Niente pensione di reversibilità all’ex coniuge in assenza di assegno divorzile

Niente pensione di reversibilità in assenza di assegno divorzile. Il percepimento di una somma sulla base di un accordo con l’ex coniuge non integra i requisiti di legge per il diritto alla pensione di reversibilità.

L’art. 9 della legge n. 898 del 1970 subordina il diritto alla pensione di reversibilità da parte dell’ex coniuge (o ad una quota di essa nel caso vi sia un coniuge superstite) alla circostanza che l’ex coniuge divorziato sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5 della medesima legge.
Al fine del percepimento della pensione di reversibilità o di una sua quota occorre “l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del tribunale” così come previsto dall’art. 5 della Legge 28 dicembre 2005, n. 263, recante interpretazione autentica delle disposizioni di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898.
Ne consegue che, ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità, non è sufficiente la mera debenza in astratto di un assegno di divorzio, e neppure la percezione in concreto di un assegno di mantenimento in base a convenzioni intercorse tra le parti, occorrendo invece che l’assegno sia stato liquidato dal giudice nel giudizio di divorzio ai sensi dell’art. 5 della legge, ovvero successivamente, quando si verifichino le condizioni per la sua attribuzione ai sensi dell’art. 9 (cfr. Cass., Sez. lav., 18/11/2010, n. 23300; Cass., Sez. I, 1/08/2008, n. 21002; 24/05/2007, n. 12149);
Nella fattispecie l’ex coniuge percepiva sì un importo mensile a seguito dello scioglimento del matrimonio con il defunto marito e fino al decesso di quest’ultimo, pur tuttavia tale importo non era stato determinato nella sentenza di divorzio ma costituiva il frutto di un accordo raggiunto dai coniugi all’udienza presidenziale, cui non aveva fatto seguito la proposizione di una domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile.
È altresì pacifico che in riferimento all’assegno divorzile, la giurisprudenza di legittimità ha costantemente ribadito il principio secondo cui il riconoscimento del relativo diritto presuppone un’apposita domanda della parte interessata (cfr. Cass., Sez. 6, 14/04/2016, n. 7451; Cass., Sez. 1, 15/11/2002, n. 16066; 7/05/1998, n. 4615), precisando che la stessa dev’essere formulata nella fase contenziosa successiva all’udienza presidenziale, ed escludendo la possibilità di valorizzare, a tal fine, le istanze formulate in detta udienza, in quanto esclusivamente correlate ai provvedimenti temporanei ed urgenti (cfr. Cass., Sez. 1, 26/06/1991, n. 7203);
Ne deriva che l’accordo intervenuto tra le parti all’udienza presidenziale non può essere assimilato ad una statuizione sull’assegno divorzile contenuta in sentenza.
Nella fattispecie in commento è stato quindi accolto il ricorso della coniuge superstite, la quale si è vista attribuire l’intera quota di pensione reversibile, mentre nulla è stato attribuito alla ex coniuge proprio per l’assenza della previsione in sentenza di un assegno di mantenimento.

Art. 5 Legge 28 dicembre 2005, n. 263
1. Le disposizioni di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, si interpretano nel senso che per titolarità dell’assegno ai sensi dell’articolo 5 deve intendersi l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del tribunale ai sensi del predetto articolo 5 della citata legge n. 898 del 1970.

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