Nell’Antica Roma, 1 Marzo: Feste di Matronalia, in onore della donna e del parto. Le femineae kalendae, antico inizio dell’anno

 

Le donne recano fiori e incenso a Giunone Lucina sull’Esquilino e fanno voti per la gloria dei mariti. Da qui: l’8 Marzo! Erano celebrazioni in onore delle spose e per la protezione durante il parto, quindi in onore delle nascite. L’uomo faceva dei regali e onorava la moglie e si rinnovava il rito del matrimonio. Le matrone servivano in questo giorno, in un ribaltamenti rituale dei ruoli, gli schiavi di casa!

 

di Daniele Vanni

 

 

Matronalia – Celebrazione in favore delle Donne e di Giunone Lucina

 

CALENDIMARZO

 

Il primo giorno del calendario religioso di Roma antica, in ogni mese, era dedicato a Giunone. Ma questo che rappresentava l’inizio del nuovo anno e della bella stagione, quindi della ripresa della vita, aveva un significato particolare. In questo giorno, veniva acceso il nuovo fuoco per le case, si rinnovavano i rami di lauro alla reggia, e si accendeva il fuoco nel tempio di Vesta.

Cos’ la data, era dedicata alla celebrazione di Giunone-Lucina, che inglobava in sè una dea della mitologia etrusca.

Nella mitologia romana, Lucina era la dea del parto. E salvaguardava inoltre le donne nel lavoro. Lucina si trova anche come epiteto della dea Giunone: Giunone Lucina (“colei che porta i bambini alla luce”).

Il nome vero in Etrusco era Thalna, dea del parto e moglie di Tinia, (Giove) raffigurata nell’arte etrusca come una giovane donna. Thalna si trova spesso raffigurata negli specchi etruschi, sui quali erano comunemente incise delle scene mitologiche.

Il nome è stato generalmente tradotto con il significato di “colei che porta i bambini verso la luce” (in latino: lux che significa “luce“), ma potrebbe anche derivare dalla parola latina lucus (che significa “bosco sacro“), per un bosco sacro di alberi di loto che si trovava sul colle Esquilino, associato alla dea. Recenti studi etimologici hanno ironicamente proposto la derivazione della parola lucus da lux secondo l’etimologia degli opposti: Varrone definì nella sua De lingua latina la cosiddetta etimologia degli opposti secondo cui lux potrebbe derivare da lucus cioè da radure all’interno dei boschi nei quali venivano compiuti i sacrifici.

Le Matronaliaerano una festività romana che si celebrava il 1º marzo in onore di Giunone Lucina, fin dai tempi di Romolo e Tito Tazio, riservati alle donne che avevano contribuito alla cessazione della guerra. Anche quelle familiari!

La festività cadeva alle calende di marzo, anche dette femineae kalendae, l’inizio dell’antico calendario romano: le donne romane recavano fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull’Esquilino, la cui costruzione era tradizionalmente fatta risalire al 1º marzo 375 a.C., e facevano dei voti per la gloria dei loro mariti. Era costume che in questa occasione gli uomini facessero dei doni alle mogli e alle madri. Il collegamento col culto di Giunone Lucina, protettrice delle nascite, trasformò la festività nella celebrazione delle nascite.

Si trattava, in effetti, di una rivisitazione della cerimonia privata del matrimonio, in cui lo sposo faceva dei doni alla sposa, la quale, a sua volta, lodava il marito; tale celebrazione veniva quindi ritualmente ripetuta all’inizio dell’anno nuovo.

L’Esquilino è il più alto ed esteso dei sette colli su cui fu fondata Roma. Esso è formato da tre alture: l’Opius nel settore meridionale, il Fagutal in quello occidentale, confinante con la Velia, e il Cispius nella parte settentrionale, dove si trova attualmente la basilica di Santa Maria Maggiore.

In origine costituiva un corpo unico con gli altri sei colli, formando un altopiano che, eroso da numerosi corsi d’acqua che ne hanno inciso le piroclastiti di superficie e gli altri tufi antichi (modellamento), si è diviso in valli ed alture

Le tre cime dell’Esqulino, il Fagutal, l’Opius ed il Cispius, facevano parte del Septimontium, che rappresentava la fase espansiva di Roma, successiva a quella del nucleo originario, identificato con la Roma quadrata.

Il colle fu poi annesso alla città da Servio Tullio, sesto re di Roma.

Il nome Esquilino ha dato adito a numerose interpretazioni da parte degli alcuni affermano che gli exquilini erano gli abitanti della fascia suburbana per distinguerli dagli inquilini che risiedevano nell’Urbe. Aexquilae deriva dalla radice di ex-colere, che significa appunto “abitare fuori” (dalle mura).

Altri sostengono che il toponimo provenga da aesculi (eschi), arbusti di leccio cari a Giove: sul colle, alle origini, si trovavano appunto un tempio e un bosco sacro a Mefite e Giunone Lucina, divinità cui gli antichi abitanti si rivolgevano affinché fugassero i miasmi della malsana zona circostante.

La festa delle donne esisteva anche nel calendario religioso della Roma più antica e consisteva in celebrazioni religiose in onore di Giunone Lucina  la dea della fecondità, protettrice delle donne sposate, che per l’occasione veniva venerata con offerte di fiori primaverili:la stessa Via Lattea, veniva fatta originare da Giunone-Madre: secondo il mito dalle gocce di latte del suo seno, era scaturita l’omonima costellazione!

Dalle opere di Ovidio, sappiamo che, in occasione di questa festa, le matronae invocavano Giunone Lucina chiedendole assistenza e protezione nel difficile momento del parto: esse intrecciavano erbe in fiore e componevano corone con cui cingersi il capo, quindi si rivolgevano a Giunone con queste parole: “Recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace / di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! / E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ / E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ / Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, / preghi la Dea per un parto senza dolore… (Ov. Fast. III, 253 – 258)”.

Dai Fasti di Ovidio apprendiamo, infatti, che le spose latine, quando stavano per partorire, si scioglievano i capelli facendo fluire libera la chioma, invocando Giunone affinchè il parto avvenisse senza dolore (Ov. Fast. 3, 257-258). Il momento del parto, considerato simbolicamente lo scioglimento di un nodo, era infatti molto temuto poiché metteva in pericolo la vita della donna. Per questo motivo in attesa della nascita di un figlio il rituale simbolico dello sciogliemento dei capelli aveva il valore di un incantesimo volto ad assicurare un esito favorevole del parto sia per la madre che per il neonato. E in tal senso va letta anche l’antica tradizione che vietava alle donne di entrare nel tempio di Giunone Lucina con qualcosa di annodato addosso.

Sempre in occasione dei Matronalia, si svolgeva anche un insolito e trasgressivo rituale che prevedeva il rovesciamento dei ruoli sociali per un solo giorno, con le matrone che dovevano servire a tavola i propri schiavi! Questo rituale, che potremmo definire di rottura, di sconvolgimento dell’ordine sociale, somigliava, per certi aspetti, a quello che si teneva a dicembre, in occasione di un’altra importante festa del calendario di Roma antica: i Saturnalia: anche in quei giorni, gli schiavi non lavoravano e si facevano strenne!

Pare che il ribaltamento dei ruoli, qui,  avesse a che fare con l’inizio del nuovo anno: le calende di marzo segnavano infatti, il capodanno romano; e pare che il rituale avesse la funzione di rendere ancora più evidente il ristabilimento dei rispettivi ruoli sociali. E’ come se lo scambio delle parti per un giorno fosse servito a sottolineare e a ribadire che per tutto il resto dell’anno gli schiavi avrebbero dovuto agire da schiavi e i padroni da padroni.

Potrebbe inoltre stupire che proprio nel primo giorno di marzo – mese che non a caso Romolo chiamò Martius dedicandolo a suo padre Marte – anziché celebrare il dio della guerra e dell’agricoltura Roma, celebrasse Giunone Lucina. Ci si potrebbe chiedere, infatti, perché nel calendario festivo di Roma antica protagonista del capodanno non era Marte, rappresentante della virilità e della forza procreativa maschile, bensì sua madre Giunone, protettrice della famiglia e delle nascite.

Sappiamo per certo che almeno dal 375 a.C. – anno in cui Plinio ci dice che un tempio sull’Esquilino fu dedicato a Giunone Lucina – il primo giorno di marzo era consacrato alla Dea madre, e non a Marte, suo figlio.

Nemmeno Ovidio, che nel suo poema provò a chiedere direttamente a Marte il perchè di una festa delle donne nel mese a lui dedicato, riuscì a chiarire del tutto il dubbio: “Dimmi perchè ti festeggiano le matrone, mentre tu sei connesso alle attività virili?”  chiede il poeta al dio nel terzo libro dei Fasti (Ov. Fast. III, 169).

Forse in ricordo dell’atto di pace tra Romani e Sabini, reso possibile dalla mediazione di quelle mitiche donne che dopo essere state rapite erano divenute spose dei Romani. Questo sembra suggerire Marte in tutta risposta. O forse perchè a marzo “agli alberi tornano le foglie distaccate dal freddo e le gemme si gonfiano di linfa sul tenero tralcio … con ragione le madri latine per cui è voto e milizia il parto, onorano questa stagione feconda” (Ov. Fast. III, 236-244)

Di fronte all’imbarazzante domanda di Ovidio, il dio Marte sembra quasi voler chiudere bruscamente la questione rispondendo così: “Ciò che chiedi appare evidente ai tuoi occhi. Mia madre ama le spose, la folla delle madri celebra la mia festa” (Ov. Fast. III, 250-251).

Vero è che in questo giorno iniziava la bella stagione, ma anche la stagione della guerra che si combatteva solo con il bel tempo. E per la guerra ci vogliono i figli…

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