la riforma, per uno stato che non rispetti i parametri di Maastricht (meno del 3% del rapporto deficit/pil negli ultimi due anni, e rapporto debito/pil non maggiore del 60%), il ricorso al fondo sarà necessariamente condizionato alla ristrutturazione del debito, cioè la sua drastica riduzione. Già il solo annunciarlo, significa far crollare i prezzi dei titoli pubblici italiani in pancia alle banche, con inevitabili ripercussioni sul risparmio delle famiglie.

L’ABI (Associazione Bancaria Italiana) ha già annunciato che, in caso di via libera del Parlamento alla riforma, sospenderà l’acquisto dei titoli di stato. Questa, in sintesi, l’ultima sorpresa che ci hanno riservato i nostri statisti europei.

Per tutti coloro che ancora si dichiarano moderatamente europeisti e possibilisti, una visita neurologica è vivamente consigliata.

Luca Dinelli

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