Nell’Antica Roma, 17 Giugno: Ludi Piscatori all’Isola Tiberina: ma i pesci finivano in un falò rituale!

In questa data (alcuni ne avanzano altre: ad inizio giugno, ad aprile o in agosto) si tenevano queste feste, dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in questa giornata, di fronte al Tempio di Vulcano, che è il Dio degli incendi, ma qui forse pensato come padre di Giove e quindi anche dei frutti del fiume sacro.

di Daniele Vanni

Ludi Piscatorii

I Ludi Piscatoriierano una festa celebrata il 17 giugno, già nel III° secolo a.C., in onore di Padre Tevere. La festa vedeva protagonisti soprattutto i pescatori di Roma, sotto la direzione di un Pretore. Tutti i pesci catturati in questo giorno, erano assolutamente sacrificati in un sacro incendio, presso il Tempio di Vulcano.

 

Vulcano

Vulcano (latino Vulcanus, Volcanus o arcaico Volkanus) è il dio romano del fuoco terrestre e distruttore. Appartiene alla fase più antica della religione romana; infatti Varrone riferisce, citando gli Annales Pontificum, che re Tito Tazio aveva dedicato altari ad una serie di divinità tra le quali era anche Vulcano. Spesso è erroneamente indicato come figlio di Giove e Giunone, in realtà è stato generato per partenogenesi da quest’ultima.

Etimologia

L’etimologia del nome non è chiara: la tradizione romana sosteneva che il dio derivasse il proprio nome da alcuni termini latini collegati alla folgore(fulgere, fulgur, fulmen), la quale è in qualche modo collegata al fuoco. Al dio sono attribuiti due epiteti: Mulciber (qui ignem mulcet), cioè “che addolcisce”, Quietus e Mitis, entrambi col significato di “tranquillo”; tutti questi epiteti servono a scongiurare l’azione distruttiva del dio (per esempio negli incendi). In seguito all’identificazione di Vulcano con il greco Efesto, l’epiteto Mulciber fu interpretato come “colui che addolcisce i metalli nella forgia”.

A Vulcano viene attribuita la paternità di alcuni personaggi della tradizione romana e latina: Ceculo, il fondatore di Preneste, Caco, un essere primordiale e mostruoso che abitava nel sito di Roma e Servio Tullio, il penultimo re di Roma.

Catone nelle Origini dice che alcune vergini andate ad attingere acqua trovarono Ceculo in mezzo al fuoco e perciò si pensò che egli fosse figlio di Vulcano. Anche Virgilio ricorda nell’Eneide la discendenza da Vulcano di Ceculo e di Caco. Ovidio racconta nei Fasti che Servio Tullio era stato concepito dalla schiava Ocresia sedutasi sopra un fallo eretto apparso nel focolare; la divina paternità fu riconosciuta quando un fuoco circondò la testa del piccolo senza procurargli danno. Anche Plinio il Vecchio racconta la medesima storia, ma attribuisce la paternità al Lar familiaris, piuttosto che a Vulcano.

Si è anche avanzata l’ipotesi che sia identificabile con Vulcano il dio ignoto che nella più antica mitologia latina avrebbe fecondato una dea vergine e madre corrispondente alla Rea greca (la dea Fortuna a Praeneste e Feronia ad Anxur). In tal caso Vulcano sarebbe stato il padre di Giove.

Vulcano come fuoco terrestre e distruttore

Confrontando i diversi racconti mitologici, l’archeologo Andrea Carandini ritiene che Caco e Caca fossero figli di Vulcano e di una divinità o di una vergine locale così come lo è Ceculo; Caco e Caca rappresenterebbero l’uno il fuoco metallurgico e l’altra il fuoco domestico, proiezioni di Vulcano e Vesta. Questi racconti mitologici risalirebbero al periodo pre-urbano del Lazio e il loro significato appare abbastanza chiaro: sul piano divino Vulcano feconda una dea vergine e genera Giove, il sovrano divino; sul piano umano Vulcano feconda una vergine locale (probabilmente una “principessa”) e genera un capo. La prima attestazione di un’associazione rituale fra Vulcano e Vesta risale al lettisternio del 217 a.C.. Altri indizi che sembrano confermare questo legame sembrano essere la vicinanza tra i due santuari e l’affermazione fatta da Dionigi di Alicarnasso, secondo il quale entrambi i culti sarebbero stati introdotti a Roma da Tito Tazio per esaudire un voto fatto in battaglia.

A Vulcano sono collegate due divinità femminili ugualmente antiche, Stata Mater, che è probabilmente la dea che ferma gli incendi, e Maia, il cui nome secondo H. J. Rose deriva dalla radice MAG, per cui va interpretata come la dea che presiede alla crescita, forse a quella dei raccolti. Macrobio riferisce l’opinione di Cincio secondo il quale la compagna di Vulcano sarebbe Maia, giustificando questa affermazione con il fatto che il flamine di Vulcano sacrificava a questa dea alle calende di maggio, mentre secondo Pisone la compagna del dio sarebbe Maiesta. Anche secondo Gellio Maia era associata a Vulcano, citando i libri di preghiere in uso ai suoi tempi.

Il dio è il patrono dei mestieri legati ai forni (cuochi, fornai, pasticceri) e se ne trova attestazione in Plauto, Apuleio (dove fa il cuoco alle nozze di Amore e Psiche) e nel poemetto di Vespa contenuto nell’Anthologia Latina e incentrato sulla contesa tra un fornaio e un cuoco.

Santuari

Fucina di Vulcano

Il principale e più antico santuario di Vulcano a Roma era il Volcanal, situato nell’area Volcani, un’area all’aperto ai piedi del Campidoglio, nell’angolo nord-occidentale del Foro Romano, con un’ara dedicata al dio e un fuoco perenne. Secondo la tradizione romana, il santuario era stato dedicato da Romolo, il quale vi aveva anche posto una quadriga di bronzo dedicata al dio, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati (ma secondo Plutarco la guerra in questione fu quella contro Cameria, sedici anni dopo la fondazione di Roma), e una propria statua con una iscrizione contenente una lista dei suoi successi redatta in caratteri greci; secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria. Inoltre il re avrebbe piantato nel santuario un albero di loto sacro, che esisteva ancora ai tempi di Plinio il vecchio e si diceva che fosse tanto antico quanto la città stessa. Si è ipotizzato che il santuario risalisse all’epoca in cui il Foro era ancora fuori della città. Il Volcanal è menzionato due volte da Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.C. e nel 181 a.C..

 

L’area Volcani, probabilmente un locus substructus, era circa 5 metri più alta del Comitium e da essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al popolo. Sul Volcanal c’era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite, che era stata qui spostata dal Comizio, un locus inferior, dopo essere stata colpita da un fulmine. Aulo Gellio racconta che furono chiamati alcuni aruspici per espiare il prodigio, ma questi mossi dal malanimo, fecero spostare la statua in un luogo più basso dove non batteva mai il sole. L’inganno fu però scoperto e gli aruspici giustiziati; in seguito si scoprì che la statua doveva essere posta in un luogo più alto e così fu fatto sistemandola nell’area Volcani. Già nel 304 a.C. nell’area Volcani fu costruito un tempio alla Concordia dedicato dall’edile curule Gneo Flavio. Nel corso del tempo il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti, fino ad essere ricoperto del tutto. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell’anno 9 a.C..

 

Agli inizi del XX secolo furono ritrovate, dietro l’Arco di Settimio Severo, alcune antiche fondazioni in tufo che probabilmente appartenevano al Volcanale e tracce di una specie di piattaforma rocciosa, lunga 3,95 metri e larga 2,80, che era stata ricoperta di cemento e dipinta di rosso. La sua superficie superiore è scavata da varie canaline e di fronte ci sono i resti di una canale di drenaggio fatto di lastre di tufo. Si avanzò l’ipotesi che si trattasse dell’ara stessa di Vulcano. La roccia mostra segni di danni e di riparazioni e nella superficie ci sono alcune cavità, rotonde e squadrate, che hanno una qualche rassomiglianza con le tombe e sono perciò state considerate tali da alcuni autori in passato, dopo la scoperta di antiche tombe a cremazione nel Foro, hanno sostenuto che in origine il Volcanale fosse il luogo dove venivano bruciati i corpi.

 

Un altro tempio gli fu eretto prima del 215 a.C. nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio dove si tenevano giochi in suo onore in occasione della festività dei Volcanalia. Vitruvio afferma che anche gli aruspici etruschi prescrivono nei loro libri di costruire i templi di Vulcano fuori delle mura cittadine, per evitare che il fuoco si rivolga contro le abitazioni.

Festività

Al culto di Vulcano era preposto un flamine minore, denominato flamine vulcanale; al dio era dedicata la festività dei Volcanalia, celebrata il 23 agosto (ovvero il X alle calende di settembre), in occasione della quale si svolgevano i Ludi Piscatorii, giochi in onore dei pescatori del Tevere sull’altra riva del fiume rispetto alla città e si sacrificavano nel fuoco del Volcanal piccoli pesci vivi, pescati nel fiume, al posto di anime umane. Pare che durante questa festa la gente usasse appendere abiti o stoffe al sole; e questa pratica rituale potrebbe riflettere un legame teologico tra Vulcano e il dio Sole. Un’altra usanza praticata in questo giorno era di iniziare a lavorare con la luce di una candela, probabilmente per auspicare un uso benefico del fuoco legato al dio.

Vulcano fuori di Roma

A Ostia il culto di Vulcano era il più importante della città, così come lo era il suo sacerdote, denominato pontifex Volcani et aedium sacrarum, il quale aveva il controllo su tutti gli edifici sacri della città e concedeva (o negava) l’autorizzazione all’erezione di statue dedicate alle divinità orientali. Il pontefice di Vulcano era nominato a vita probabilmente dal consiglio dei decurioni e la sua posizione corrispondeva a quella del pontefice massimo a Roma ed era il vertice della carriera amministrativa della città di Ostia; veniva scelto, quindi, tra le persone che aveva già ricoperto cariche pubbliche in città o anche a livello imperiale. Il pontefice di Vulcano era l’unica autorità che disponesse di un certo numero di aiutanti e precisamente di tre pretori e due o tre edili, cariche religiose diverse da quelle civili omonime. In base ad una iscrizione frammentaria ritrovata ad Annaba (antica Hippo Regius), si ritiene probabile che lo scrittore Svetonio abbia ricoperto questa carica.

Da Strabone sappiamo che a Pozzuoli vi era una zona denominata in greco “agorà di Efesto” (Forum Vulcani in latino), una pianura caratterizzata da numerosi sbocchi di vapore vulcanico (odierna località “La Solfatara”).

Plinio il vecchio riferisce inoltre che nelle vicinanze di Modena il fuoco usciva dalla terra statis Volcano diebus.

 

La fucina di Vulcano

di Diego Velázquez. Il Prado, Madrid

 

 

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