Nell’Antica Roma, 1° Gennaio: Festa di Ianus in onore di Giano, Dio del passaggio, da un luogo ad un altro, da uno “stato” all’altro

 

 

Prima delle riforma giuliana del 46 a.C., l’anno iniziava, a Roma, con la Primavera, come era più giusto!

Adesso, però, l’inizio dell’anno, dal punto di vista della divinità preposta, acquistava tutt’altra valenza!

 

 

di Daniele Vanni

 

 

« Rivolgete preghiere a Consivio (Giano). Spalanca tutte le porte, ormai egli ci ascolta benevolo… Tu sei il buon Creatore, di gran lunga il migliore degli altri re divini… cantate in onore di lui, del padre degli dei, supplicate il dio degli dei ».

(M. Terenzio Varrone)

 

Consivo, seminatore, nel senso che “apre” il solco.

Giano è Dio dei passaggi e della “porta” che si forma quando si alza l’aratro dal solco sacro, il Pomerio, che delimita la città nel suo atto fondativo!

Prima delle riforma giuliana del 46 a.C., – e forse Giulio Cesare non voleva, per paura di ciò che accadde! diventare imperatore, ma certo voleva con tutto se stesso passare alla storia, anzi al Tempo, se è vero che volle modificare persino il modo si contare i giorni e gli anni!! – l’anno iniziava con la Primavera, come era più giusto!

E tanto è radicata questa antica ritualità, che ad esempio, nella “romana” Firenze e nell’etrusca Pisa (dato che tutti i riti sacrali vennero a Roma, attraverso gli Etrsuchi) si festeggia ancora, in quell’equinozio di marzo, quando il sole ha rimesso a posto le cose, pareggiando luce e notte! il capodanno, che per i Celti era posto invece a Samahain, quando iniziavano  mesi del buio, per questi popoli che si formarono un po’ più a Nord del Ponentino laziale!

Adesso, l’inizio dell’anno, dal punto di vista della divinità, acquistava però tutt’altra valenza!

Giano bifronte, divinità italica e tipicamente romana e latina, ero il dio dell’antichità più esperto, azzeccato, profondo di quei riti che punteggiano la vita dell’uomo e che Van Gennep ed altri studiosi moderni hanno chiamato: “RITI DI PASSAGGIO”!

E uno dei simboli dominanti di questi “passaggi”, ora fisici, ora spirituali e psicologici, è la porta, che in latino (almeno in alcune eccezioni, è detta “ianua” come il Dio o dal dio o il dio da questa!).

Ma il nostro: “porta”, (anche se contestato da alcuni) pare proprio derivare proprio dall’atto di fondazione etrusco della città romana. Quando Romolo, con l’aratro ed i buoi bianchi, che a volte gli scappano! traccia il solco del pomerio, ad una distanza già determinata, alza, cioè: porta! in alto l’aratro: in quel punto il sacro pomerio potrà essere attraversato e qui nasceranno le “porte” della città!

In nessun altro punto è possibile, pena la morte! come un nemico, oltrepassare quel solco sacro: come accadrà a Remo che lo salto in segno di spregio!

Se ne conoscono solo tre, che si aprono sulla “Roma quadrata” che squadrata non lo è affatto e tutte ci riportano a quei muggiti della vita pastorale che dette il là alla città eterna (e che ora passa forse le sue ore peggiori, nel senso culturale del termine, perché mai, neppure nei sacchi dei Visigoti o dei Lanzechinecchi sembra essere precipitata così in basso!).

Ianua significa porta e ianus passaggio.

I riti di passaggio, come il matrimonio, significato dall’anello (anulus), l’adultità, quando i ragazzi dismettevano la “bulla”…sono tutti transiti che in antico vedevano riti specifici e simboli di passaggio.

Per questo Ianus viene raffigurato con due volti contrapposti: non solo passato e futuro, ma a significare la trasformazione del Passaggio!

Nel 260 a.c. gli venne dedicato un tempio da Caius Duilius dopo la vittoria riportata a Mylae sui cartaginesi.

Naturalmente, essendo il giorno delle kalende, sacre a Giunone, perché preposta al ciclo lunare, che prima stabiliva i mesi e i giorni, si celebrava la dea e del suo sposo-fratello, Iovis.

In onore di Giove Capitolino si teneva una grande festa al Campidoglio. Una delle feste più importanti più importanti dell’anno.

Che adesso, con i festeggiamenti per l’inizio del nuovo anno, voluto da Giulio Cesare, nel 46 a.C., con il “Calendario Giuliano”, che stabiliva che l’anno nuovo iniziasse il primo gennaio, acquistava nuova importanza.

Il primo di gennaio i Romani usavano invitare a pranzo gli amici e scambiarsi il dono di un vaso bianco con miele, datteri e fichi, il tutto accompagnato da ramoscelli d’alloro, detti strenne, come augurio di fortuna e felicità.

Il nome strennaderivava dal fatto che i rami venivano staccati da un boschetto della via sacra ad una dea di origine sabina: Strenia, che aveva uno spazio verde a lei dedicato sul Monte Velia.

La dea era apportatrice di fortuna e felicità; il termine latino “strenna”, presagio fortunato, deriva proprio dalla dea.

Monte Velia, o la Velia, è un’altura scomparsa, (per uno degli sciaguratissimi interventi del Fascismo che diceva di voler rifarsi alle bellezze romane e ne ha distrutte a migliaia!) era una propaggine del colle Esquilino, Rione Monti.

Fu completamente rasa al suolo durante gli anni trenta, in epoca fascista! Era una piccola altura di forma rettangolare che faceva parte del colle Esquilino, e sorgeva tra il colle Palatino e il colle Oppio e raggiungeva il suo punto più alto dove oggi si trova la Basilica di Massenzio, praticamente la parte rimasta è quella all’altezza del clivo di Acilio, del Belvedere Cederna, il punto dove sorge la villa Rivaldi Sivestri su via del Colosseo.

Gli sbancamenti furono dovuti alla apertura della via dei Fori Imperiali che, con uno scempio pari a quelli democristiani di fare raffinerie in faccia a Venezia o la Italsider sui Campi Flegrei, collega piazza Venezia al Colosseo.

Probabilmente in antico la Velia era un colle a carattere residenziale, che si affacciava sul Foro Romano e il Palatino, avendo ai lati la depressione dell’area dei Pantani, ove sorgevano i Fori Imperiali e sul lato più interno la depressione della Suburra e, dall’altro lato, la valle del Colosseo. Confinava con la Velia la zona delle Carinae, c’è una via sul versante del colle Fagutale, che la ricorda, in realtà il vicus ad Carinas era in un tratto del foro Romano, tra il Templum Pacis e gli Horrea Piperataria, poi sostituiti dalla Basilica di Massenzio.

Si pensa che il nome derivasse da certi tetti spioventi che ricordavano le carene delle navi. Ebbero qui casa, Cicerone, Marco Antonio, Tiberio, Pompeo.

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