Nell’Antica Roma, p.d. XIII, XV et XVI Idus Maias (27, 29 e 30 maggio): Ambarvalia

27-29-30 maggio RomaForoRomanoCuriaSuovetaurilia

Feste con processioni atorno ai campi, per propiziare i raccolti, in onore di Dia, Terra e Cerere. Con sacrificio di una scrofa, un toro ed una pecora, in una celebrazione condotta dai Fratres Arvales, dodici sacerdoti che rappresentavano i dodici mesi dell’anno.

 

 

di Daniele Vanni

 

Festa dei campi in onore delle antiche divinità romane Dia e Terra; era celebrata dai Fratres Arvales, il collegio di dodici sacerdoti, con processioni intorno ai campi (donde il nome della festa) per propiziare i raccolti.

 

Ambarvalia – 27 maggio prima festa dai Fratres Arvales, collegio sacro di 12 membri solo maschi per la Bona Dea. Avevano rituali iniziatici e segreti.

 

Ambarvalia – 29 maggio seconda festa dai Fratres Arvales, dedicata a Cerere. Arva significa campi e il prefisso amb significa intorno.Gli Ambarvalia erano delle processioni che si svolgevano intorno ai campi per propiziare il raccolto, con relativi sacrifici di animali.

 

 

Ambarvalia – 30 maggio: Festività per propiziare la fertilità dei campi, celebrata in onore di Cerere

 

 

Gli Ambarvali erano una serie di riti che si tenevano nell’antica Roma alla fine di maggio per propiziare la fertilità dei campi, celebrati in onore di Cerere. In età regia venivano celebrati tra la quinta e la sesta pietra miliare da Roma, in località Festi, che a quel tempo indicava il confine dei territori dei Romani.

 

Durante queste celebrazioni si sacrificavano un toro, una scrofa ed una pecora che, prima del sacrificio erano condotti in processione tre volte attorno ai campi; i rituali prendono il loro nome da questo momento, derivando appunto da ambio (vado in giro) ed arvum (campo). Questo tipo di sacrificio in latino era chiamato suovetaurilia. Esistevano due tipi di queste feste, quelle pubbliche e quelle private. Quelle private, nei villaggi e nelle fattorie fuori Roma, venivano celebrate solennemente dai capifamiglia, accompagnati dai figli e dai servi. Quelle pubbliche si celebravano invece appena fuori città e vi partecipavano i dodici fratres arvales che procedevano alla testa della processione composta dai cittadini di Roma che possedevano terreni e vigneti. Nel corso della processione si elevavano preghiere alla dea Cerere.

 

La preghiera che veniva di preferenza recitata in queste occasioni era il Carmen Ambarvaleche recitava da un’iscrizione databile al 218 a.C.:

 

(LA)

« Oh Lari aiutateci,

non permettere Marte, che la rovina ricada su molti,

Sii sazio, crudele Marte. Vai oltre la soglia. Rimani fermo lì.

Invocate tutti gli dèi del raccolto.

Aiutaci oh Marte.

Trionfo, trionfo, trionfo, trionfo e trionfo! »

(IT)

« […] enos Lases iuvate

neve lue rue Marmar [si]ns incurrere in pleores

Satur fu fere Mars limen sali sta berber.

[sem]unis alternei advocapit conctos

enos Marmor iuvato.

Triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe. »

(CIL VI, 32388.)

 

Il sacrificio consisteva nella consacrazione di un maiale (sus), di un montone (ovis) e di un toro (taurus) generalmente al dio Marte, anche se poi solo il toro veniva sacrificato a questo dio, mentre il maiale veniva sacrificato alle divinità ctonie e gli agnelli o il montone al dio Quirino.

Il Suovetaurilia è di ascendenza indoeuropea.

La più antica testimonianza dei suovetaurilia – presenti, dunque, anche presso i Greci – è quella fornita da Omero nell’Odissea, dove si riferisce che l’indovino Tiresia esorta Ulisse a sacrificare un maiale, un montone e un toro al dio Poseidone; ancora nell’Odissea, si parla del medesimo sacrificio alla corte del re dei Feaci, Alcinoo.

Tale invocazione rituale era causata da qualsivoglia circostanza che richiedeva l’intervento degli dèi anche a seguito del presunto allontanamento della loro benevolenza. Oppure per invocarne i favori o ancora per rimediare a degli errori causati involontariamente, ad esempio proprio durante un sacrificio, il che, in questo caso, richiedeva un nuovo sacrificio con una vittima di maggiore valore.

Chi eseguiva il rito doveva disporre dell’autorità necessaria: un pater familias oppure un magistrato cum imperio.

 

Il rito veniva eseguito mediante delle modalità codificate:

davanti al tempio veniva posto l’altare (ara) con accanto un fuoco (foculus) su cui precedentemente erano state versate le libagioni di vino e incenso;

gli animali venivano introdotti nello spazio sacrificale addobbati di nastri sul capo (infulatae hostiae) e con un manto sulla groppa (dorsuale), mentre il sacrificante indossava la toga secondo il modo antico (cinctus Gabinus) ovvero con parte del capo coperto dalla stessa; introdotti gli animali venivano fatti circolare insieme agli officianti per tre volte intorno a coloro che dovevano purificare;

a questo punto i due assistenti del sacrificante (il praeco e il tibicen) avvertivano dell’inizio del rito richiedendo il silenzio per tramite il suono di uno strumento;

il sacrificante aspergeva quindi la vittima con il vino e con la mola salsa (farina di spelta bagnata dalla salamoia, così preparata dalle Vestali), passando successivamente la punta del coltello, senza tagliare, dalla testa alla coda dell’animale (pratica dell'”immolazione”), generalmente l’uccidere l’animale era compito di alcune persone predisposte e denominate uctimari (nei tempi più antichi invece era questo compito del sacrificante); fegato, cuore e polmoni della vittima, ovvero gli exta destinati agli dèi, venivano estratti, controllati (se presentavano dei difetti il rito veniva ristabilito con una nuova vittima denominata succidanea) e infilati su uno spiedo posto nel fuoco sull’altare e in questo modo inviati alle stesse divinità; tutto il resto, ciò che è tra ossa e pelle (uiscera), ovvero la carne dell’animale sacrificato, essendo profano e non sacro veniva consumato dai presenti.

Generalmente le divinità maschili richiedevano vittime di sesso maschile, così per le divinità femminili a cui venivano sacrificati animali di sesso femminile.

Giove e Giunone richiedevano il sacrificio di animali bianchi, il dio della notte Summānus animali neri, Vulcano quelli rossi.

Giove voleva maschi castrati, mentre Marte maschi intatti. Prima del raccolto agricolo erano sacrificate vacche “pregne” (fordae).La circostanza decideva anche se sacrificare animali adulti o più giovani.

 

Il sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”) è quel gesto rituale con cui dei beni (oggetti, cibo, animali o anche esseri umani), vengono tolti dalla condizione profana e consegnati al sacro, venendo per questo dedicati in favore di una o più entità sovrumane, come atto propiziatorio o di adorazione.

 

Il termine “sacrificio” ha tuttavia perso, nel lessico comune, quest’accezione religiosa per intendere in generale uno sforzo, la rinuncia a qualcosa in vista di un fine.

 

 

Anche a Roma il sacrificio riveste un’importanza fondamentale nella sua religio, a tal punto che Cicerone fa derivare quest’ultimo termine dalla necessaria accuratezza con cui esso deve essere eseguito:

 

(LA)

« qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerent diligenter retractarent et tamquam relegerent, sunt dicti religiosi ex relegendo, ut elegantes ex eligendo, diligendo diligentes, ex intelligendo intelligentes »

(IT)

« invece coloro che riconsideravano con cura e, per così dire, ripercorrevano tutto ciò che riguarda il culto degli dei furono detti religiosi da relegere, come elegante deriva da eligere (scegliere), diligente da diligere (prendersi cura di), intelligente da intelligere (comprendere) »

 

(Cicerone. De natura deorum II, 28;)

 

 

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