Quello che fu il “vero” coprifuoco: Garfagnana 1943

FONTE  PALO MARZI DAL SUO BLOG

Maledetta pandemia!!! Oltre al fatto principale di aver prodotto

oltre un milione di morti ed aver fatto ammalare una cospicua fetta della popolazione mondiale, hai infettato, oltre che noi poveri mortali, anche la nostra bella lingua: l’italiano. Hai introdotto nelle nostre bocche delle strane parole anglofone che fino a pochi mesi fa non ne conoscevamo l’esistenza e ne tanto meno il significato. Al posto della parola “chiusura” c’hai imposto quella strana parola: “lockdown”. Il lavoro da casa si è invece trasformato in “smart working”, le goccioline di saliva si sono trasfigurate nella parola “droplet” e qualcuno, non contento dello scempio linguistico in atto ha voluto deformare anche il “nobil parlare”, trasformando la parola latina “virus” in un terrifico anglicismo che nel parlato comune l’ha portata a mutarsi nel termine “vairus”… Tale deturpamento lessicale non finisce però qui. Infatti come spesso accade (anche e soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria) usiamo determinate parole (stavolta italianissime) dandogli un significato non proprio consono al reale

contenuto della parola stessa. Il riferimento non è puramente casuale ed è attinente al termine più in voga in questa stagione autunno-inverno 2020, il vocabolo in questione è..:”coprifuoco”. A certe parole, oltre che dargli il giusto significato, bisogna portargli il giusto rispetto, e noi, in Garfagnana, sappiamo bene cosa voleva dire “coprifuoco”. Se si vuole capisco pure i signori politici, che questa parola incute paura e sgomento e lo sgomento di conseguenza porta al rispetto delle regole, però il riguardo a chi il vero coprifuoco l’ha patito sulla propria pelle direi che è a dir poco doveroso. La seconda guerra mondiale nella valle ha lasciato segni indelebili e seppur nel rispetto dell’attuale pericolo che stiamo correndo non è paragonabile a quello che per lunghi cinque anni accadde ai nostri nonni. Rimanere adesso chiusi in casa è un gioco da ragazzi: televisione, play station, termosifoni “a palla”… ma un coprifuoco in Garfagnana nel 1943 non era questo… Adesso vi spiego quello che succedeva…poi ditemi voi se è la solita cosa…Prima di andare al nocciolo della questione è giusto però chiarire la genesi di questo termine, che non è figlia di quel tremendo periodico bellico, ma la sua nascita avvenne molto, ma molto tempo prima. Fu Guglielmo il Conquistatore, il primo re inglese che nel 1068 impose  lo spegnimento di tutti i fuochi del regno dopo il rintocco delle campane delle otto di sera. La maniera più usuale di smorzare queste fiamme era quella di “coprire il fuoco” con della cenere e il motivo ufficiale di ciò fu quello di prevenire ogni tipo d’incendio causale. Al tempo stesso però, non essendoci più luce nelle strade, costrinse i cittadini a rimanere chiusi in casa, vista la palese difficoltà che poteva esserci a camminare nel buio. Il termine fu “riesumato” e poi riutilizzato nuovamente (e stavolta con cognizione di causa) anche nella seconda guerra mondiale.

Era la mattina del 26 luglio 1943, il risveglio per gli italiani fu brusco e confuso. Il giorno prima era caduto il fascismo, lo stesso Mussolini era stato arrestato. La confusione e il subbuglio regnava in tutto il Paese. A riportare l’ordine, lo stesso giorno, fu un brevissimo comunicato stampa di sole due righe: “Il ministro Badoglio, succeduto a Mussolini ha indetto per l’Italia lo stato d’assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare”. Pertanto dalle otto di sera alle sei del mattino, tutti dovevano rimanere in casa e come se non bastasse, così come sottolineava il comunicato del Maresciallo Badoglio, vigeva anche lo stato d’assedio. Per quelli che non sapevano cosa fosse o come comportarsi dissipò ogni dubbio la circolare Roatta (Capo di Stato Maggiore): “Muovendo contro gruppi d’individui che perturbino ordine et non si attengono a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato dai reparti in posizione contro gruppi di individui avanzati. Non è ammesso tiro nell’aria, si tira sempre a colpire come in combattimento. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all’intimazione. I caporioni e gli istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz’altro fucilati se colti sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario”… Alla faccia di qualsiasi d.p.c.m !!! Per farla breve i militari avevano l’ordine di sparare a chiunque fosse sorpreso nell’atto di violare il coprifuoco. Contestualmente furono vietati gli assembramenti di varia natura, inclusi gli spettacoli teatrali. Tutte queste prudenze e precauzioni erano messe in atto allo scopo di fronteggiare una temuta sollevazione dei fascisti. Ma in Garfagnana delle sollevazioni e degli spettacoli teatrali in tutta sincerità non importava un baffo, quello che ai

garfagnini importava era il lavoro nei campi, quel lavoro che poi avrebbe portato il pane in tavola, per cui quello che non tornava ai nostri nonni di questo coprifuoco era l’orario. Si, perchè cominciare a lavorare alle sei del mattino per buona parte dei contadini voleva dire ritardare su tutte quelle mansioni quotidiane che servivano al buon andamento dell’attività. Ad esempio gli animali si dovevano accudire ben prima delle sei del mattino, bisognava poi pulire la stalla, preparare il fieno, dargli da mangiare, mungerli e preparare gli attrezzi per affrontare il duro lavoro nei campi che cominciava proprio quando iniziava a fare giorno, per di più eravamo anche in estate e ogni ora di luce in più  era preziosissima. Fortuna volle che buona parte di discrezionalità sugli orari il governo centrale la affidò ai prefetti, era chiaro che le esigenze della popolazione variavano in base al luogo in cui si abitava, in città si poteva anche rispettare l’orario imposto dal governo, ma in Garfagnana sicuramente no. Perciò il commissario prefettizio di Lucca

Martinelli, decise (in maniera anche piuttosto tardiva)di accogliere le rimostranze dei sindaci garfagnini, portando l’orario di fine coprifuoco alle 4 del mattino, nell’ordinanza veniva comunque ribadita una norma fondamentale e a dir poco basilare…: “Sarà fucilato senza preavviso chiunque si trovi a transitare durante le predette ore”. Ma questa non era l’unica paura per i garfagnini. Come ben si sa nella nostra bella valle proprio in quel periodo si attestò per lunghissimi mesi il fronte (Linea Gotica), gli alleati da una parte e i tedeschi dall’altra, eravamo quindi in piena zona di guerra e i bombardamenti se non erano all’ordine del giorno poco ci mancava e fu proprio per ovviare a questo pericolo che ai garfagnini (e agli italiani) capitò fra capo e collo una nuova ed urgente norma: l’oscuramento. Nelle ore notturne qualsiasi fonte di luce non doveva essere accesa in nessuna casa, bisognava “stompare” (chiudere in dialetto garfagnino) ogni porta e ogni finestra per evitare così di far uscire il benchè minimo filo di luce, facendo in questo modo s’impediva di essere bersaglio per eventuali aerei nemici che giravano la notte. Insomma, tanto per rendere  chiaro il quadro della situazione bisognava essere in casa alle otto di sera, al buio e poi anche al freddo (i termosifoni ancora non esistevano…), eventuali trasgressori sarebbero stati immediatamente passati per le armi. Questo se lo ricordava bene la Beppa di Gallicano, quando la notte si alzava per andare in bagno alla luce di una flebile fiamma di una consumata candela. Il ricordo del Mario di Castelnuovo è invece un altro e la memoria va a quelle notti insonni insieme al suo babbo, quando facevano a turno per dormire,

pronti a scappare e a svegliare tutta la famiglia in caso di attacco aereo. Era quella infatti l’unica eccezione che si poteva fare alla regola del coprifuoco, solo in occasione di un bombardamento si poteva fuggire di casa per arrivare a ripararsi alla più vicina cantina o al prossimo rifugio anti aereo. Non mancava nemmeno, chi come al solito, approfittava della situazione, rischiando veramente come non mai la propria pelle, difatti il buio totale e l’assenza dalle strade di persone e mezzi faceva si che coraggiosissimi ladruncoli entrassero a rubare nei negozi di alimentari. D’altronde le lontane memorie degli anziani garfagnini ricordano di altre persone che sfidavano la dura legge del coprifuoco, erano le loro mamme, che come topi uscivano di casa, svicolando da un cortile ad un altro e da un portone ad un altro ancora, quell’affannosa corsa “solo” per recapitare qualcosa di urgente o di necessario ad un vicino bisognoso. Tutto ciò andò avanti ancora fino al 1944. Più di un anno durò il coprifuoco. Nel corso di quel tempo anche il governo di Badoglio modificò più volte gli orari di inizio e fine, poi finalmente qualcuno capì che prolungando ancora questa disgraziata regola si rischiava di far morire sotto i bombardamenti centinaia di persone, così terminò e i garfagnini poterono allontanarsi dal pericolo, cominciando di fatto una nuova esperienza: lo sfollamento.In conclusione, non rimane che ricordare a chi usa le parole a vanvera, cosa si nasconde dietro ad un singolo vocabolo. Ogni termine ha il suo peso, il suo specifico significato e soprattutto la sua storia. Il sociologo francese Gustave Le Bon rammentava ai suoi alunni:” Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile. Migliaia di uomini si son fatti uccidere per le parole di cui non hanno mai compreso il significato…” . 

 

Bibliografia

  • “Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile” di Gian Franco Venè. Mondadori Editore
  • Testimonianze dirette da me raccolte

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