Nell’Antica Roma, 27 Agosto, alla Fine della Canicula, Feste di Volturnalia, per propiziare la prossima stagione del vento Volturnus (Scirocco) a protezione dei raccolti

 

Tutte le feste antiche romane, ruotavano attorno all’agricoltura ed ai cicli stagionali: questa non fa eccezione: dedicata ad un dio di origine etrusca (da qui gli agganci con il fiume Volturno e Capua, da dove gli Etruschi trassero il loro alfabeto greco) e l’Autunno incipiente con i venti di scirocco che potevano danneggiare i campi con l’asciuttore e soprattutto la vite.

 

 

di Daniele Vanni

 

Nel’Antica Roma, 27 Agosto, alla Fine della Canicula, Volturnalia, per propiziare la prossima stagione del vento Volturnus (Scirocco) a protezione dei raccolti.

Data d’istituzione: tradizionalmente da Numa Pompilio (VIII – VII secolo a.C.)

 

I Volturnalia erano la festa dedicata nell’antica Roma al dio Volturno (latino: Vulturnus o Volturnus).

Venivano celebrati il 27 agosto a Roma da un flamine preposto al culto di Volturno e chiamato Flamen Volturnalis. Questo sacerdozio a detta di Varrone reatino sarebbe stato istituito da Numa Pompilio, il secondo re di Roma nella storiografia tradizionale. Si tratterebbe quindi di una tra le più antiche festività romane.

 

Secondo Gellio, i Romani chiamavano Volturnus uno dei venti dell’est, presumibilmente lo Scirocco, visto che in un passo di Columella si riferisce che nella provincia Betica era necessario coprire le viti con delle stuoie al levarsi in cielo della Canicula, perché altrimenti a quell’epoca il nocivo vento di sud-est chiamato Volturnus avrebbe bruciato l’uva come una fiamma. Da qui nasce l’idea che i Volturnalia fossero un sacrificio propiziatorio di natura agraria al vento Volturno, a protezione dei raccolti.

 

Tuttavia sono state proposte anche altre interpretazioni, in particolare quella che i Volturnalia fossero una festa fluviale dedicata al fiume Tevere divinizzato. Sulla base dell’esistenza di una festività che si teneva nell’antica Capua in onore del dio campano eponimo del fiume Volturno, alcuni autori hanno ritenuto che anche i Volturnalia romani potessero avere un carattere simile. All’interno di questa ipotesi è stato proposto che dio e festività fossero stati importati a Roma dall’ antica Campania, che il nome Volturno potesse essere stato riferito dai romani al Tevere “a volvendo”, cioè dal vocabolo indicante il moto delle acque e che il termine flaminis ricorrente a proposito dei Volturnalia in un antico calendario romano originale (il cd. Capranica) fosse da rileggere come fluminis . Tuttavia queste ipotesi sembrano difficilmente sostenibili, specie alla luce del già citato passo di Varrone reatino che attribuisce un’origine arcaica e prettamente romana alla festività e rende quindi improbabile un’importazione dalla Campania.

 

Oltre ad una certa confusione tra la divinità campana e quella romana che si è avuta nella poesia classica e nella filologia meno recente, c’è anche chi ha sostenuto, un’identificazione tra Volturno e Vertumno (latino: Vertumnus o Vortumnus), antico dio romano della natura che si trasforma e dei mutamenti stagionali e no, vedendo in entrambi degli aspetti di Giano, ma anche questa interpretazione risulta difficile da sostenere, poiché Vertumno aveva, sempre secondo Varrone, una sua propria festa, i Vertumnalia, che si tenevano in una differente occasione.

 

 

 

Volturno (divinità)

 

Volturno (latino Volturnus o Vulturnus) è il nome di una divinità etrusca, ammessa nel pantheon romano alla fine delle guerre contro i popoli etruschi. La divinità era venerata a Roma, nel Velabro, quartiere etrusco della città, ove le era stato dedicato un tempio.

Era venerato in Campania nella zona di Capua, antico limite territoriale della civilizzazione etrusca, (da qui gli Etruschi trassero l’alfabeto greco) ove veniva venerato come fiume.

 

Volturno romano ed etrusco

 

Era ritenuto dalla storiografia di inizio ‘900 un dio romano, omonimo del fiume campano e a Roma patrono del vento caldo di sud-est (il moderno Scirocco). In realtà di questo dio abbiamo testimonianza dagli storici romani che venne introdotto a Roma in seguito alle lotte tra Romani ed Etruschi, quando dopo la conquista di Volsinii l’immagine del dio ivi venerato, fu portata a Roma per evocare la sua protezione a favore dei romani e toglierne la protezione agli Etruschi.

 

Al suo culto era preposto un flamine minore, il flamine volturnale; la sua festività era denominata Volturnalia e si celebrava il 27 agosto.

 

Secondo lo scrittore cristiano Arnobio, Volturno era ritenuto il padre di Giuturna.

 

 

 

Favorino, riferisce che il terzo vento, quello che viene dal punto in cui il sole si alza al solstizio d’inverno, i Romani lo chiamano Vulturnuus e la maggior parte dei Greci, con un nome composto, Eurónotos, perché si situa tra il Noto e l’Euro.

 

Da una testimonianza di Columella sappiamo che anche in Baetica (Spagna meridionale) i contadini chiamavano Volturnus il vento caldo che devastava le viti all’inizio della Canicola, se non venivano coperte da stuoie di palma.

 

L’etimologia del nome del dio non è molto chiara; potrebbe avere un’origine etrusca sulla base dell’esistenza del nome proprio etrusco Velthurna. Volturno è indicato, anche da Varrone, come il principale dio degli etruschi e sia Properzio che Ovidio asseriscono che era il “dio confederale” dei 12 popoli etruschi e per questo motivo i romani avevano cercato di attirarne i favori, perché in origine sarebbe stata loro ostile ed essendo il patrono di tutta l’Etruria ed in particolar modo di Volsinii, l’avevano “indotto” con la evocatio a cambiare sede, trasportandone l’immagine a Roma ed edificandogli un tempio, appositamente per averlo favorevole che sorgeva verso il Tevere, tra Aventino e Palatino, fuori dal pomerio delle mura serviane, trattandosi di divinità straniera. Varrone ricorda che già ai tempi di Romolo era venerato come divinità secondaria, introdotta ufficialmente a Roma da Tito Tazio col nome di Vertumnus o Volturnus ed aveva un sacerdote, il “flamine volturnale”, introdotto anch’esso, durante la dominazione etrusca; anch’egli conferma l’esistenza di una statua del dio lungo il “Vicus Tuscus”, tra Palatino e Velabro che veniva addobbata dai commercianti etruschi coi fiori, frutta, con strumenti e vesti tipiche delle attività agresti. Varrone conferma che gli antichi eruditi e i poeti latini, facevano derivare il suo nome da “vertere”, cambiare, pertanto era il dio dell’Annus Vertens, con la facoltà di cambiare le cose, come il suo stesso aspetto, o cambiare addirittura il corso del Tevere, evitando i danni delle inondazioni. Lo scrittore poneva Vertunno, con Quirino, Ops, Flora, introdotti a Roma da Tito Tazio, tra gli dei di “terza funzione”, protettori delle colture di stagione, sino a darsi il cambio con Autumnus che giungeva subito dopo “ai grappoli della prima uva”. Lo storico romano Sesto Pompeo Festo, vissuto nel II secolo, ricorda anch’egli di avere visto il tempio di Volturno nei pressi dell’Aventino ove era collocata la statua togata di M.F. Flacco, il conquistatore di Vulsinii. Chiaramente la sua venerazione attecchì maggiormente dopo l’impresa di Flacco e ispirò Propezio per la IV Elegia in cui il dio dice di vedere, dal suo tempio collocato presso l’ansa del Tevere, il Foro Romano e di recare in mano i frutti dell’orto e sulla fronte una ghirlanda di fiori. Si vanta inoltre di sapersi trasformare in ragazzo o in uomo, in falciatore o soldato, mietitore, Apollo, Bacco, Fauno, auriga, pescatore, mercante, pastore, fioraio, con tutti i corrispettivi attributi iconografici.

 

 

 

 

Velabro

 

 

Il Velabro (in latino Velabrum) era un’area pianeggiante dell’antica città di Roma, situata tra il fiume Tevere e il Foro Romano, tra i colli del Campidoglio e del Palatino. I limiti dell’area non sono precisamente indicati: era contigua al Foro Boario e al vicus Tuscus, la via che partendo dal Foro Romano costeggiava le pendici del Palatino verso il Circo Massimo.

 

L’etimologia del toponimo è incerta: Sesto Pompeo Festo la riferiva alla ventilazione del grano; Plutarco[2] e Varrone[3] la riferivano a vehere (“trasportare”) o a velaturam facere (“traghettare”), poiché, in caso di straripamento del fiume, si doveva attraversare quel luogo con le barche. Lo stesso Plutarco[4] riferiva anche un’altra etimologia, derivante dall’uso di coprire con vele il percorso del corteo trionfale, che comprendeva anche il Velabro.

 

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L’area doveva essere stata in origine paludosa e soggetta alle inondazioni del Tevere: secondo la leggenda qui si sarebbe arenata, alle pendici del Palatino, la cesta con i gemelli Romolo e Remo. Il terreno acquitrinoso doveva tuttavia essere già quasi del tutto scomparso all’epoca dei Tarquini, in seguito alla costruzione della Cloaca Massima. I resti di quest’ultima presenti nell’area sono costituiti da un condotto in opera cementizia (datato al I secolo d.C.), che oblitera un più antico tratto coperto con lastre di cappellaccio disposte a cappuccina e risalente al IV secolo a.C.

 

Vi si erano poi insediate attività commerciali e produttive legate soprattutto al settore alimentare, mentre sul vicino vicus Tuscus erano presenti mercanti di stoffe e di abiti.

 

In epoca tardo antica al limite verso il Foro Boario sorse l’arco di Giano, identificato come l’arcus divi Constantini citato nel Velabro dai Cataloghi regionari.

 

La zona mantenne la sua funzione commerciale fino al VI secolo, quando una disastrosa alluvione del Tevere ricordata nel 589[6] dovette rialzare il livello del terreno. In seguito vi si insediarono istituzioni ecclesiastiche ed assistenziali, come le chiese di San Teodoro (titolo cardinalizio) e di San Giorgio in Velabro (diaconia). Poco dopo il toponimo si era modificato in Velum Aureum e tale rimase per tutto il medioevo.

 

 

Arco di Giano

 

L’arco di Giano è un tetrapylon, un arco quadrifronte (ossia con quattro arcate) di Roma.

 

Tuttora conservato, sorge presso la chiesa di San Giorgio al Velabro, (bersaglio di un attentato terroristico mafioso-politico) poco distante dal Tempio di Ercole e dal Tempio di Portuno, ed era stato edificato, ai margini del Foro Boario probabilmente alla metà del IV secolo. Probabilmente deve essere identificato con l’Arcus Divi Constantini citato dai Cataloghi regionari presso il Velabro.

 

Il nome moderno non si riferisce al dio bifronte Giano, ma piuttosto deriva dal termine latino ianus, che indica un passaggio coperto, o una porta. Come gli iani testimoniati dalle fonti nel Foro Romano, non si trattava di un arco trionfale, ma probabilmente di una struttura destinata ai banchieri che operavano nel Foro Boario.

 

L’edificio ha pianta quadrata (12 m di lato per 16 m di altezza), con quattro massicci pilastri che sostengono una volta a crociera, costruiti in cementizio e rivestiti da blocchi di marmo di reimpiego. Al di sopra doveva presentare un coronamento, forse a forma di piramide, la cui struttura in opera laterizia, che in origine doveva ugualmente essere rivestita di marmo, fu demolita nel 1827 perché a torto ritenuta parte della fortificazione medioevale impiantata sopra l’edificio romano ad opera dei Frangipane (che ne avevano anche chiuso i fornici).

 

All’esterno i piloni ospitano due file di tre nicchie su ciascun lato (in totale 48), in origine inquadrate da edicole con piccole colonne sorrette da mensole, oggi perdute. Le nicchie, coperte da una semicupola a conchiglia scolpita nei blocchi di marmo del rivestimento, dovevano in origine ospitare statue. Gli unici resti conservati della decorazione scultorea sono rappresentati dalle quattro figure femminili sulle chiavi di volta: si riconoscono con sicurezza la dea Roma sul lato orientale e Minerva sul lato settentrionale, mentre l’identificazione delle altre due figure come Giunone e Cerere presenta maggiori incertezze.

 

L’Arco oltre ad avere funzioni monumentali serviva da riparo dall’inclemenza del tempo ai mercanti romani che affollavano il Foro.

 

Durante il medioevo, la famiglia romana dei Frangipane lo utilizzò come fortezza, chiudendone i fornici; quando queste opere furono eliminate, nel 1830, andarono perduti anche l’attico e il coronamento originari, perché non furono riconosciute come opere appartenenti alla struttura originaria!

 

Nella vicina chiesa di San Giorgio al Velabro si conservano alcuni frammenti di un’iscrizione monumentale, non più ricostruibile, in parte riutilizzati come blocchi di muratura e in parte per rilievi medioevali, che potrebbe essere stata quella presente sull’attico dell’arco. Essa allude a un tiranno sconfitto da un imperatore e potrebbe riferirsi a Costanzo II e alla sua vittoria su Magnenzio. Se ciò fosse confermato l’opera potrebbe essere riconsiderata come un arco trionfale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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