Nell’Antica Roma, 19 ottobre: Armilustrium, fine delle campagne militari e purificazione delle armi

Festività romana in onore di Marte, Dio della guerra. Celebrava in origine la fine delle campagne militari e la purificazione delle armi, l’Armilustrium era una festività che preannunciava la brutta stagione: non per i soldati che si riposavano e potevano stare in famiglia.

di Daniele Vanni

Marte era una divinità particolarmente importante nel mondo romano:veniva considerato infatti il padre di Romolo e Remo. Non a caso, come si dice utilizzando spesso a sproposito questa locuzione di un anno, il 1968, venuto “a sproposito”, i Romani, loro diretti discendenti, per sangue e culturalmente, di Romolo e Remo e quindi di Marte, vivevano di guerra ed in guerra.

In perenne stato di allerta, per secoli!

E furono tali,  cioè veri Romani, solo finchè ebbero nemici esterni capaci di spaventarli e d’impegnarli: dopo la Seconda Guerra Punica, conquistato il Mediterraneo, anche se avranno tantissimo ancora da mostrare al mondo, comincerà una parabola non dico discendente, ma neppure esaltante…Se avessero ancora avuto la paura e l’ardore dell’Hannibal ad portas! con il loro sviluppo e le l oro straordinarie capacità, non avrebbero avuta nessuna difficoltà, qualche secolo dopo,  a respingere i cosiddetti “barbari” che pure premevano in massa ai loro confini!

In questo giorno, il 19 di Ottobre, le armi dei soldati subivano una purificazione rituale e riposte per l’inverno. La cerimonia della lustratio, si svolgeva sul colle Aventino.

In questo luogo la tradizione vuole che sia stato sepolto il re, coreggente con Romolo, Tito Tazio. Oggi vi sorge piazza dei Cavalieri di Malta, ornata da Giovanni Battista Piranesi con rilievi secondo il tema dell’Armilustrium.

L’ordine sacerdotale danzante dei Salii, dedicato a Marte, aveva parte rilevante nel cerimoniale.

I cittadini-soldati svolgevano poi il rituale di ripresa delle armi in primavera, ma l’oggetto principale della festività erano le trombe, di qui il nome Tubilustrium da tubae.

A noi ricorda, molto più modestamente, il rito, quando la caccia era concepibile e faceva parte di una vita agreste ormai scomparsa quanto la selvaggina, di pulire ed oliare il fucile dei vecchi cacciatori-contadini, chepoi avrebbero passato le sere invernali a preparare le cartucce e a dare mangiare ai loro richiami.

Oggi che la natura è finita, non per i cacciatori, ma per il mondo industriale che tutto ha cementificato, tutto reso supermarket ed inquinamento, non ho difficoltà anch’io a considerare al caccia, un assassinio!

Ben minore però di coloro che fanno il pieno di benzina o la spesa al supermarket, distruggendo così per sempre non la selvaggina, ma la natura nel suo complesso!

Quindi permettetemi di dire che in quei vecchi cacciatori che vivevano, non come noi consumatori e quindi assassini smodati di animali, mari, acque, terra ed aria, in quei riti innocui, vedo ancora tanta poesia! perché loro, pur cacciando come i nostri antenati da sempre, al contrario di noi o dei vegani che magari mangiano cibi indiani o cinesi, importati con aerei e navi che distruggono cielo e mare, loro non uccidevano tutta la natura come facciamo noi vegetariani o meno, cambia pochissimo!

Salii

I Salii erano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che la tradizione vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio).

Etimologia

Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

Organizzazione e gerarchia interna 

I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, ed erano distinti in due collegi: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Ramnes) ed i Salii Quirinalesistituiti da Tullo Ostilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Tities), indice di un’origine risalente agli inizi della monarchia, quando il Palatino era ancora separato dagli altri colli.

I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Praesul, che dirigeva le danze (mostrava i passi e le figure della danza amptrurare agli altri sacerdoti che dovevano poi ripeterle reamptrurare), ed il Vates, direttore del coro.

I Salii Palatini erano dodici sacerdoti consacrati a Marte ed erano uomini prestanti, di bell’aspetto e relativamente giovani, cooptati tra i membri delle più nobili famiglie(anche in epoca più tardiva), che custodivano i dodici scudi sacri tra i quali si nascondeva l’Ancile (scudo ovale tagliato sui due lati), lo scudo consegnato da Marte Gradivo a Numa Pompilio (nell’ottavo anno del regno del re, durante un’epidemia di peste) come pegno dell’eterna salvezza ed invincibilità di Roma.

Come suggerito al re dalla ninfa Egeria, Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio(della gens Veturia) di forgiare altri 11 scudi identici all’Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma sottrarre quello autentico, ed ordinò che fossero riposti nella Reggia e conservati dal sacerdote Flamine Diale ed affidati, per i riti sacri, al nuovo collegio sacerdotale dei Salii Palatini.

I Salii Quirinales o Collini o Agonali, istituiti da Tullo Ostilio dopo la vittoria sui Sabini, erano sempre dodici ed erano consacrati al dio Quirinus.

I Saliierano uno dei collegi sacerdotali più ragguardevoli nell’antica Roma e avevano il compito di aprire e chiudere ogni anno il tempo che poteva essere dedicato alla guerra(per gli antichi romani il periodo per le guerre andava da marzo ad ottobre per ovvie ragioni di approvvigionamento delle truppe).

Questo tempo di passaggio aveva un’importanza fondamentale per il cittadino romano, ad un tempo civis (cittadino) e miles (soldato).

Con il mese di Marzo, il cittadino romano diveniva miles e passava sotto la giurisdizione militare e la tutela del dio Marte e le manifestazioni dei Salii Palatini segnavano questo passaggio.

Nel mese di Ottobre il cittadino romano tornava, come civis, ad occuparsi delle attività produttive sotto la tutela del dio Quirino e i riti guidati dai Salii Quirinales segnavano questo momento purificando uomini, armi ed animali che avevano partecipato ad attività belliche.

I Salii vestivano un elegante costume che ricordava quello di antichi guerrieri composto da una tunica bordata di rosso ed affibbiata alla spalla (la trabea), cinta da una cintura di bronzo a cui era agganciata una spada.

Sopra la tunica indossavano una pettorina corazzata in bronzo ed un mantello, indossavano inoltre lo stesso copricapo dei sacerdoti Flamini, l’Apex (un caschetto dotato di una punta di legno d’ulivo all’apice e fissato sotto il mento con delle stringhe, le apicule).

Cerimonie

Nell’Ara Pacis, fregio lato ovest, si notano sacerdoti Flamini che indossano l’Apex, copricapo con punta lignea, indossato anche dai Salii.

Il periodo bellico veniva inaugurato nel mese di Marzo, con una serie di festività.

Il primo di marzoi Salii Palatini sfilavano e portavano in processione i dodici scudi sacri (gli ancilia, che rappresentavano l’autorità giuridica) e le dodici lance di Marte (le hastae Martiae, che rappresentavano l’autorità militare) intonando, (senza accompagnamento musicale, ma battendo il ritmo con dei bastoncelli sugli scudi) canti particolari in latino arcaico (in epoca tardiva gli stessi sacerdoti non comprendevano più completamente il significato delle canzoni!), nel quale si invocava su Roma la protezione degli dei, i Carmina Saliaria. Tali canti venivano chiamati assamenta o axamentaforse perché cantati solo con la voce (assa voce).

I Salii percorrevano la città cantando e ballando e toccando con le lance e gli scudi alcuni luoghi particolari allo scopo di risvegliare lo spirito guerriero di Roma e dovevano davvero fare un gran rumore cantando e saltando con l’armatura addosso e percuotendo gli scudi.

Alla sera, al termine della festa, gli scudi e le lance venivano riposti nella Regia e riaffidati al sacerdote Flamine e nel tempio di Marte i sacerdoti Salii consumavano un abbondante e raffinato banchetto, divenuto proverbiale.

Il 14 di marzopresiedevano alle gare di cavalli dette Equirria che avevano lo scopo di purificare i cavalli per la guerra.

Nel loro canto i Salii ricordavano anche il suddetto Mamurio Veturio, ed in suo onore la festa del 14 marzo (corrispondente al capodanno dell’antico calendario romano) prese il nome di Mamuralia. Durante questa importante festa popolare Mamurio Veturio, rappresentato come un vecchio vestito di pelli impersonava l’anno ormai trascorso, che veniva cacciato dalla folla a colpi di bastone per far posto all’anno nuovo.

Il 23 marzopresiedevano al Tubilustriumfesta di purificazione delle trombe che chiudeva l’inaugurazione della nuova stagione guerresca. Sempre i Salii poi chiudevano la stagione della guerra nel mese di ottobrecon le tre feste di purificazione del Tigillum Sororium, dell’Armilustrium e dell’October Equium, per la purificazione dei soldati, delle armi e dei cavalli.

Fu sacerdote salio, anche Publio Cornelio Scipione che, proprio per questo raggiunse in ritardo le legioni che lo aspettavano in Ellesponto, infatti i sacerdoti Salii non potevano cambiare domicilio per un mese, dopo ogni sacrificio.

Carmen Saliare

Il Carmen Saliare è un frammento in latino arcaico il cui testo, nell’antica Roma, veniva recitato nello svolgimento dei rituali praticati dai sacerdoti Salii (conosciuti anche come i “sacerdoti saltellanti“).

I riti erano imperniati soprattutto attorno alle figure degli dei Martee Quirino, e si tenevano nei mesi di marzo ed ottobre. Consistevano in alcune processioni durante le quali i sacerdoti, portando armature ed armi antiche, eseguivano la loro danza sacra e cantavano il Carmen Saliare. La creazione dell’ordine dei sacerdoti Salii è antecedente all’epoca della Repubblica romana e le loro origini vengono fatte risalire fino al regno del mitico re Numa Pompilio.

I sacerdoti Salii venivano scelti tra i figli di famiglie patrizie i cui genitori fossero ancora in vita al momento della scelta. La nomina era una nomina a vita, tuttavia era loro permesso di abbandonare l’ordine se avessero ottenuto un sacerdozio di maggiore importanza oppure una grossa carica pubblica.

Alcuni frammenti dell’inno, composti in versi saturni, si sono conservati grazie a Marco Terenzio Varrone, che ha riportato il primo e il terzo nella sua opera De lingua Latina nei passi del capitolo VII 26, 27, e a Quinto Terenzio Scauro, che ha tramandato il secondo nel suo De orthographia.

I frammenti recitano:

« divum +empta+ cante, divum deo supplicate »

« cantate Lui, il padre degli Dei, supplicate il Dio degli Dei »

(fragmentum 1)

« cume tonas, Leucesie, prae tet tremonti

+quot+ ibet etinei de is cum tonarem »

« quando tuoni, o Dio della Luce, davanti a Te tremano

tutti gli Dei che lassù ti hanno sentito tuonare »

(fragmentum 2)

« …cozeulodorieso.

Omnia vero adpatula coemisse.

Ian cusianes duonus ceruses dunus Ianusve

vet pom melios eum recum. »..

…… di Cerere … Giano

(fragmentum 3)

I linguisti non sono stati in grado di tradurre la maggior parte del testo (quella presentata è una delle possibili traduzioni relativa ai primi due frammenti); i termini latini in esso riconoscibili sembra che citino il tuono, Giano, Giove e Cerere. La lingua usata è così antica che già nel I secolo a.C., Cicerone dichiarava di non essere capace di comprendere la maggior parte del canto in questione.

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