Nell’Antica Roma, 6 Ottobre: Dies Ater , sacro ai Mani

 

Un giorno…nero, quindi infausto! Da qui il colore che noi associamo alla morte e che naturalmente non è così in tutti i popoli o religioni.

Anticipando di circa un mese le nostre festività cristiane, addossatesi a quelle celtiche e nordiche, i Romani festeggiavano ieri i morti ed oggi le divinità dell’Oltretomba, diventate, ieri, nel mondo cristiano, i Morti e i Santi.

 

 

 

di Daniele Vanni

 

 

DEMETRA E ADE

 

6 OTTOBRE – DIES ATER, MANIBUS SACER

 

Trattasi di un antico nome romano per un giorno di calendario in cui ci si deve aspettare una catastrofe o il ripetersi di un disastro storico memorabile che si è già verificato.

E’ quindi un giorno triste, sacro ai Mani, gli spiriti degli antenati o, se volete, le anime dei defunti.

 

Il giorno successivo alle Calende, alle None e alle Idi era considerato giorno sfortunato (dies ater, cioè nero, che era il colore con cui si rappresentavano i giorni infausti).

Maledetti erano anche i dies religiosi o vitiosi, giorni ritenuti superstiziosi in ricordo di gravi calamità, e il 6 ottobre era uno di questi, purtuttavia veniva festeggiato con cerimonie sacre.

 

Nei Fasti romani, si denominavano atri i “postriduani”, i “pomeriggi” (da postridie “il giorno seguente”) dei giorni iniziali mensili dei calendari, nons e identitari, tanto che ogni mese aveva un totale di tre atri, cioè il secondo, il sesto o l’ ottavo e il quattordicesimo o sedicesimo giorno del mese.

 

Secondo Verrio Flacco, citato da Aulus Gellius (Noctes Atticae 5,17,17,1f.), la denominazione venne dalla sconfitta dei Romani contro i Galli nella battaglia di Allia (387 o 390 a.c.): però la battaglia di Allia, e su questo gli altri studiosi sono concordi, avvenne il 18 luglio e non il 6 ottobre.

 

“Perché questa sconfitta avvenne nella notte dell’Iden e perché si ricordava da questa occasione che Roma era già stata più spesso tenuta nella speranza del favore dell’ Iden (titario), questo è in linea con l’osservazione preliminare di Gellius secondo cui quest’ ultimo è stato descritto e trattato come “dictos habitosque atros”, cioè come “giornate nere”.

 

In relazione a questo termine tecnico, ma senza vincolo di giorni di calendario speciali, questo termine si è trasformato in un termine generale per “giorno infelice”. MUNDUS CERERIS: era la fossa posta nel santuario di Cerere, consacrata agli Dei Mani. Restava chiusa tutto l’anno ad eccezione di tre giorni (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre, quando si apriva la porta di accesso sotterraneo ai tristi Dei inferi: Mundus Patet).

 

 

LA PORTA DEGLI INFERI

 

Plutarco utilizza il termine Telete per tale rito, termine greco riservato ai sacri misteri, e in effetti Demetra che a Roma si chiamava Cerere e sua figlia Proserpina (Persefone) avevano a che fare col mondo dei morti, dove regnavano Ade e Proserpina,cioè Plutone e Persefone. L’apertura del Mundus era un momento dovuto ma pericoloso, perché, secondo Macrobio, il Mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

 

Però il Mundus, a Ottobre, veniva aperto il 5 e poi richiuso nello stesso giorno, tuttavia le cerimonie della festività proseguivano il giorno 6, come festa del Dies Ater.

 

Dunque se il 5 era festa dei morti il 6 era festa delle divinità dell’oltretomba: Ade, Cerere e Proserpina in cui Ade spesso identificato con Dioniso nella festa romana diventava l’italico Bacco. Pertanto la festa era “atra” ma pure spumeggiante di vini e pure di tavole imbandite. Era il collegamento della vita con la morte, era il cogli l’attimo, il “carpe diem”, il vivi che la vita è breve.

 

Pertanto nel giorno “atro” si festeggiava la gioia dell’essere vivi. una gioia che si adattava benissimo ai legionari, che sembra avessero molto a cuore questa giornata e tutti i dies atri, essendo essi stessi spesso nella condizione di sopravvissuti alle battaglie e alle guerre. Era pertanto particolarmente sentita dai veterani, scampati a tante battaglie. Compiuti pertanto i sacrifici agli Dei Ctonii, in genere una scrofa, se ne dividevano le carni, si cuocevano le focacce e si libava tanto agli Dei Ctonii quanto agli Dei Mani, in genere antenati protettori dei pronipoti vivi.

 

 

 

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