L’Inferno dantesco testimonia la capacità di Dante di catturare il lettore con narrazioni di straordinaria forza visiva, tra cui trova massima espressione la figura del Conte Ugolino della Gherardesca.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: “tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme
”.

Perché Dante ha collocato il Conte Ugolino nell’Antenora, seconda zona del Nono Cerchio dell’Inferno, dove scontano pena eterna i traditori della Patria?

Per capirlo dobbiamo ripercorrere gli ultimi anni della vita del Conte Ugolino, che si intrecciano in modo indissolubile con le vicende di Pisa e della sua lotta contro Genova.

Nei mesi precedenti la battaglia della Meloria si erano verificati diversi scontri tra le navi pisane e quelle genovesi.

Paolo Tronci, negli “Annali Pisani”, riferisce che lo stesso Conte Ugolino venne messo a capo di una spedizione contro Genova. Vennero armate cento galere per essere dirette verso la nemica città ligure, impegnata ad espugnare la città di Sassari.

Arrivata a Genova, la flotta pisana si limitò a incendiare qualche nave per  ritirarsi poi verso Livorno, in quanto sarebbe stato disonorevole infierire su una città priva di gran parte della milizia marittima.

Genova non perse tempo e organizzò una flotta di centotrenta navi al comando di Uberto Doria.

Correva l’anno 1284 e la lotta tra Pisa e Genova stava per arrivare al suo epilogo.

La flotta pisana venne schierata nell’Arno per ricevere la benedizione da parte dell’Arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini. Accadde un fatto che il popolo pisano interpretò di cattivo auspicio.

Scrive Paolo Tronci: “giunse al Ponte l’Arcivescovo Ruggiero parato pontificalmente con tutto il Clero per dare la Benedizione all’Armata, conforme il consueto, e seguì all’ora un caso d’infausto pronostico per i Pisani. Era la principale insegna del Comune sopra la Capitana sostenuta da un’asta massiccia di ferro, che aveva in punta un Crocifisso d’argento. Questo cadde in Arno, lo che generò gran terrore negli animi di tutti…

Anche Giovanni Villani nelle “Cronache” riporta l’episodio: … et levando loro stendale con gran festa, essendo l’Arcivescovo di Pisa in sul ponte vecchio parato con tutta la Cherisia per dare a l’armata la sua beneditione, la mela et la croce, ch’era in su lo stendale, cadde in terra; onde per molti savi si recò per male agurio del futuro danno…

La flotta pisana venne divisa in tre parti: la prima al comando del Conte Ugolino, la seconda del Potestà Alberto Morosini, la terza di Andreotto Saracini.

Il 6 agosto 1284 le due armate navali si scontrarono presso le secche della Meloria, al largo di Livorno. Nonostante una palese inferiorità numerica, le navi pisane non rinunciarono a dare battaglia, che si concluse con una clamorosa disfatta per Pisa. Si contarono 5.000 morti e venne persa più della metà della flotta. I genovesi inoltre fecero circa 10.000 prigionieri, tra i quali il Potestà Morosini, di cittadinanza veneziana e nipote del Doge.

Il Conte Ugolino fuggì dalla battaglia con tre galere e tornò a Pisa per annunciare la sconfitta.

Scrive Paolo Tronci che … la Città perdé quasi tutta la Nobiltà, ed i più bravi soldati che avesse, e di qui derivò quel proverbio “chi vuol veder Pisa, vada a Genova”.

Con la maggior parte della nobiltà morta nelle acque della Meloria o prigioniera a Genova, per il Conte Ugolino non fu difficile farsi nominare Capitano delle Masnade e ritagliarsi un ruolo sempre più incisivo nelle vicende politiche della città.

Intanto i genovesi si erano alleati con Lucca e Firenze. Il Conte allora si adoperò perché venisse stretta la pace con Firenze, che aveva interesse ad avere accesso a Porto Pisano, situato a nord di Livorno.

Ugolino riuscì nel suo intento, convincendo i pisani sull’utilità di concordare la pace con i fiorentini … rammemorando gli aiuti, che avevano dati, mentre andavano fuori all’imprese contro i Saracini ed altre genti straniere; soggiungendo, che non era prudenza aspettare le loro maggiori ostilità, alle quali con le debole forze dei Pisani, non poteva resistersi (Paolo Tronci, Annali Pisani) .

Per sopire lo sdegno di Lucca, che era stata esclusa dalla pace, il Conte Ugolino concesse inoltre all’antica rivale il dominio su Ripafratta, Viareggio e Bientina. Scrive Tolomeo da Lucca: “Lucenses acquisiverunt Ripafractam et Viaregium ac Bientina favente Comite Ugolino…

Il Conte Ugolino arrivò ad occupare, come fosse propria abitazione, il Palazzo dei Signori. Il fatto fu talmente eclatante che un nipote del Conte, Nino Visconti, guidò una congiura contro Ugolino.

Nino cercò di sollevare il popolo insinuando che l’avere preso possesso del Palazzo dei Signori manifestava chiaramente la volontà del Conte di farsi tiranno.

Nel frattempo il Potestà di Pisa aveva vietato ai cittadini di portare armi. Coccio di Guido Spezzalaste, cognato del Conte, venne arrestato per avere violato il bando del Potestà. Dopo averne intimato inutilmente la liberazione, Ugolino mandò i suoi uomini perché provvedessero con la forza e cacciò il Potestà da Pisa.

La città si trovava divisa in tre fazioni. Come racconta Paolo Tronci “d’una n’era il Capo lo stesso Conte Ugolino con molti guelfi… l’altra aveva per capo il già detto Nino Visconti Giudice di Gallura, e quelli di sua Casata, ed altri ancora Ghibellini; la terza seguiva la volontà dell’Arcivescovo Ruggiero Ubaldini, nella quale erano principali i Lanfranchi, Gualandi e Sigismondi di fazione ghibellina”.

Il Conte Ugolino e l’Arcivescovo Ruggeri si accordarono per tramare la caduta di Nino Visconti il quale, avuto sospetto della congiura, preferì ritirarsi nel suo castello di Calcinaia.

I pisani, i cui congiunti erano ancora prigionieri di Genova, non avevano perso il desiderio di pacificarsi con la potente città ligure.

Il Conte Ugolino acconsentì che venissero mandati ambasciatori a Genova ma, secondo quanto leggiamo negli “Annali Pisani”, …occultamente operava in contrario, istigando i corsari pisani, che si trovavano in Sardegna, acciò la detta pace non si concludesse. Furono quelli prontissimi a sodisfare alla volontà del Conte… presero nel porto d’Aleria in Corsica una nave genovese, e poco dopo un’altra vicina a S. Erasmo…    

I pisani cominciarono a voltare le spalle a Ugolino, complice la carestia che colpì Pisa e il patto tra il Conte e l’Arcivescovo Ruggeri venne meno per un fatto di sangue.

Il genero di Guido da Caprona, potente nobile pisano, si recò presso il Palazzo dei Signori e consigliò a Ugolino di sospendere per qualche tempo le gabelle e procurare quantità maggiori di generi alimentari per i bisogni del popolo. Ugolino, sospettando che il consiglio non fosse disinteressato ma avesse come fine quello di accrescere il consenso popolare dei suoi avversari, accecato dall’ira pugnalò l’interlocutore.

Un nipote dell’Arcivescovo Ruggeri, amico del ferito, era nel Palazzo e non poté esimersi dal biasimare il Conte per la sua condotta.

Ugolino “… acceso di sdegno, e tutto infiammato, diede mano ad una ronca, e diedegli tal colpo sopra la testa, che lo stese in terra morto”.

L’Arcivescovo Ruggeri, animato dall’intenzione di vendicare il nipote ucciso,  iniziò a tramare la caduta del Conte. Nel luglio 1288 arrivò finalmente a convincere la maggior parte della nobiltà pisana che era giunto il momento di deporre Ugolino.

Negli “Annali d’Italia” di Ludovico Antonio Muratori leggiamo che … alzatosi a rumore il popolo con assai de’ Nobili, espugnò il Palazzo, dove fece difesa, finché poté, il Conte Ugolino, ma alla fine venne in mano de’ gl’infuriati nemici…

Giovanni Villani nelle “Cronache” riferisce che … l’Arcivescovo ordinò di tradire il Conte Ugolino; et subitamente a furore di popolo li fece assalire, et combattere al palagio, facendo intendere al popolo ch’elli havea tradito Pisa, et renduto le loro castella a’ Fiorentini et a’ Lucchesi.

La fine del Conte Ugolino è ben nota, anche se diverse sono le versioni dei fatti.

Catturato che fu il Conte, l’Arcivescovo ed i suoi aderenti fecero fabricare la Torre dei Gualandi… e nel fondo di essa vi rinchiusero esso con i due figli, e due nipoti, e serrate le porte, gettarono le chiavi in Arno, acciò nessuno potesse portargli cibo di sorte alcuna” (Paolo Tronci, Annali Pisani).

et preso il Conte Ugolino, et due suoi figliuoli, et tre nipoti figliuoli del figliuolo, li missono in prigione… fecero i Pisani chiavare la porta della torre, ove erano in pregione, et la chiave fecero gittare in Arno, et vietarono a detti prigioni ogni vivanda, i quali in pochi giorni morirono di fame” (Giovanni Villani, Historie fiorentine).

Secondo Tolomeo da Lucca insieme al Conte Ugolino vennero imprigionati i figli Gaddo e Brigata, insieme al nipote Enrico.

Ugolino della Gheradesca morì nel marzo 1289. Essendo nato al più tardi nel 1220, al momento della morte Ugolino era almeno giunto alla soglia dei settanta anni. Risulta ragionevole ipotizzare che i figli e i nipoti che vennero imprigionati con lui fossero adulti e non bambini, come invece Dante suggerisce al lettore (… innocenti facea l’età novella).

Nel 2001 il professor Francesco Mallegni ha condotto uno studio sui resti contenuti nel sepolcro che si presume custodisca le spoglie del Conte Ugolino. Sono stati riesumati cinque scheletri: il primo di un uomo di almeno settanta anni di età, due appartenenti a uomini tra i quaranta e i cinquanta anni e altri due di giovani tra i venti e i trenta anni.

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