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he ormai il problema profughi sia diventato veramente un problema non è cosa nuova, nemmeno fresca, eppure si continua insistentemente a baypassare discussioni e decisioni, affidandosi a quel buonsenso tanto sbandierato che sovente nasconde profonde indecisioni e paure recondite di sfratti dalle poltrone. Se il governo ormai naviga alla cieca, senza bussola, le regioni ed i comuni sono all’anarchia decisionale, nascondendosi dietro slogan, motti, sigle e quella fede politica che in religione ha permesso di dare un senso alla vita. Eppure barche, se possiamo definirle tali, piene di disperati continuano ad arrivare inondando l’Italia e le casse delle delinquenza organizzata che ormai ha lasciato in secondo piano droga, armi e prostituzione. Siamo in pura emergenza sociale, ma la leggerezza e la noncuranza con cui affrontiamo questo problema è disarmante, anzi, per alcuni nemmeno è un problema. Sono passati in secondo piano anche i terribili islamici estremisti dell’ISIS, che ormai mediaticamente non tirano più e sono stati spenti. Sgozzamenti di Cristiani, decapitazioni e torture in nome di Allah hanno tirato, facevano notizia, poi un paio di rigori negati hanno oscurato tutto: un rigore negato è un rigore negato, figuriamoci due. Novelli Gmork ottenebrano le menti perché il nulla è il vuoto che circonda, è la disperazione che distrugge il mondo; è più facile dominare chi non crede in niente e questo è il modo più sicuro per mantenere il potere. Eppure in questa caosmosi si riesce ad intravedere una razionale e sostanziale presa di coscienza che pone la cultura e la tradizione paesana prepotentemente in primo piano; non quella cultura popolare che affonda le nobili radici nel passato storico, ma quel sottostrato viscoso che impernia da sempre i piccoli paesi, realtà distanti anni luce dalla cinica frenesia delle metropoli e dalla modernità delle città. Ci siamo completamente dimenticati cosa sia la vita, la cultura e il substrato sociale dei piccoli paesi, quelle cose che avvengono sia alla luce del giorno che nell’oscurità delle tenebre. Ogni minimo cambiamento, ogni battito d’ali di farfalla, ha sempre provocato un terremoto, vuoi che sia una nuova vicina di casa troppo provocante o il figliol prodigo del paese che inizia a rientrare dopo le 23. Ogni centimetro in meno di gonna provoca sismi inimmaginabili fino ad arrivare a bollare con il marchio del giglio nero chi non si allinea allo status quo vigente. Capelli troppo lunghi, capelli troppo corti, e quelle congiunzioni esatte che possono distruggere anche la maschilità più accentuata. Non si muove foglia che il paese non voglia, accecati dalla luce delle paure recondite e da quel suono di campane che richiama alla ragione dell’irrazionalità. Di tutto questo, e molto altro, nessuno ha tenuto conto, pretendendo di immettere corpi estranei nella società arcaica e conservatrice paesana. Da sud al nord, passando dal centro fino alle isole, ogni realtà paesana è legata da un filo invisibile; società profondamente diverse eppure così simili nel processo di rigetto. E pensare che anche la stessa religione aveva sbattuto violentemente nel muro di gomma del substrato paesano, nemmeno la fede più cieca aveva aperto una breccia in questo monumento all’immobilismo: il substrato sociale paesano rigettava ogni minimo cambiamento dei suoi dogmi bucolici, non accecato dalle accuse dell’Onu per complicità dei massacri nella repubblica Democratica del Congo, ma il rigetto aveva ben altra origine. Profughi SI, profughi NO, senza tenere conto della sensibilità di una sotto cultura che mostra intrinsecamente, nel bene e nel male, l’anima popolare e paesana di una nazione. Se questo dubbio devono risolverlo religione e politica sarà il fallimento totale; rappresentano l’antitesi stessa del ragionamento razionale riferito alla subcultura di un popolo. La fede, sia politica che religiosa, non potrà mai intaccare il tessuto invisibile che impera nei paesi: il processo di rigetto del corpo estraneo è in atto, come da sempre è accaduto e come sempre accadrà.

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