Nell’Antica Roma, 1° Marzo: il tempo di Marte, primo mese dell’anno, perché si può ricominciare a combattere!

 

 

Marzo, primo mese dell’anno per i Romani, è tutto dedicato a Marte, loro prima divinità e dio della guerra e di tanto altro – I riti, le celebrazioni e i canti di questi giorni.

 

di Daniele Vanni

 

Se il primo giorno, le Kalende, erano a Roma “riservate” a Giunone, alle Matronalia, e quindi alla donna ed al parto, è pur vero che questo era il mese di Marte!

Marte (in latino Mars e in greco Ares) è, secondo la mitologia romana il Dio della Guerra, (la cosa, cioè la conquista, la lotta, il combattimento, quasi connaturale ai Romani che, non a caso, si sentivano discendenti di tale dio…)Diodei duelli e degli spargimenti di sangue.

Secondo la mitologia romana più arcaica, quando i Romani erano si estremamente bellicosi, ma pur sempre pastori, era, però, anche il dio del tuono, della pioggia e della fertilità.

 

Divinità sia italica (almeno di origine, potremmo dire: sabino-etrusca!) che prettamente romana, padre mitico del primo re di Roma, Romolo, era il dio guerriero per eccellenza, in parte associato a fenomeni atmosferici come la tempesta e il fulmine.

Assieme a Quirino e Giove, faceva parte della cosiddetta “Triade Capitolina arcaica“, esclusivamente maschile, che in seguito, su influsso della cultura etrusca, la civiltà arcaica con più rispetto e libertà per le donne, sarà invece costituita da Giove, Giunone e Minerva. Più tardi, identificandolo con il greco Ares, venne detto figlio di Giunone e Giove e inserito in un contesto mitologico ellenizzato.

 

Alcuni studiosi del passato, hanno parlato di Marte anche nei termini di divinità “agraria”, legata all’agricoltura, soprattutto sulla scorta del testo di una preghiera rimastaci nel “De agri cultura” di Catone, che lo invoca per proteggere i campi da ogni tipo di sciagura e malattia.

Come dimostrato in seguito da Georges Dumézil, in realtà il collegamento fra Marte e l’ambito campestre non fa di lui una divinità neanche parzialmente legata alla terra, in quanto il suo ruolo è esclusivamente di difensore armato dei campi da mali umani e soprannaturali, (in pratica dalla conquista degli altri!) senza diversificazione dalla sua natura intrinsecamente guerresca.

 

Il dio, inoltre, rappresentava la virtù e la forza della natura e della gioventù, che nei tempi antichi era dedita alla pratica militare. In questo senso era posto  in relazione con l’antica pratica italica delpuer sacrum, la Primavera Sacra: in una situazione difficile, i cittadini prendevano la decisione sacra di allontanare dal territorio la nuova generazione, non appena fosse divenuta adulta. Giunto il momento, Marte prendeva sotto la sua tutela i giovani espulsi, che formavano solo una banda, e li proteggeva finché non avessero fondato una nuova comunità sedentaria, espellendo o sottomettendo altri occupanti. Accadeva talvolta che gli animali consacrati a Marte guidassero i consacrati e divenissero loro eponimi: un lupo (hirpus) aveva guidato gli Irpini, un picchio (picus) i Piceni, mentre i Mamertini derivavano il loro nome direttamente da quello del dio.

 

Marte, nella società romana, assunse un ruolo molto più importante della sua controparte greca (Ares), al punto che era considerato il padre del popolo romano e di tutti gli italici in generale: Marte, accoppiatosi con la vestale Rea Silvia generò Romolo e Remo, che fondarono Roma.

Di conseguenza Marte era considerato il padre del popolo romano e i Romani si chiamavano tra loro Figli di Marte. I suoi più importanti discendenti, oltre a Romolo e Remo, furono Pico e Fauno.

 

Marte comparve spesso sulla monetazione romana, sia repubblicana che imperiale, con vari titoli: Marti conservatori (protettore), Marti patri (padre), Mars ultor (vendicatore), Marti pacifero (portatore di pace), Marti propugnatori (difensore), Mars Victor (vincitore).

 

Il mese di marzo, il giorno di martedì, i nomi Marco, Marcello, Martino, il pianeta Marte, il popolo dei Marsi e il loro territorio Martia Antica, l’odierna Marsica devono a lui il loro nome.

 

 

Leggenda sulla nascita di Marte

 

Secondo il mito, Giunone era invidiosa del fatto che Giove avesse concepito da solo Minerva, senza la sua partecipazione. Chiese quindi aiuto a Flora, che le indicò un fiore, che cresceva nelle campagne in Etolia che permetteva di concepire al solo contatto.

Così diventò madre di Marte, che fece allevare da Priapo, il quale gli insegnò l’arte della guerra. La leggenda è di tradizione tarda come dimostra la discendenza di Minerva da Giove, che ricalca il mito greco. Flora, al contrario, testimonia una tradizione più antica.

 

Nomi

 

Marte era venerato con numerosi nomi sia dagli stessi latini, sia dagli altri popoli italici:

 

Mars

Marmar

Marmor

Mamers

Marpiter

Marspiter

Mavors

Maris,benché non sia un nome italico ma etrusco, l’origine della parola è comunque italica, infatti il dio Maris deriva dall’italico Marte.

 

Epiteti

 

Diuum deus: ‘Dio degli dei’, nome con cui viene designato nel Carmen Saliare.

Gradivus: ‘colui che va’, con valore spesso di ‘colui che va in battaglia’, ma può essere collegato anche al ver sacrum, quindi ‘colui che guida, che va’

Leucesios: epiteto del Carmen Saliare che significa ‘lucente’, ‘Dio della luce’, questo epiteto può essere anche legato alla sua caratteristica di dio del tuono e del lampo, ma anche del baluginare delle armi!

Silvanus: in Catone, nel libro De agri cultura, Marte viene soprannominato Silvanus, in riferimento ai suoi aspetti legati alla natura e collegandolo con Fauno

Ultor: epiteto tardo, dato da Augusto in onore della vendetta per i cesaricidi.(da ultor -oris: vendicatore)

 

Rappresentazioni

 

Gli antichi monumenti rappresentano il dio Marte in maniera piuttosto uniforme: quasi sempre Marte è raffigurato con indosso l’elmo, la lancia o la spada e lo scudo, raramente con uno scettro.

Talvolta è ritratto nudo, altre volte con l’armatura e spesso ha un mantello sulle spalle. A volte è rappresentato con la barba ma, nella maggior parte dei casi, è sbarbato, dato che la barba poteva essere d’impedimento per la guerra!

È raffigurato a piedi o su un carro trainato da due cavalli imbizzarriti, ma ha sempre un aspetto combattivo.

Gli antichi Sabini lo adoravano sotto l’effigie di una lancia chiamata “Quiris” da cui si racconta derivi il nome del dio Quirino, spesso identificato con Romolo.

Bisogna dire che il nome Quirinus, come il nome Quirites, deriva da *co-uiria, cioè assemblea del popolo e indicava il popolo in quanto corpus di cittadini, da distinguere con Populus (dal verbo populari = devastare), che indica il popolo in armi.

 

Il ruolo di Marte a Roma

 

A Roma Marte era onorato, come più volte detto, in modo particolare.

A partire dal regno di Numa Pompilio, venne istituito un consiglio di sacerdoti, scelti tra i patrizi, chiamati Salii,chiamati a vigilare su dodici scudi sacri, gli Ancilia, di cui si dice che uno sia caduto dal cielo. Gli altri erano copie esatte, create per sviare un eventuale furto!

Questi sacerdoti erano riconoscibili dal resto del popolo per la loro tunica purpurea. I sacerdoti Salii, in realtà erano un’istituzione ben più antica di Numa Pompilio, risalivano addirittura al re-dio Fauno, che li creò in onore di Marte, costituendo così i primi culti iniziatici latini.

Tant’è che nelle processioni, camminavano…saltando, come fauni!

 

 

Festività

 

Era venerato fastosamente in marzo, il primo mese dell’anno nel calendario romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l’invernoe che portava il suo nome, con le feriae Martis, Equirria, agonium martiale, Quinquatrus e tubilustrum.

Altre cerimonie importanti in suo onore, avvenivano in febbraio, mese di purificazione e preparazione all’inizio della guerra e in ottobre, il mese in cui si deponevano, per il freddo e le piogge, le armi.

 

Gli Equirriasi tenevano il 27 febbraio e il 14 marzo. Erano giorni sacri con significato religioso e militare; i romani vi mettevano molta enfasi per sostenere l’esercito e rafforzare la morale pubblica.

I sacerdoti tenevano riti di purificazione dell’esercito.

Si tenevano corse di cavalli nel Campo Marzio.

 

Le Feriae Martissi tenevano dal 1º marzo al 24 marzo.

Durante le Feriae Martis i dodici Salii Palatini percorrevano la città in processione, portando ciascuno un Ancile, uno dei dodici scudi sacri, e fermandosi ogni notte ad una stazione diversa (mansio). Nel percorso i Salii eseguivano una danza con un ritmo di tre tempi (tripudium) e cantavano l’antico e misterioso Carmen Saliare.Il 19 marzo si teneva il Quinquatrus, durante il quale gli scudi venivano ripuliti. Il 23 marzo si teneva il Tubilustrium, dedicato alla purificazione delle trombe usate dai Salii e alla preparazione delle armi dopo la pausa invernale. Il 24 marzo gli ancilia venivano riposti nel sacrario della Regia.

 

L’October Equussi teneva alle idi di ottobre (15 ottobre).

Si svolgeva una corsa di bighe e veniva sacrificato a Marte il cavallo di destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. La coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. C’era una battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la coda per portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la Regia.

 

Il 19 ottobre si teneva l’Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e alla loro conservazione per l’inverno.

 

Ogni cinque anni si tenevano in Campo Marzio, le Suovetaurilia,dove davanti all’altare di Marte (Ara Martis) il censo veniva accompagnato da un rito di purificazione tramite il sacrificio di un bue, un maiale e una pecora.

 

Luoghi di culto

 

Tra le popolazioni italiche, si sa di un antico tempio dedicato al dio Marte a Suna, antica città degli Aborigeni, e di un oracolo del dio, nella città aborigena di Tiora.

 

Animali ed oggetti sacri

 

I dodici scudi sacri, gli Ancilia, di cui si dice che uno sia caduto dal cielo, tenuti dai Sacerdoti Salii, che avanzavano saltellando come Fauni!

Lupo: si ricorda il nipote Fauno, il lupo per eccellenza e la lupa che ha allattato Romolo e Remo

Picchio: il picchio è l’uccello del tuono e della pioggia oracolare, ha nutrito Romolo e Remo insieme alla lupa

Cavallo: simbolo della guerra (si ricorda Nettuno e gli Equirria)

Toro: altro animale molto importante per il ver sacrum e per tutti i popoli italici

Hastae Martiae: sono le lance di Marte che si scuotevano in caso di gravi pericoli, tenute nel sacrario della Regia

Lapis manalis: la pietra della pioggia, in quanto dio della pioggia

 

 

Offerte

 

A Marte si offrivano come vittime sacrificali vari tipi di animali: dei tori, dei maiali, delle pecore e, più raramente, cavalli, galli, lupi e picchi verdi, molti dei quali gli erano consacrati.

Le matrone romane gli sacrificavano un gallo il primo giorno del mese a lui dedicato che, fino al tempo di Gaio Giulio Cesare, era anche il primo dell’anno.

 

 

Salii

 

I Saliierano un antichissimo collegio sacerdotale romano (simile a quello dei Fratres Arvales o Arvali), che secondo la tradizione si vuole istituito dal re Numa Pompilio (esistevano già sacerdoti con funzioni simili in altre città, p.es. a Veio).

Il nome dei Salii deriva dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre.

I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, ed erano distinti in due collegi: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Ramnes) ed i Salii Quirinalesistituiti da Tullo Ostilio e scelti fra le famiglie nobili (in principio, solo della tribù dei Tities), indice di un’origine risalente agli inizi della monarchia, quando il Palatino era ancora separato dagli altri colli.

I Salii erano presieduti da un Magister, al quale si affiancavano il Praesul, che dirigeva le danze (mostrava i passi e le figure della danza amptrurare agli altri sacerdoti che dovevano poi ripeterle reamptrurare), ed il Vates, direttore del coro.

 

I Salii Palatini erano dodici sacerdoti consacrati a Marte ed erano uomini prestanti, di bell’aspetto e relativamente giovani, cooptati tra i membri delle più nobili famiglie (anche in epoca più tardiva), che custodivano i dodici scudi sacri tra i quali si nascondeva l’Ancile (scudo ovale tagliato sui due lati), lo scudo consegnato da Marte Gradivo a Numa Pompilio (nell’ottavo anno del regno del re, durante un’epidemia di peste) come pegno dell’eterna salvezza ed invincibilità di Roma.

 

Come suggerito al re dalla ninfa Egeria, Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio (della gens Veturia) di forgiare altri 11 scudi identici all’Ancile, così che fosse impossibile ai nemici di Roma sottrarre quello autentico, ed ordinò che fossero riposti nella Reggia e conservati dal sacerdote Flamine Diale ed affidati, per i riti sacri, al nuovo collegio sacerdotale dei Salii Palatini.

 

I Salii Quirinales o Collini o Agonali, istituiti da Tullo Ostilio dopo la vittoria sui Sabini, erano sempre dodici ed erano consacrati al dio Quirinus.

 

I Salii erano uno dei collegi sacerdotali più ragguardevoli nell’antica Roma e avevano il compito di aprire e chiudere ogni anno il tempo che poteva essere dedicato alla guerra(per gli antichi romani il periodo per le guerre andava da marzo ad ottobre per ovvie ragioni di approvvigionamento delle truppe).

 

Questo tempo di passaggio aveva un’importanza fondamentale per il cittadino romano, ad un tempo civis (cittadino) e miles (soldato).

Con il mese di Marzo il cittadino romano diveniva miles e passava sotto la giurisdizione militare e la tutela del dio Marte e le manifestazioni dei Salii Palatini segnavano questo passaggio.

Nel mese di Ottobre il cittadino romano tornava, come civis, ad occuparsi delle attività produttive sotto la tutela del dio Quirino e i riti guidati dai Salii Quirinales segnavano questo momento purificando uomini, armi ed animali che avevano partecipato ad attività belliche.

 

I Salii vestivano un elegante costume che ricordava quello di antichi guerrieri composto da una tunica bordata di rosso ed affibbiata alla spalla (la trabea), cinta da una cintura di bronzo a cui era agganciata una spada. Sopra la tunica indossavano una pettorina corazzata in bronzo ed un mantello, indossavano inoltre lo stesso copricapo dei sacerdoti Flamini, l’Apex (un caschetto dotato di una punta di legno d’ulivo all’apice e fissato sotto il mento con delle stringhe, le apicule).

 

 

 

 

Cerimonie

 

Il periodo bellico veniva inaugurato nel mese di Marzo con una serie di festività. Il primo di marzo i Salii Palatini sfilavano e portavano in processione i dodici scudi sacri (gli Ancilia , che rappresentavano l’autorità giuridica) e le dodici lance di Marte (le hastae Martiae, che rappresentavano l’autorità militare) intonando, (senza accompagnamento musicale, ma battendo il ritmo con dei bastoncelli sugli scudi) canti particolari in latino arcaico (in epoca tardiva gli stessi sacerdoti non comprendevano più completamente il significato delle canzoni), nel quale si invocava su Roma la protezione degli dei, i Carmina Saliaria. Tali canti venivano chiamati assamenta o axamenta forse perché cantati solo con la voce (assa voce).

I Salii percorrevano la città cantando e ballando e toccando con le lance e gli scudi alcuni luoghi particolari allo scopo di risvegliare lo spirito guerriero di Roma e dovevano davvero fare un gran rumore cantando e saltando con l’armatura addosso e percuotendo gli scudi.

Alla sera, al termine della festa, gli scudi e le lance venivano riposti nella Regia e riaffidati al sacerdote Flamine e nel tempio di Marte i sacerdoti Salii consumavano un abbondante e raffinato banchetto, divenuto proverbiale.

 

Il 14 di marzopresiedevano alle gare di cavalli dette Equirria che avevano lo scopo di purificare i cavalli per la guerra.

Nel loro canto i Salii ricordavano anche il suddetto Mamurio Veturio, ed in suo onore la festa del 14 marzo (corrispondente al capodanno dell’antico calendario romano) prese il nome di Mamuralia.

Durante questa importante festa popolare Mamurio Veturio, rappresentato come un vecchio vestito di pelli impersonava l’anno ormai trascorso, che veniva cacciato dalla folla a colpi di bastone per far posto all’anno nuovo.

Un antenato della Vecia o della Befana che si brucia conle cose vecchie che si buttano!

Il 23 marzo, presiedevano al Tubilustrium, festa di purificazione delle trombe che chiudeva l’inaugurazione della nuova stagione guerresca. Sempre i Salii poi chiudevano la stagione della guerra nel mese di ottobre con le tre feste di purificazione del Tigillum Sororium, dell’Armilustrium e dell’October Equium,per la purificazione dei soldati, delle armi e dei cavalli.

 

Fu sacerdote salio, anche Publio Cornelio Scipione, che proprio per questo raggiunse in ritardo le legioni che lo aspettavano in Ellesponto, infatti i sacerdoti Salii non potevano cambiare domicilio per un mese, dopo ogni sacrificio.

 

Il Carmen Saliare è un frammento in latino arcaico il cui testo, nell’antica Roma, veniva recitato nello svolgimento dei rituali praticati dai sacerdoti Salii (conosciuti anche come i “sacerdoti saltellanti”).

 

I riti erano imperniati soprattutto attorno alle figure degli dei Marte e Quirino, e si tenevano nei mesi di marzo ed ottobre.

Consistevano in alcune processioni durante le quali i sacerdoti, portando armature ed armi antiche, eseguivano la loro danza sacra e cantavano il Carmen Saliare.

La creazione dell’ordine dei sacerdoti Salii è antecedente all’epoca della Repubblica romana e le loro origini vengono fatte risalire fino al regno del mitico re Numa Pompilio,  ma come detto, erano sicuramente anteriori!

 

I sacerdoti Salii venivano scelti tra i figli di famiglie patrizie i cui genitori fossero ancora in vita al momento della scelta.

La nomina era una nomina a vita, tuttavia era loro permesso di abbandonare l’ordine, se avessero ottenuto un sacerdozio di maggiore importanza oppure una grossa carica pubblica.

 

Alcuni frammenti dell’inno, composti in versi saturni, si sono conservati grazie a Marco Terenzio Varrone, che ha riportato il primo e il terzo nella sua opera De lingua Latina nei passi del capitolo VII 26, 27, e a Quinto Terenzio Scauro, che ha tramandato il secondo nel suo De orthographia.

I frammenti recitano:

 

« divum +empta+ cante, divum deo supplicate »

 

« cantate Lui, il padre degli Dei, supplicate il Dio degli Dei »

(fragmentum 1)

 

 

« cume tonas, Leucesie, prae tet tremonti

+quot+ ibet etinei de is cum tonarem »

 

« quando tuoni, o Dio della Luce, davanti a Te tremano

tutti gli Dei che lassù ti hanno sentito tuonare »

(fragmentum 2)

 

 

« …cozeulodorieso.

Omnia vero adpatula coemisse.

Ian cusianes duonus ceruses dunus Ianusve

vet pom melios eum recum. »

 

« …

… di Cerere … Giano

… »

(fragmentum 3)

 

I linguisti non sono stati in grado di tradurre la maggior parte del testo (quella presentata è una delle possibili traduzioni, relativa ai primi due frammenti); i termini latini in esso riconoscibili sembra che citino il tuono, Giano, Giove e Cerere. La lingua usata è così antica che già nel I secolo a.C. Cicerone dichiarava di non essere capace di comprendere la maggior parte del canto in questione!

 

Terminiamo con un’iscrizione tardo imperiale di un altro canto, quello degli Arvali:

 

E nos, Lases, iuvate! (ter)

Neve lue rue, Marmar, sins incurrere in pleoris! (ter)

Satur fu, fere Mars, limen sali, sta ber ber! (ter)

Semunis alternei advocapit conctos. (ter)

E nos, Marmor, iuvato! (ter)

Triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe (ter)

 

 

 

Oh, a noi! Lari, aiutateci! (tre volte)

No, pestilenza e rovina, o Marmar,

non permettere che trascorrano tra il popolo! (tre volte)

Sii sazio, o feroce Mars;

balza sulla soglia; fermati là là! (tre volte)

I Semòni, sei alla volta, li chiamerà tutti a parlamento (tre volte)

Oh, a noi! Marmor, aiutaci! (tre volte)

Trionfo! (tre volte)

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