Nell’Antica Roma, 12 Giugno: sesto giorno delle Vestalia

Casa_delle_Vestali

 

La dea Vesta e le sue Vestali

 

di Daniele Vanni

 

 

Abbiamo visto quanto Vesta fosse venerata nell’antica Roma.

E come il suo nome abbia la stessa etimologia di quello della Dea greca Estìa (che in greco significa “focolare”, “famiglia”).

Ed anche come le due Dee abbiano goduto di un culto assai simile.

Estìa era figlia di Crono e di Rea(guarda caso, portava lo stesso nome la vestale Rea Silvia, madre di Romolo e Remo) quindi sorella di Zeus e di Era.

Quando le si presentarono come pretendenti Apollo e Poseidone, al pari di Artemide e Atena, non volle saperne delle nozze, ed anzi giurò, chiamando a testimone lo stesso Zeus, che non si sarebbe mai sposata e che sarebbe rimasta eternamente vergine.

Chi può sposare infatti il fuoco? Se non un materiale combustibile che finirà per distruggersi! E non purifica tutto ciò con cui entra in contatto, la fiamma?!

L’importanza di questa Dea presso i Greci era connessa col legame profondo che univa tutte le stirpi di una stessa nazione: quelli che andavano a colonizzare terre straniere, come simbolo del legame che mantenevano vivo con la madrepatria, portavano con sé il fuoco dell’altare pubblico eretto in onore della dea.

Presso i Romani la divinità corrispondente ad Estìa era Vesta.

E facevano il medesimo rito per ogni fondazione di colonia o alla conquista di una città nemica, ed erano in numero sempre e costantemente altissimo!

 

Originariamente, Vesta era la dea protettrice del focolare del re, poi divenne custode del focolare domestico, della pace e della prosperità familiare (così come i Mani, i Lari e i Penati).

Era venerata, abbiamo visto, ma ripassiamolo in questo riepilogo, dalle singole famiglie, ma esisteva anche un culto ufficiale di stato.

Il tempio principale della dea era una piccola costruzione a pianta circolare nel Foro romano, fatto costruire, secondo la tradizione, dal re Numa Pompilio (715-673 a.C.).

La forma rotonda di tale tempio probabilmente riproduceva le capanne dei primi abitanti di Roma, con il fuoco, o meglio: il suo fumo, che usciva dall’apertura centrale.

Poi, nell’evoluzione del pensiero, la forma passò a significare anche la circolarità del mondo e del passare del tempo.

La festività solenne di Vesta (Vestalia Sacra), risalente alle origini di Roma, si celebrava a partire dal 7 giugno: consolidava il particolare legame fra la rassicurante divinità e la popolazione, i legami familiari e quelli delle famiglie allo stato.

E abbiamo analizzato anche il ruolo delle Sacerdotesse di Vesta, le Vestali, che godevano di grandissimo prestigio.

In origine due, poi quattro e infine sei o sette.

Prima figlie o parenti del re, poi scelte dal Pontefice Massimo tra le ragazze di età compresa fra i sei e i dieci anni di nobile origine, ad esclusione della gens del pontefice.

E magari! avessero seguito questa regola, i Cristiani nella creazione di vescovi, cardinali, badesse o abati!!!
Loro compito principale era di mantenere sempre acceso il fuoco sacro a Vesta nel tempio circolare: il suo estinguersi era considerato un segno di sventura e colei che si fosse resa colpevole di tale negligenza sarebbe stata gravemente punita. Le Vestali avevano l’obbligo rigoroso di vivere in castità durante il tempo del loro sacerdozio che durava trent’anni: dieci per la preparazione, dieci per l’esercizio del ministero e dieci, infine, per la formazione delle nuove giovani. Trascorso questo periodo potevano rientrare in famiglia e anche sposarsi.

Il Fuoco Sacro, custodito nel tempio di Vesta, venne spento nel 391 d.C. per ordine dell’imperatore Teodosio.

Nel 380 d.C., infatti, Teodosio, con l’Editto di Tessalonica (e con una serie di ulteriori editti emanati tra il 381 e il 392) proibì i culti pubblici e fece chiudere tutti i templi pagani.

E abbiamo anche visto che da esse, dai loro riti, pedissequamente, sorsero le monache cattoliche (e più tardi le suore) ed il primo convento femminile che risale proprio esattamente agli anni e forse li precede di poco dello spegnimento del Fuoco Sacro.

 

La veste di Vesta e delle Vestali, anticipo del vestito da nozze!

La vestale era sempre e interamente vestita di bianco! e dalle statue rinvenute si può desumere l’abbigliamento delle sacerdotesse: esso si componeva di una tunica, una sopravveste (stola) e un mantello (pallium o palla), di lana bianca.

Il velo (suffibulum), tenuto da una spilla (fibula), era puntato ad una fascia (infula) che ricopriva loro il capo quasi interamente, lasciando scoperta soltanto la fronte e l’attaccatura dei capelli.

Di sotto all’orlo anteriore del suffibulum, appariva la capigliatura, divisa, secondo la rituale prescrizione, in sei trecce (crines), non di capelli propri, ma di posticci, cui si attorcigliavano nastri di lana rossa. Le Vestali portavano questa acconciatura durante tutta la vita; mentre le donne romane erano obbligate ad adottarla soltanto nel giorno delle nozze.

La statua meglio conservata dell’atrio mostra sul petto il resto di un monile in bronzo (catenella e medaglione), il quale non sembra però facesse parte strettamente dell’abbigliamento ufficiale.

Ma da tutto risalta quanto hanno preso le nostre spose cristiane da tutto questo!

 

Mola salsa, anticipazione della Sacra Particula, la nostra Ostia

Dal latino mola = macina, e per estensione farro macinato, e salsus = salato.

La Mola Salsa è la focaccia sacra utilizzata nei riti religiosi dell’antica Roma.

Era un composto indispensabile nei sacrifici dei romani e si otteneva unendo il farro macinato al sale e all’acqua sorgiva.

Veniva offerta alla divinità, distribuita in piccoli pezzi ai credenti, quale atto di purificazione, oppure utilizzata per cospargere gli animali destinati al sacrificio.

Veniva preparato dalle Vestali tre volte l’anno: il 15 Febbraio (festa dei Lupercali), il 9 Giugno (festa delle Vestali, Vestalia) ed alle Idi di Settembre. Il farro usato era coltivato e raccolto dalle vestali stesse, tostato e macinato a giorni alterni tra le Nonae  e le Idi di Maggio (dal 7 al 15).

Preparazione della Mola Salsa

Sostanzialmente, la Mola Salsa è una focaccia di farro, salata in superficie. La sua preparazione, esclusivamente concessa alla Vestali, seguiva un rituale particolarmente rigoroso.

Il farro doveva essere raccolto, a giorni alterni, nel periodo compreso tra le none e le idi di maius (dal 7 al 15 maggio), mese sacro alla dea Maia, protettrice dei raccolti e della vegetazione. Il raccolto era portato alla Casa delle Vestali, le quali provvedevano a sgranare le spighe, tostare i grani e macinarli finemente.

La farina così ottenuta, veniva impastata con acqua di fonte perenne e formata in tondi schiacciati da cuocere nel forno del Tempio di Vesta.

Contemporaneamente, le Vestali preparavano la “Muries”: un condimento formato da sale triturato al mortaio, posto in una terrina e mescolato con acqua, sempre di fonte perenne. Dopo averla sigillata con gesso, le Vestali inserivano la terrina nel forno sacro, allo scopo di asciugare l’acqua in eccesso.

Il “Muries” veniva sparso sulla “Mola Salsa” appena sfornata.

Captio virginis

La Captio Virginis, ovvero “ la presa della vergine”, era una  cerimonia nella quale il Pontefice Massimo, (la più alta carica religiosa), nominava una nuova Vestale, scelta tra le fanciulle patrizie aventi dai sei ai dieci anni.

La verginità era uno dei requisiti essenziali per accedere a questo sacerdozio.

Erano osservati dei rigidi criteri fisici nella scelta, come pure dei criteri giuridici, morali e sociali.

Al momento della cerimonia, il Pontefice Massimo prendeva per mano la fanciulla e pronunciava parole rituali.

Dopo la “presa” il Pontefice esponeva alla ragazza quelli che sarebbero stati i suoi doveri e di contro i privilegi che derivavano dal suo nuovo status.

A partire da quel momento, la Vestale lasciava la patria potestas e andava ad abitare presso l’atrium Vestae, nel foro romano.

Rivestita dell’abito sacerdotale bianco, per una sola volta, le si tagliavano i capelli, simbolo di sacrificio, che venivano appesi ad un albero, l’antico loto crinito.

Rinnovamento dell’Ignis vestae

Ogni anno alle Calende di Marzo il fuoco sacro, custodito all’interno del tempio, veniva rinnovato dalle Vestali tramite lo sfregamento di pezzi di legno degli alberi di buon augurio (arbores felices), come la quercia, il leccio, il sughero e il faggio o, secondo quanto scrive Plutarco, con la rifrazione dei raggi solari utilizzando un vaso conico di rame, detto scaphium.

Ciò avveniva al di fuori del tempio o in una zona riparata all’interno dello stesso dove potevano entrare solo le Vestali e il Pontefice Massimo.

Poi i tizzoni venivano posti sul focolare.

Il fuoco non doveva mai spegnersi: in tal caso la pena prevista era la fustigazione della vestale responsabile.

foto di copertina: i resti della Casa delle Vestali nel Foro Romano.

 

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