Nell’Antica Roma, 5 Ottobre: Mundus Cereris, Mundus patet: il mondo è aperto all’al di là!

Non a caso ieri era la giornata del Digiuno di Cerere: perché oggi, era il mundus Cereris e mundus patet: cioè l’apertura del mondo dei vivi a quello dei morti!

di Daniele Vanni

Non a caso ieri era la giornata del Digiuno di Cerere: perché oggi, era il mundus Cereris e mundus patet: cioè l’apertura del mondo dei vivi a quello dei morti!

Se si pensa alle nostre feste dei Morti e dei Santi, un po’ posticipate, per lo sviluppo tecnologico e sociale e per l’influenza di popolazioni celtiche e nordiche, si capisce bene che queste “aperture” al mondi di là, hanno tutte un legame con il cambio della stagione che dal momento del sole, della luce, dell’amore, passa a quella del buio, del freddo…della morte! Della natura, ma anche degli esseri animali che dovranno affrontare una prova durissima, facendo fronte con le scorte di cibo rimesse,perché la natura non offrirà nulla o quasi, se non pioggia, gelo e neve!

Queste le celebrazioni di Cerere, legate ai Misteri Eleusini di Demetra che fanno parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica, che se da una parte attinge ai culti iniziatici greci, dall’altra palesa un’origine del rituale collegata alla matrice etrusca.

“Mundus”, si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata agli dèi Mani, che ha forma circolare, a ricordare la volta celeste e l’universo tutto. Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato, che veniva scavato al centro della città, al congiungimento degli assi di decumano e cardo. La fossa rimaneva chiusa per tutto l’anno, ad eccezione di tre giorni in cui mundus patet: il mondo si apriva!

Il rito prevedeva infatti, che il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre il mundus fosse aperto e pertanto quei giorni erano segnati nel calendario con la dicitura mundus patet, il mundus è aperto.

L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, (un po’ come avviene nella Festa di Halloween) i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale.

Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto).

Lo stesso termine di Mundus designa il “mondare” e il “purificare”,così come le consonanti ‘m-n-d’ sono le stesse della radice indoeuropea che richiama alla parola “bocca”, “utero”.

In quanto rito purificatorio, al pari del battesimo e di altre cerimonie consimili, il rito di apertura del mundus aveva un carattere iniziatico, in quanto la purificazione è l’operazione sacra che immediatamente e necessariamente precede l’inizio di una nuova vita, individuale (iniziazione propriamente detta) o collettiva (rito religioso), inoltre si tratta di un rito dal carattere ctonio con valenze anche agricole (il 24 agosto era la vigilia degli Opiconsiva, festa che consacrava la messa al riparo del raccolto), cosa che richiama fortemente le valenze originarie di Cerere: che la vedevano non solo come divinità che fa crescere le messi, ma anche come guardiana della fecondità umana, dei fenomeni tellurici e del mondo sotterraneo dei morti.

Non a caso, il mundus mette in comunicazione l’esterno della Terra con il mondo sotterraneo e gli dèi inferi che le abitano.

Il rituale del “mundus patet” (il mundus è aperto), che si compiva per tre volte ogni anno, era il momento in cui le anime dei defunti potevano ritornare nel mondo dei vivi e aggirarsi a loro piacimento per la città.

Da qui, l’obbligo severo, tradito e contraddetto dalla società consumistica, che tutto travolge e tutto travolge, di non uscire per la notte di Halloween, per paura che le anime trapassate non si impossessassero dei vivi! pensate invece a cosa è diventata questa festa occasione per travestirsi e fare un carnevale tutta la notte!

Spesso è stata messa in risalto, proprio, l’analogia del rituale con quella della festa di Halloween, ma anche con la fossa scavata da Ulisse all’ingresso dell’Ade, nel XI libro dell’Odissea (di questa correlazione si fa menzione nel saggio Omero nel Baltico di Felice Vinci).

Come dire un sentire che accumunava tante antiche popolazioni, dai Greci, agli Etruschi, ai Romani, ai Celti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ade (regno)

 

Ade (in greco antico Ἅιδης, traslitterato in Áidēs) identifica il regno delle anime greche e romane (chiamato anche Orco o Averno). In realtà, è solo una trasposizione del nome del dio: si voleva identificare il regno col suo stesso re.

 

Il regno dei morti greco/latino era, al contrario di quello ebraico e cristiano, un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva persino accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali.

 

Per quanto riguarda la geografia e la topografia degli Inferi, Omero (nell’Odissea) non gli dà un carattere di vero e proprio “regno” esteso, ma lo descrive solamente come una sfera fisica oscura e misteriosa, perlopiù preclusa ai viventi, dove soggiornano in eterno le ombre (e non le anime) degli uomini senza apparente distinzione tra ombre buone ed ombre malvagie, e senza nemmeno un’assegnazione di pena o di premio in base ai meriti terreni.

 

Nella tradizione greca, uno degli ingressi all’Ade si trovava nel paese dei Cimmeri, che si trovava al confine crepuscolare dell’Oceano, e proprio in questa regione remota Odisseo dovette recarsi per discendere all’Ade ed incontrare l’ombra dell’indovino Tiresia; nella tradizione romana, invece, uno degli ingressi infernali si trovava vicino al lago dell’Averno (che poi divenne il nome del regno infernale stesso), dal quale Enea discese insieme alla Sibilla cumana.

 

Per accedervi bisognava superare prima Cerbero, poi attraversare l’Acheronte versando un obolo al terribile Caronte e raggiungere i tre giudici Minosse, Eaco e Radamanto i quali emettevano il loro verdetto. Nell’Ade vi erano cinque fiumi: Stige, Cocito, Acheronte, Flegetonte e Lete, l’acqua di quest’ultimo aveva la caratteristica di far perdere la memoria a chi la beveva. Narra Platone, nella “Repubblica”, che le anime dei morti, ormai purificate dai peccati, vengono trasportate da vortici di fuoco e poggiate al suolo. Qui scelgono la loro prossima vita, e successivamente bevono l’acqua del fiume Lete. Si dice che Ulisse, avendo molto patito nella vita precedente per l’ònere di essere re, scelse una vita semplice, agricola, che non avrebbe mai procurato fastidi. Agamennone, stanco per la diffidenza umana, decise di vivere tramutato in aquila.

 

L’Ade, che accoglie le anime di tutti i defunti tranne i morti rimasti insepolti, alle volte viene confuso con una sua sezione, Tartaro, il luogo in cui si trovano sia i Titani che invano tentarono di sconfiggere gli dei Olimpi, sia quei mortali puniti per i loro gravi misfatti come Tantalo, Sisifo, le Danaidi; e questo più che altro sulla base dell’iconografia cristiana relativa all’Inferno. Le anime di coloro che in vita non furono né malvagie né straordinariamente virtuose si aggirano invece sul Prato degli Asfodeli, un luogo bello ma debolmente illuminato: le anime più nobili, infine, accedono nei luminosissimi Campi Elisi, o secondo alcuni autori, alle Isole Fortunate. Virgilio aggiunge i Campi del Pianto, riservati ai morti suicidi e a coloro che in vita furono travolti dalla passione, e una sezione che accoglie tutti i caduti in guerra d’animo non malvagio e onorevolmente sepolti. I morti senza tomba, invece – tale fu la sorte di Icaro, Tarquito, Palinuro, Mimante, Oronte, Ennomo, Licaone, Asteropeo, forse anche Ippoloco, il figlio di Antimaco – vagano senza sosta al di fuori del regno, secondo alcuni autori per sempre, secondo altri per cento anni, sempre che qualcuno sulla terra non provveda a onorare i loro resti; qualora ciò succeda, essi possono finalmente varcare la soglia dell’Ade (fu quanto accadde a Polidoro, figlio di Priamo ed Ecuba, il cui corpo in un primo tempo era stato seppellito solo parzialmente) ed essere anche loro in grado, come tutti gli altri defunti, di scrutare ciò che succede tra i vivi, e gli eventi futuri (secondo Omero, invece, nessuno spirito ha questo potere, tranne Tiresia).

 

 

 

 

Cuma (Cumae in latino) è un sito archeologico della città metropolitana di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli, localizzato nell’area vulcanica dei Campi Flegrei.

 

Il nome deriva dal nome greco Κύμη (Kýmē), che significa “onda”, facendo riferimento alla forma della penisola sulla quale è ubicata.

 

Cuma fu la colonia che diffuse in Italia la cultura greca, diffondendo l’alfabeto Calcidese, che sarebbe stato, forse, assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini.[senza fonte]

 

Intimamente legato a Cuma è il mito della Sibilla Cumana. Già dal terzo libro dell’Eneide è scritto che Enea, se vorrà finalmente trovare la terra destinata al suo popolo dagli dei, dovrà recarsi ad interrogare l’oracolo di Cuma (Eneide, III, 440-452). Attualmente l’antro della Sibilla costituisce un’attrazione turistica di notevole interesse.

 

 

Campi Elisi

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Abbozzo mitologia greca

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Le anime beate nei Campi Elisi

I Campi Elisi, o Eliseo — talvolta identificati con le Isole dei beati o Isole Fortunate — sono, secondo la mitologia greca e romana, il luogo nel quale dimoravano dopo la morte le anime di coloro che erano amati dagli dèi. Nell’Eneide di Virgilio, Enea, dopo la sua fuga da Troia, arriva in Campania, a Cuma, per consultare la Sibilla; ella lo accompagna fino ai campi Elisi, dove incontra suo padre Anchise, deceduto da poco. Nell’Odissea, invece, Omero ricorda che i Campi Elisi saranno la destinazione di Menelao, amato appunto dagli dèi poiché genero di Zeus e marito di Elena, dandoci anche una descrizione del luogo (libro IV, 702-712): un luogo in cui per i mortali la vita è bellissima, mai toccata da neve o pioggia, né dal freddo, ma con eterni soffi di zefiro, rinfrescanti per gli uomini, mandati da Oceano. I Campi Elisi si presentano come immensi campi fioriti, dove si vive perennemente sereni.

 

Tartaro (mitologia)

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Il Tartaro

«Tanto è profondo il Tartaro oscuro sotto la terra:

se un’incudine di bronzo cadesse dal cielo, dopo nove notti

e nove giorni, al decimo arriverebbe a terra

– e così è profondo sotto la terra anche il Tartaro oscuro,

che se un’incudine di bronzo cadesse dalla terra, dopo nove notti

e nove giorni, al decimo arriverebbe al Tartaro»

(Esiodo, Teogonia, vv. 721-25).

Tartaro (in greco antico Τάϱταϱος, traslitterato in Tártaros) indica, nella Teogonia di Esiodo, il luogo inteso come la realtà tenebrosa e sotterranea (katachthònia), e quindi il dio che lo personifica, venuto a essere dopo Chaos e Gaia. Zeus vi rinchiuse i Titani, stirpe divina e padri degli dei dell’Olimpo, dopo averli sconfitti a seguito della Titanomachia. Lì, inoltre, si trovavano altri mostri come, ad esempio, le Arai. [1]

 

Sempre in Esiodo,[2] Tartaro è considerato il procreatore, insieme con Gaia, di Tifeo.

 

Secondo Graziano Arrighetti, Esiodo rende la posizione spaziale del Tartaro incongruente, dacché mescola descrizioni “orizzontali” e “verticali”, ossia dipinge il luogo come “ai confini della terra” (v. 731) e contemporaneamente come al di sotto della terra (v. 720 sgg.). La questione è insormontabile.[3] Nella visione verticale viene descritto come una voragine buia, talmente profonda che lasciandovi cadere un’incudine questa avrebbe impiegato nove giorni e nove notti per toccarne il fondo.[4]

 

In Apollodoro (Biblioteca I,1,2) Tartaro è il luogo tenebroso dell’Ade dove Urano rinchiuse i Ciclopi.

 

Col tempo la parola Tartaro venne confusa e assimilata a una generica definizione di inferno: già con Virgilio (70 – 19 a.C.) che, nell’Eneide, divide gli inferi fra Tartaro e Campi Elisi.[5]

 

Indice  [nascondi]

1       Influenza culturale

2       Note

3       Bibliografia

4       Voci correlate

5       Altri progetti

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Al Tartaro sono intitolati i Tartarus Montes su Marte[6].

 

Note[modifica | modifica wikitesto]

^ Esiodo, Teogonia, 617 e sgg.

^ Teogonia 820 e sgg.

^ Esiodo, Teogonia, I classici del pensiero libero greci e latini n° 45, Corriere della Sera, Lego, 2012, pag. 90-1.

^ Esiodo, Teogonia, v. 720-3

^ I miti greci, Robert Graves, capp. 103 e 134.

^ (EN) Tartarus Montes, su Gazetteer of Planetary Nomenclature. URL consultato il 21 dicembre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Omero, Odissea XI 624

Omero, Iliade VIII 362-9

 

Paradiso

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Il paradiso secondo Jan Brueghel il Vecchio

 

Paradiso Tempera su cotone, 21x30cm, Otgonbayar Ershuu

Il termine paradiso indica un luogo utopico sereno e non soggetto al trascorrere del tempo, caratterizzato da pace e felicità. Nel contesto di numerose religioni si riferisce alla vita eterna beata dei defunti.

 

Il termine deriva dal sanscrito paradesha o “paese supremo”, più tardi occidentalizzato[senza fonte] in pairidaeza (iranico) che è un composto di pairi- (attorno) e -diz (creare), paràdeisos (greco), pardes (ebraico), partez (armeno) (giardino) e paradisus (latino), da cui derivò in italiano paradiso.

 

Fonti come Senofonte usavano questo termine per indicare il famoso giardino “paradiso” imperiale persiano, simbolo visibile della capacità ordinatrice (cosmetica) del sovrano, contrapposta al resto del mondo (caotico) che sfuggiva al suo dominio. Si trattava di zone di altopiano e di agricoltura pluviale recintate, con vegetazione lussureggiante, in netto contrasto con i terreni circostanti semi-aridi e abbandonati a se stessi, che si diffusero sotto i primi imperatori achemenidi e da cui trasse origine la leggenda dell’Eden.[1] Le tre principali derivazioni occidentali del termine (ebraico pardès, persiano pairidaēza e greco paràdeisos), contengono infatti la stessa idea fondamentale di un parco o giardino.

 

L’accezione attuale di “paradiso”, che oggi è inteso come “i cieli” o comunque luogo di piacere finale, deriva dal significato della parola greca paràdeisos usata nella Bibbia dei Settanta per indicare il giardino dell’Eden.

 

Campi Elisi

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Le anime beate nei Campi Elisi

I Campi Elisi, o Eliseo — talvolta identificati con le Isole dei beati o Isole Fortunate — sono, secondo la mitologia greca e romana, il luogo nel quale dimoravano dopo la morte le anime di coloro che erano amati dagli dèi. Nell’Eneide di Virgilio, Enea, dopo la sua fuga da Troia, arriva in Campania, a Cuma, per consultare la Sibilla; ella lo accompagna fino ai campi Elisi, dove incontra suo padre Anchise, deceduto da poco. Nell’Odissea, invece, Omero ricorda che i Campi Elisi saranno la destinazione di Menelao, amato appunto dagli dèi poiché genero di Zeus e marito di Elena, dandoci anche una descrizione del luogo (libro IV, 702-712): un luogo in cui per i mortali la vita è bellissima, mai toccata da neve o pioggia, né dal freddo, ma con eterni soffi di zefiro, rinfrescanti per gli uomini, mandati da Oceano. I Campi Elisi si presentano come immensi campi fioriti, dove si vive perennemente sereni.

 

 

 

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