Nell’Antica Roma, 8 dicembre: Tiberinalia, Feste in onore di Tiberinus , il Dio Tevere

 

 

Il Tevere per i Romani era tutto: acqua per loro e per le loro greggi, luogo di pesca e di caccia, baluardo a difesa dai nemici, via di comunicazione e scambio, accesso al mare ed al sale che esportavano verso l’interno…tanto che ne fecero una divinità, che aveva condotto a riva, tra i giunchi, una cesta con dentro i suoi Gemelli fondatori!

In onore di Tiberinus, il Dio Tevere che aveva un santuario sull’isola Tiberina, oggi, si allestivano barche ornate di stoffe e fiori che scorrevano nel fiume rilasciando ghirlande sui cippi posti ai lati del Tevere. Si versavano in acqua anche offerte di vino.

 

 

 

di Daniele Vanni

 

 

L’Isola Tiberinaun grande occhio allungato di terra che fende il Tevere in due, che ne contrasta le piene, resistendo come una nave alla corrente,tanto che sembra risalire il corso di quello che un fiume sacro, una divinità, oggi di un colore informe, che sa comunque di inquinamento non di sacralità, chiuso tra due muraglioni di pietra che hanno escluso per sempre la Città Eterna dal suo fiume che le aveva donato la vita e i suoi abitanti, in perenne file di macchine che non vedono più neppure l’acqua, con quel po’ di riva che rimane dove passeggiano non divinità, ma pantegane grosse come un figlio di lupa al secondo mese, l’isola Tiberina era un luogo di ancestrali  e poi antichi culti, che s’astreavano dalle bionde acque allora divinizzate!

E il Dio Tevere, Tiberinus, le cui rappresentazioni marmoree si vedono ancora sul Campidoglio, aveva un santuario sull’isola. Che presto diventerà sacra alla medicina, ad Esculapio. Quando i suoi serpenti portati a Roma in nave, in vista dell’Isola si gettano nel Tevere, – oggi morirebbero, in poche ore! e non servirebbe l’intervento del Dio della Medicina! – e salgono sulle rive dell’Isola dove si fonda un tempio per le cure e dove ancora oggi c’è un’ospedale!

 

 

Il Tevere, connesso dalle antiche leggende con la fondazione di Roma, in particolare per l’episodio dell’abbandono di Romolo e Remo lungo le sue sponde, ebbe sempre un ruolo fondamentale per la vita e l’economia della città.

 

A sottolineare questo legame, ogni anno, l’8 dicembre, venivano celebrate, in onore del “Pater Tiberinus” le Tiberinalia, nell’anniversario della fondazione del tempio del dio sull’isola Tiberina; il culto, conosciuto grazie ad alcune testimonianze epigrafiche, consisteva in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti. Tra gli autori antichi, Virgilio in particolare ( Aen. VIII, 31 – 34 ) descrive il dio come un vecchio canuto, disteso lungo le sponde coperte di vegetazione e caratterizzato da corna, un attributo che ricorre frequentemente nelle immagini delle divinità fluviali in Grecia e Magna Grecia, ma che non è documentato per quanto concerne le raffigurazioni del Tevere.

 

L’8 dicembre gli antichi Romani festeggiavano i Tiberinalia. La leggenda raccontava che il vecchio Dio Tiberio un giorno cadde nel fiume Tevere dove annegò. Il suo spirito si trasferì nelle acque del fiume e da quel momento in poi il fiume prese appunto il suo nome attuale. Il dio Tiberio sfogò la sua rabbia rendendo il fiume pericoloso e molto impetuoso. Così l’8 dicembre i Romani diedero vita ai Tiberinalia, ossia a una serie di cerimonie di benedizione delle acque in modo tale che il Dio non scatenasse l’ira del fiume contro di loro.

 

La personificazione del fiume, non sempre distinguibile dall’immagine del dio, compare con una certa frequenza soprattutto nella scultura e sui rovesci monetali. L’iconografia non è una creazione originale romana, ma è riconducibile ad un tipo sviluppatosi in età ellenistica ed utilizzato con poche varianti e l’aggiunta di qualche attributo per i diversi fiumi e corsi d’acqua.   Il Tevere ha in genere le sembianze di una figura maschile barbata, dall’aspetto vigoroso, semi distesa, appoggiata ad un’ anfora, simbolo della sorgente, da cui sgorga dell’acqua. Le tempie sono cinte da una corona di foglie acquatiche, parte del busto e le gambe avvolte in un mantello; vari attributi, quali un ramo frondoso, la cornucopia, il remo, la prua di una nave, alludono alla prosperità dovuta al fiume e alla sua navigabilità.

 

Un insieme abbastanza cospicuo di pitture, sculture e bassorilievi sottolinea simbolicamente, attraverso il mito, il legame che collegava il Tevere alla nascita di Roma.  Il dio, infatti, assisteva come spettatore all’abbandono dei gemelli ed al loro ritrovamento da parte della lupa, sul frontone del tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto – noto da un rilievo inserito sulla facciata di Villa Medici – e su un’ara rinvenuta ad Ostia ( 124 d C. c.a. ), sulla base Casali al Vaticano ( fine II sec. d.C. ) oltre che su alcuni affreschi a Pompei, in un colombario sull’Esquilino e a Villa Adriana ( questi ultimi andati perduti).

 

A questo gruppo di raffigurazioni appartiene l’opera più famosa, la statua colossale in marmo bianco ( forse pentelico), ora al Louvre, datata ad età adrianea: venne rinvenuta nel 1512 tra S.Maria sopra Minerva e S.Stefano del Cacco, nell’area dell’antico Iseum Campense, dove era esposta insieme alla gemella statua del Nilo, scoperta l’anno successivo e conservata al Vaticano.

 

Il Tevere è semi disteso sulla base, increspata ad imitare la superficie dell’acqua, con cornucopia e remo, un manto drappeggiato sul braccio sinistro, affiancato dalla lupa che allatta i gemelli. Sul plinto rettangolare sono scolpiti a bassorilievo alcuni episodi mitici delle origini di Roma, ed in una scena in particolare sono riconoscibili alcune linteres – le leggere imbarcazioni utilizzate per la navigazione fluviale – ed una operazione di alaggio. Un’ immagine pressoché identica del Tevere è documentata sui rovesci dei coni monetali, che, nella maggior parte dei casi, non presentano una elaborazione autonoma dell’iconografia. Tra i primi vanno ricordati un sesterzio di Vespasiano ( 71 d. C. ), sul quale la personificazione di Roma, assisa sui sette colli, è affiancata da quella del Tevere, alcuni bronzi – sesterzi e dupondii – di Domiziano ( 88 a.C. ) ed un aureo dell’imperatore Adriano ( 119-122 d. C.). In seguito, su numerose monete di Antonino Pio, ricorrono costantemente gli attributi navali ( prua, remo ), a sottolineare la navigabilità del fiume. Due diverse iconografie, invece, compaiono sui rovesci di due emissioni, di Traiano e di Antonino Pio: sulle prime (103-111 d. C.) la personificazione del Tevere (è opportuno dire che non tutti concordano con questa identificazione) atterra una figura femminile, la Dacia, a commemorare le conquiste dell’imperatore in quella regione; sulle monete di Antonino Pio, coniate nella zecca di Alessandria (140-144 d.C.), le personificazioni del Nilo e del Tevere si stringono la mano.

 

 

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