Nell’Antica Roma, 3 Agosto: Festa della Vittoria, con proprio altare nel Senato

 

Anche se la data “imperiale” è quella del 28 Agosto

 

di Daniele Vanni

 

 

 

Vittoria (latino: Victoria), nella mitologia romana è la dea personificante la vittoria in battaglia ed era associata a Bellona.

 

Identificata con la greca Nike, era raffigurata come una giovane donna alata.

A Roma aveva un tempio sul Palatino.

Il culto di Victoria crebbe verso la fine della Repubblica, e la Victoria Augusti fu sotto l’impero la costante divinità titolare degli imperatori.

 

Silla, dopo la vittoria nella Battaglia di Porta Collina, istituì giochi speciali in onore della dea, ed identica cosa fece successivamente Giulio Cesare.

 

Nella curia del Senato romano, a partire dall’anno 29 a.C. in onore della disfatta di Marco Antonio, c’era un altare con la statua d’oro della Vittoria strappata ai Tarantini.

La statua ritraeva una donna alata che portava una palma ed una corona di lauro.

Nel 382, l’imperatore cristiano Graziano decise di fare togliere l’altare dal Senato.

Questo fatto oppose in aspra polemica il pagano senatore Quinto Aurelio Simmaco al vescovo Ambrogio di Milano.

 

Le vittorie alate sono alla base dell’iconografia cristiana degli angeli.

 

In verità: “Hoc die ara Victoriae in Curia dedicata est”. era questa la dicitura che gli antichi calendari romani riportavano sotto la data del 28 agosto.

Era il 29 a.C. e proprio il 28 agosto l’imperatore Augusto faceva erigere in pieno Senato (che da allora si sarebbe chiamato Curia Julia) l’altare della Vittoria.

 

 

L’occasione era quella di celebrare la vittoria ottenuta nel 31 a.C. ad Azio contro Marco Antonio e Cleopatra.

La statua, di bronzo dorato e ricoperta di gemme preziose, raffigurava la Dea alata con la testa cinta di una corona d’alloro e i piedi nudi su un globo.

Era stata sottratta dai Romani ai Tarantini al tempo della vittoria conseguita su Pirro nel 272 a.C.

 

Come sempre, in ciò che accadeva per volontà di Augusto, l’intento prosaico – celebrare una vittoria militare e politica – acquistava una dimensione superiore: grazie alla statua della Dea, il Senato acquisiva valenza di templum.

I senatori, all’entrata in aula, erano soliti bruciare dell’incenso alla Vittoria. In un periodo in cui molti dei patres venivano da fuori Roma, inoltre, la statua rappresentava il simbolo dell’Urbe e della sua unità, attorno a cui si stringeva la sua aristocrazia politica.

Ma, se proprio si vuole fare della dietrologia e della psicoanalisi poltica, Augusto Pontifex Maximus, aveva trasformato i sentori, in presbiteri, celebranti la funzione di incensare l’impero!

E da allora, la vittoria non era di Roma, ma dell’imperatore: anche p rima si celebrava il generale, il dux, l’imperator che reggeva le legioni vittoriose, ma lì, il condottiero era quasi un prestatore d’opera e di ingegno, per Roma: da adesso, ma già prima con Cesrae , e per qualche verso ancor prima con Mario e Silla, ad esempio sui Cimbri, non era tanto la vittoria di Roma,  ma la vittoria del singolo che così si proiettava ai vertici dello stato!

 

Giova ricordare che la Vittoria aveva invece, a Roma un culto antichissimo, precedente alla fondazione stessa della città.

Lo stesso Romolo avrebbe collocato in un tempio una propria immagine in cui il fondatore veniva incoronato dalla Vittoria.

È probabile che la gens dei Valerii tributasse alla Dea un culto familiare ereditario.

 

 

Roma non tributava onori alla Vittoria perché vinceva. Al contrario: dominava perché nella sua identità ancestrale era indelebilmente inscritto il culto della Vittoria, sin da quando sui sette colli c’erano solo paludi e qualche tribù asserragliata contro i nemici, contro un ambiente malsano, contro il destino e non c’era davvero nessuna conquista da celebrare.

È l’essere sulle frequenze spirituali della Vittoria che fa vincere.

E se questa cade, come avvenne per un fulmine che la sradicò dal piedistallo, furono le statue minori, sottostanti a fermarne la caduta, confermando l’idea e la convinzione profonda che la vittoria avrebbe arriso per sempre a Roma-Caput Mundi!

 

Già queste brevi note fanno comprendere quanta importanza assumesse quell’altare. Non si trattava di un abbellimento estetico: in quella statua c’era il segreto di Roma stessa. Ecco perché attorno all’altare, in seguito all’affermarsi del cristianesimo, si creò una polemica molto famosa.

 

L’imperatore Costanzo II, cristiano di confessione ariana, la fece rimuovere nel 357.

Grazie a Giuliano, il difensore della tradizione degli avi, la statua tornò però al suo posto.

Anche il suo successore, Valentiniano I, la lasciò dov’era. Nel 382 il figlio e successore di quest’ultimo, Graziano (375-383), ordinò nuovamente di rimuoverla.

Nel 392 Eugenio, cristiano tollerante, fece ricollocare l’altare e la statua nella Curia per ringraziare i senatori pagani del sostegno avuto.

Il 6 settembre del 394 Eugenio fu però sconfitto da Teodosio che fece rimuovere definitivamente l’altare.

 

Scrive Renato Del Ponte: “Era come se da parte di uno dei due contraenti venisse rescisso un antico contratto: quello che, a partire dai tempi mitici di Romolo e Numa, era stato stipulato fra res publica Romanorum e le potenze divine col fine ultimo della tutela e della conservazione dello Stato stesso. Senza un riconoscimento pubblico, giuridicamente valido, i culti sarebbero rientrati nella sfera privata e sopravvissuti grazie a lasciti privati e gentilizi, ma lo Stato avrebbe perso la sua anima, diventando un’entità desacralizzata con conseguenze gravissime facilmente immaginabili: la caduta dello Stato stesso, abbandonato da quelle forze divine che l’avevano sostenuto per tanto volgere di secoli”.

 

A partire dall’altare della Vittoria, nacque un vero dibattito teologico-politico.

Nel 384, infatti, il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco si recò a Milano e indirizzò ai tre imperatori Valentiniano II, Teodosio I e Arcadio la Relatio tertia in repetenda ara Victoriae, in cui perorava la restaurazione dell’altare e del culto della Vittoria.

 

Nel suo testo, l’esponente dell’aristocrazia pagana chiedeva “la stabilità della religione che ha giovato a lungo allo Stato”.

 

Simmaco cita anche gli imperatori cristiani tolleranti e invita le supreme autorità a rifarsi, se non alla devozione degli antichi imperatori, quanto meno alla condiscendenza dei più recenti. “Quell’altare – proseguiva – tiene insieme la concordia di tutti, quell’altare giova alla fedeltà dei singoli”.

 

Malgrado l’offesa subita dalla religione romana, il tono è comunque conciliante: “Per gli Dei patrii, per gli dei indigeti, chiediamo la pace. È giusto credere in un unico essere, quale che sia. Osserviamo gli stessi astri, ci è comune il cielo, ci circonda il medesimo universo: cosa importa se ciascuno cerca la verità a suo modo? Non c’è una sola strada per raggiungere un mistero così grande”.

 

A Simmaco, risponderà il vescovo di Milano Ambrogio, il quale indirizzò a Valentiniano due lettere, per contrastare ogni restaurazione dei culti pagani. Il tono e le argomentazioni cambieranno radicalmente: il Dio dei cristiani è ora definito l’unico Dio, “Egli solo, infatti, è il vero Dio che viene venerato nell’intimo dell’animo: ‘gli Dei dei Gentili sono cose demoniache’, dice la Scrittura”.

 

Il tempo della pietas è finito. Inizia il tempo degli “uomini che fuggono la luce” di cui parla Rutilio Namaziano, di quelli che Libanio, il maestro di retorica devoto a Giuliano, definiva “uomini vestiti di nero, che mangiano più degli elefanti” e che “si scagliano contro i templi portando legna, pietre e ferro. E quelli che non ne hanno usano mani e piedi. Poi i tetti vengono buttati giù, i muri sfondati, le statue abbattute, gli altari rovesciati, i sacerdoti indotti al silenzio o costretti a morire”.

 

 

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