PATRIZIO ANDREUCCETTI – Scrivo un post impopolare, ma ogni tanto va fatto.

Oggi nel nostro comune abbiamo un nuovo caso di positività al Covid, ma già sappiamo che domani (o comunque a breve) ce ne saranno altri in cui potrebbe essere coinvolto un bar della zona. La situazione sanitaria è in costante mutamento e non bisogna affatto abbassare la guardia.
Sono anche giorni dove la tensione è alta, mondi diversi vengono a confronto e, spesso, allo scontro. Una certa politica si muove esclusivamente per dire quello che ogni singola categoria vuol sentirsi dire, quando invece la situazione, a mio modo di vedere, richiede una visione complessiva, che consenta alla “nave” di giungere tutta in porto.
Non esiste che un paese possa sacrificare la salute per l’economia, ma se l’economia non viene tutelata le persone rischiano nemmeno troppo metaforicamente di “morire di fame”. Non esiste quindi una politica seria che metta salute contro economia o viceversa: il problema è che più la corda viene tirata più questa coniugazione risulta difficile.
Cosa fare? Il nemico da sconfiggere è il Covid, è il virus che limita la libertà e che crea problemi all’economia, quindi il virus va ferito e sul periodo meno lungo possibile sconfitto. Per sconfiggere il virus il governo poteva fare qualcosa di più, poteva predisporsi meglio nei mesi di calma: ma come? Poteva aumentare di più le terapie intensive, poteva diluire meglio il trasporto pubblico, poteva preparare meglio il sistema di comunicazione/tracciamento del virus, poteva fare qualcosa di più sulla scuola. Tutto giusto, e anche altre cose, mi direte.
Ma cosa avrebbero prodotto, in termini reali, queste azioni? Forse, e dico forse, avrebbero diluito i contagi nel tempo. Guardiamoci intorno: esistono paesi che hanno sconfitto o contenuto il virus grazie a particolari misure preventive? E’ accaduto solo nei paesi con dittature (e nessuno di noi vorrebbe mai una dittatura, vero?). In tutte le principali democrazie del mondo, dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Germania alla Francia, che noi immaginiamo come sistemi più efficienti del nostro in tutto, il virus corre e lo fa più che in Italia.
Per limitare il virus, oltre ai dispositivi di protezione e precauzione, bisogna limitare i contatti tra le persone e ciò lo si fa solo con la limitazione della socialità. Questo, è noto, oltre a creare problemi psicosociali, arreca danni ad un’economia che sui consumi è fondata. L’unica azione prevista in questa direzione è una chiusura parziale o totale, da mettersi in pratica proporzionalmente al peggioramento della situazione sanitaria. Più le chiusure sono drastiche e più la scelta, giocoforza, è quella di salvaguardare la salute pubblica e di penalizzare l’economia. E’ qui che lo Stato è chiamato ad intervenire drasticamente per bilanciare tra le due: pur sapendo perfettamente che per ogni categoria si tratta comunque di un grande sacrificio, il sacrificio è richiedibile, a favore della salute, solo con adeguati indennizzi economici. Gli indennizzi sappiamo che ci saranno; dovranno arrivare il prima possibile (come sapete anche il Comune ha fatto e farà la sua parte).
Una lunga riflessione per dire che, pur pensando ancora che le chiusure potrebbero essere differenziate per zona e che il governo poteva e potrebbe fare di più, una chiusura parziale o totale, stante la situazione sanitaria, era ed è inevitabile. Basta guardare nel resto del mondo per capirlo.
Quello che conta è essere uniti come comunità, stringere tutti i denti, essere reciprocamente tolleranti, e lavorare per superare insieme questi tempi. Nei tempi migliori dobbiamo arrivarci con un abbraccio (per ora virtuale) collettivo.

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