Nell’Antica Roma, 1 Dicembre: Festa in onore della Dea Pietas

 

 

 

di Daniele Vanni

 

 

La pietà, il sentimento compassionevole di dolorosa e premurosa partecipazione all’infelicità, al dolore, al bisogno ed alle necessità altrui, che è vera solo quando chi la prova si muove, sì a compassione, ma non resta soltanto in uno stato di commozione emotiva, ma partecipa attivamente a sollevare la penosa situazione dell’altro, – questo io intendo per vera pietà (che se si riesce, deve rimanere, come la misericordia, la carità) assolutamente nascosta, non è un’invenzione del Cristianesimo!

 

La pietà, che trae il suo stesso nome dal Latino: pietās, e quindi è precedente a quella evangelica è un sentimento che induce amore, compassione e rispetto per le altre persone.

 

Ma il significato attuale della parola pietà, cioè misericordia, non corrisponde al significato del termine da cui essa deriva: la pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia, oltre al valore intrinseco e gerarchico che essa rappresentava nel mondo ellenico e soprattutto quello romano.

Enea non a caso viene soprannominato da Virgilio: “il pio” non perché fosse buono e misericordioso, in senso cristiano (e da qui l’equivoco che Virgilio etrusco e figlio di una maga etrusca fosse cristiano ante litteram!!) ma perché era non solo particolarmente devoto agli dèi,  – come si vede dalla cieca fiducia che ripone nei loro presagi, (come del resto fa Ulisse) ma anche perché incarnava perfettamente i valori di rispetto dell’unità familiare, vero messaggio dell’Eneide, che vuole la “famiglia”, e non solo quella imperante! discendente diretta di quella di Enea, – che durante la fuga da Troia, si fa carico sia del figlio, che del padre Anchise. In atto di accollarsi il passato ed il futuro! Enea obbedisce sempre agli dèi e al fato, mettendo in secondo piano le vicende personali, come l’amore per Didone. Il motivo della pietas è molto evidente nelle sue gesta, come quando è alla ricerca del vecchio padre e lo porta sulle spalle mentre sono in fuga. Qui l’atteggiamento “pietoso” dell’eroe troiano consiste nel rispetto dei valori tradizionali quali la famiglia, la patria e la religione. Enea infatti non si oppone al volere del fato.

 

Il significato del termine si è avvicinato a quello attuale di misericordia (un po’ riduttiva, rispetto all’antica pietas) con il Cristianesimo, per il quale la pietà è un attributo di Dio.

 

Ecco, oggi, nell’antica Roma si festeggiava questa Dea, Pietas, e il 1° Dicembre era giorno (e quindi mese: e da qui non a caso la scelta del 25, in cui sarà stabilita la nascita di Cristo, così pietoso da farsi uomo e morire in Croce per pietà, cioè redimere l’umanità caduta nel peccato originale) dicevamo, questo era giorno in onore della Dea Pietas, personificazione proprio del sentimento del dovere, della religiosità, dell’amore devoto.

Ma come sempre, il Romano non è rivolto, come l’Etrusco o il Cristiano verso il Cielo: lui, pastore, concreto, guarda le greggi, i suoi armenti, il suo terreno, guarda la famiglia, che non concepisce senza senso della patria e dello stato. Stato che è basato sull’esercito, in una commistione inscindibile tra esercito, censo, appartenenza, attività e libertà personale, politica, civica e, in ultima analisi: militare.

 

Ecco che il senso religioso romano o “pietas romana” ha come base non il sentimento verso gli Dei ma la volontà e la possibilità di garantire il successo alla respublica mediante la scrupolosa osservanza della religio, dei suoi culti, dei suoi riti, della sua tradizione, osservanza che consente di ottenere il favore degli Dei e garantire la pax deum (pax deorum).

 

Gli esecutori e garanti di questa possibilità sono i sacerdoti che eseguono scrupolosamente quanto è necessario in riti e cerimonie per l’ottenimento della salvaguardia e della vittoria di Roma.

La benevolentia degli Dei viene dunque determinata dalla scrupolosa osservanza della religio e dei suoi riti, ed è testimoniata infatti dal successo di Roma nei confronti delle altre città e nel Mondo.

 

Dunque i romani non hanno alcun obbligo di amare gli Dei, obbligo precipuo del cristianesimo, nessun romano pensa che si possa amare un Dio che domina con premi e punizioni, nè pensa che gli Dei possano amarlo, ma crede ad un “do ut des” tra uomo e Dei. Donando agli Dei onori, preghiere e templi essi riconoscenti accorderanno la loro protezione.

 

« … ma è nel sentimento religioso e nell’osservanza del culto e pure in questa saggezza eccezionale che ci ha fatto intendere appieno che tutto è retto e governato dalla volontà divina, che noi abbiamo superato tutti i popoli e tutte le nazioni. »

 

(Cicerone, De haruspicum responso)

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