Perché diciamo no all’inceneritore della KME

 

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Così recita l’articolo 32 della nostra Costituzione. Articolo poco rispettato per tanti aspetti, ma che proprio per questo richiede una battaglia per la sua applicazione.logo attuacost

Il disegno della Kme di trasformare la storica fabbrica di Fornaci di Barga in un inceneritore del pulper di cartiera, è una di quelle vicende che richiede una posizione ferma e non negoziabile a difesa della salute dei cittadini.

Con il solito linguaggio ingannatore tipico dei nostri tempi, l’inceneritore viene qui chiamato “pirogassificatore”, ma se non è zuppa è pan bagnato. Il fatto che il rifiuto di cartiera venga bruciato in due fasi, anziché in una, ben poco cambia dal punto di vista sostanziale. Oltretutto questa tecnica è solo a livello sperimentale in Europa e l’impianto di Fornaci di Barga sarebbe il primo di questo tipo in Italia.

Vogliamo che gli abitanti della Valle del Serchio facciano da cavie per l’interesse di lorsignori? Noi diciamo di no. E lo diciamo per diversi motivi. Innanzitutto la Valle del Serchio è morfologicamente una valle chiusa, dunque il luogo meno adatto per un’attività di questo tipo. In secondo luogo la Kme è parte integrante del paese di Fornaci, che pagherebbe questa scelta sia per il traffico aggiuntivo sia perché diventerebbe oggettivamente il “paese dell’inceneritore”. In terzo luogo, la scelta dell’incenerimento contrasta totalmente con i progetti che mirano a riciclare il pulper di cartiera.

Ma tra i motivi della nostra opposizione ce n’è un altro, che forse fino ad oggi non è stato ancora messo sufficientemente in luce. Noi non solo non crediamo al fatto che il cosiddetto “pirogassificatore” sia la chiave del rilancio delle tradizionali attività produttive della Kme. Noi pensiamo, anzi, che se l’impianto di incenerimento venisse davvero realizzato esso segnerebbe di fatto la fine della fabbrica di Fornaci.

La nostra affermazione si basa su alcuni dati di fatto. Il primo è che le motivazioni relative ai costi energetici dell’azienda sono sostanzialmente superate dalla nuova legge entrata in vigore il 1° gennaio scorso, legge che porta il costo del chilowattora per le aziende energivore al livello di quello del resto d’Europa. Un fatto ammesso dagli stessi vertici aziendali, che riconoscono un risparmio di circa 2 milioni di euro all’anno. Dunque, insistere sulla necessità di auto-produrre energia elettrica come condizione per mantenere in piedi la fabbrica è, oggi ancor più di ieri, un pretesto. Un modo per minacciare i lavoratori con il  più classico dei ricatti occupazionali. Un ricatto purtroppo rilanciato dagli esponenti di alcune organizzazioni sindacali (Cisl e Uil), che ormai operano apertamente come meri portavoce dei vertici aziendali.

Ma – ci chiediamo – quale credibilità può ancora avere un’azienda che propose la bufala dell’idroponico con un progetto che non avrebbe retto neppure all’esame di un bambino? La stessa azienda che annunciò la creazione del megapolo italiano della metallurgia non ferrosa con gli eredi Gnutti di cui poi non si è saputo più nulla? La stessa direzione aziendale che quasi niente ha fatto per porre fine alla condizione dei lavoratori (un centinaio) trasferiti a Limestre, a 1100 euro al mese, con lo scopo dichiarato di risparmiare 1,2 milioni, cioè una cifra nettamente inferiore al regalino energetico elargito dal governo?

No, ai vertici della Kme proprio non si può prestare fede. E perché allora dovremmo credere alla bontà dell’idea del “pirogassificatore”, del quale peraltro non si conosce ancora l’effettivo progetto? E perché mai dovrebbero fidarsi i lavoratori?

Noi rifiutiamo il ricatto occupazionale, non solo per ragioni di principio – dato che consideriamo quello del diritto alla salute un principio non negoziabile -, ma anche perché non crediamo proprio alle promesse di Kme.

La verità è che l’inceneritore, una volta realizzato, diventerebbe non un elemento accessorio della fabbrica, ma l’attività principale (il core business come dicono gli anglofili), la cui redditività starebbe non solo e non tanto nella produzione di energia, quanto piuttosto nei ricavi dello smaltimento dei rifiuti. Con l’ovvia conseguenza di una spinta a far arrivare pulper ed altri rifiuti da mezza Italia.

Ne consegue che tra la tutela della salute e la lotta per la difesa dei posti di lavoro non c’è proprio alcuna contrapposizione. Lavoratori e cittadini possono e devono marciare insieme per i loro comuni interessi, dicendo no ad un progetto pericoloso per i posti di lavoro come per la salute di decine di migliaia di persone.

 

 

Comitato per l’attuazione della Costituzione – Valle del Serchio

 

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