Nell’Antica Roma, 17-23 Dicembre: i Saturnalia: il concetto di “strenna” dal boschetto sacro alla Dea Strenia, antenata di Befana e Streghe

 

Addentriamoci in queste festività romane tra le più importanti dell’anno, assieme alle Lupercalia, vedendo l’usanza dei doni, cioè, le strenne!

 

di Daniele Vanni

 

Strenna

La strenna o strenna natalizia è un regalo che è d’uso fare o ricevere nel periodo natalizio.

Tale usanza discende dalla tradizione dell’antica Roma, che prevedeva lo scambio di doni augurali, durante i Saturnalia,ciclo di festività che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno e precedevano il giorno del Sol Invictus.

Il termine deriva dal latino strēna, vocabolo di probabile origine sabina, con il significato di “regalo di buon augurio”.

Secondo Varrone, l’uso venne adottato già dalla prima fondazione dell’Urbe, istituito da Tito Tazio che per primo colse, quale buon auspicio per il nuovo anno, il ramoscello di una pianta (arbor felix) posta nel bosco sacro alla dea Strenia; dalla quale derivò il termine strenae per i doni di vario genere, anche monete, da scambiarsi nelle festività dei Saturnalia.

In campo editoriale, nel XIX secolo, la strenna indicava una raccolta di componimenti in prosa e poesia che veniva posta in vendita a capodanno. Da questa consuetudine deriva la definizione “strenne editoriali” o “libro strenna” per le pubblicazioni poste sul mercato nella prima settimana di dicembre, al principale scopo di fungere da tradizionale regalo per le festività natalizie.

Strēnĭa o Strēnŭa era una divinità della religione romana – di origine sabine secondo alcuni autori classici – simbolo del nuovo anno, di prosperità e buona fortuna. Secondo Varrone e Festo, alla dea erano dedicati un altare (sacellum) e un bosco sacro (lucus) sulla Via Sacra, a Roma.

Andrea Bacci (autore rinascimentale, noto anche come Elpidiano) ipotizzò che il suo nome, nella lingua dei Sabini, significasse «salute». Ed è proprio così nell’augurare salute. Ed è davvero strano che i rami che venivano regalati (come noi traendo dai Nordici l’abete olil vischio tratto dai Celti) verbena che pare abbia importanti azioni anti tumorali e anche contro il Parkinson! A questa divinità vengono ricondotti il nome e la tradizione dello scambio di doni augurali (strēna) durante le festività latine dei Saturnalia (17-23 dicembre in epoca domizianea), una tradizione assorbita, successivamente, dalle festività natalizie (strenna).

Tuttavia in alcuni paesi del palermitano la tradizione della vecchia strina sembrerebbe derivare proprio da questo culto.

 

CULTO DI STRENNA O STRENUA

Latini e Sabini, e secondo alcuni pure gli Etruschi, adoravano una Dea che aveva un bosco sacro a lei dedicato, e la Dea si chiamava Strenua, con varianti locali in Strinia e Strenna.

Secondo Elpidiano il nome Strenua era sabino e significava “salute”.Per alcuni studiosi il nome significava anche: forte, o meglio: colei che ha forza.

Infattiin greco strenòs significa forza, e nel nostro linguaggio è rimasto il vocabolo “strenuamente” come ciò che è condotto con forza e volontà. Per altri Strenuavoleva anche dire Sanitas, ovvero buona salute, che si voleva augurare alle persone care con un dono, ma questa sarà un’interpretazione successiva.

Le leggende, in merito, un po’ si somigliano.

Quando Romolo cinse di mura Roma, in segno di riconoscenza e come simbolo di prosperità, i cittadini gli offrirono un fascio di rami verdi, tagliati dal vicino bosco sacro alla Dea Strenua.

Al re piacque l’offerta si che fece rinnovare l’offerta ogni anno nell’anniversario della fondazione di Roma.

Col tempo, il rito decadde ma rimase tra i cittadini l’usanza, alle calende di gennaio, cioè nel primo giorno del mese, di offrirsi a vicenda ramoscelli sacri di alloro e ulivo, aggiungendovi doni di fichi e mele con l’augurio che l’anno in arrivo potesse essere dolce come quei frutti.

E poiché la Dea Strenua portava prosperità, l’uso assunse lo stesso nome. Più tardi rami verdi, fichi e mele, vennero sostituiti con altri doni.

In un’altra tradizion,e le strenne, in latino strenae, devono il nome ad un’usanza riferita da Tatius e dunque sabina. Si dice che Tito Tazio usasse offrire agli amici un mazzo di rami, che si riferisce fossero di verbena, raccolto nel bosco della Dea Strenua o Strenia, ubicato sul monte Velia. La consuetudine colpì Romolo che ne istituì la ripetizione ogni anno.

Latina, sabina o romana che sia l’origine del costume, occorre riflettere su alcune cose. Anzitutto che, all’epoca monarchica, il re ricopriva anche la carica di gran sacerdote, il Pontifex Maximus, per cui istituiva o perpetuava i riti.

Poi che Strenua, come Dea del bosco sacro, era lunare e triplice, cioè Dea della natura e degli animali, Dea luna e Dea degli inferi. Pertanto era una Grande Madre, preposta a nascita, crescita e morte, e per cui era preposta all’inizio dell’anno e alla sua fine.

I Romani usavano scambiarsi le strenne il primo dell’anno, regalando rami d’alloro e di ulivo, piante sacre, ornati con fichi e mele, per augurare un buon anno nuovo. L’alloro era simbolo di Apollo, l’ulivo di Minerva, e la frutta era sacra alla Dea Pomona, o a varie Dee specifiche, infatti la Dea Rumina presiedeva al fico.

Si dice che, col tempo, il nome Strenia si trasformò in strenna, ma in realtà la Dea assumeva nomi diversi a seconda del pagus che la onorava: Strenua, Strinia, Strina o Strenna.

Il primo giorno dell’anno, una processione partiva dal santuario della Dea Strenia, portando dei rami verdi colti nel suo bosco sacro situato ai piedi dell’Esquilino, si seguiva la via sacra, di cui il tempio di Strenia delimitava il punto più estremo, e si proseguiva la via in basolato che risaliva fino all’arco di Tito. Da qui si procedeva fino alla sommità della rupe Tarpea, dove c’era la dimora di Tatius. 

La posizione del sacello di Strenia ci è data da Varrone che chiamava la zona del tempio il Ceriolensis, il luogo del bosco sacro posto tra il Celio e l’Esquilino, e Ovidio lo colloca presso il Minervium, vale a dire il piccolo tempio di Minerva Capta o Capita, ai piedi del Celio.

Da questo piccolo tempio un cammino conduceva verso un luogo chiamato Tabernola, che si può vedere appena sopra il Colosseo, in mezzo al sito di una chiesa che portava il nome di Sant’Andrea di Tabernola.

Qualcosa di ciò, è rimasto nella festa siciliana della Befana, dove brigate di ragazzini e giovani che la tradizione vuole siano suoi figli, “i figghi dâ Strina”, vanno in giro a chiedere dolci, frutta secca e denaro. Strina è la stria, la strega, che qui però è portatrice di doni. Varrone ricorda che “strenae” si chiamavano anche i rami di alloro sacri alla Dea che venivano offerti ai convitati durante il banchetto di Capodanno.

Ma la strina è anche una tradizione della Calabria, un canto che va di casa in casa e che consiste nell’augurare un felice anno nuovo a tutti i componenti della famiglia. Viene solitamente effettuata nel periodo che va dall’Immacolata Concezione all’Epifania.

Ma un’altra usanza sopravvisse nel mondo romano: nelle calende di Gennaio le sacerdotesse di Vesta andavano a recidere l’alloro nel bosco sacro dell’Esquilino e dopo una processione cingevano le colonne dell’omonimo tempio con i ramoscelli, perchè l’anno a venire fosse propizio. Ed era di buon auspicio in questa data mangiare fichi secchi, qualche dattero, del miele o un piatto di ghiande. I dolci erano il cibo della festa e le ghiande erano l’antico, povero e rituale cibo delle campagne, infatti quando c’era scarsità si ricorreva a una minestra di farina di ghiande il cui albero, la quercia, fu sacro alla Grande Madre prima di passare a Giove.

Ma c’è di più, i Romani usavano per la festa di Strenua dare ai bambini dolci di marzapane a forma di pupazzo, e viene da pensare fosse all’inizio un’immagine della Dea, come ancora oggi si usa a Genzano, un paese del Lazio, cuocere dolci a forma di donna con tre seni, arcaica immagine della Dea Madre dalle tante mammelle. Poi i ricchi regalavano anche pupazzetti in argento e pure d’oro, il che avvalora l’importanza e la sacralità dell’immagine.

In epoca cristiana, il Natale sostituì il solstizio d’inverno e la festa del Natalis Solis Invictus, cioè la nascita di Mitra, molto sentita dai romani, si che vi venne sovrapposta la nascita di Gesù, di cui i Vangeli non rivelavano la data.

Ma solo nel IV sec. si diffuse l’uso di celebrare la nascita di Gesù il 25 dicembre e fu papa Giulio I nel 337 a ufficializzare questa data come quella del Natale del Signore, mentre papa Liberio stabilì la festa del Natale nel 354, ma solo nel 395 si iniziò a festeggiarla.

 

Quando la Dea Strenua decadde venne assimilata da Salus, Dea della salute pubblica e dalla Dea poi declassata a ninfa, Igea.

 

 

 

 

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