MOLTI MESTIERI LUCCHESI NON CI SONO PIU PARTE SECONDA16114216_1170543783044866_380372578103187480_n

ferrivecchi
sinonimo di rigattiere, colui che girava con un carretto per raccogliere utensili, bacinelle, secchi, testate di letto ed ogni altro tipo di manufatto metallico;

fiaccheraio
era il conducente del fiacchere, italianizzazione del francese “fiacre,” cioè la vettura, ossia la carrozza che era a disposizione per trasporto di persone. In città i fiaccherai avevano una specie di divisa con una tuba per cappello;
fiascaio
per intendere l’impagliatore di fiaschi, ma anche chi li fabbricava e chi li vendeva. Il fiasco è il recipiente tradizionale del vino toscano, rivestito per quasi tutto il corpo di erba palustre. Fino all’introduzione del sistema metrico decimale, adottato in Italia con R.D. n. 7088 del 23 agosto 1890, il fiasco era anche una misura di capacità equivalente a 1/20 di barile, cioè 2,2792 litri e infatti i nostri vecchi primi fiaschi erano capaci di due litri, passati poi a 1,5 – 1 fino alla loro fuoriuscita dal mercato soppiantati dalle amorfe bottiglie da 0,75;figurinaio
il venditore di statuette in gesso raffiguranti diversi soggetti. Venditori e merce provenivano quasi sicuramente dalla lucchesia, da dove quest’arte e questo mestiere si erano sparsi poi per il mondo. Al grido: “ ciò de’ be’ bamboretti senza mamma!” il figurinaio offiva diversi tipi di statuette come busti di Napoleone, Dante Alighieri o altri uomini illustri, spesso irriconoscibili, o bimbi con polli, soldatini o monumenti;

gelataio
mitico venditore del mitico dolce! Ora son tornati di moda quei coloratissimi carretti con i luccicanti serbatoi delle creme (due o tre, ma anche troppe!), ma sono roba da turisti, mentre il carretto originale era un semplice piccolo carretto tirato a mano. Solo in seguito furono utilizzati i tricicli e infine, dal primo dopoguerra, i carretti a motore. “Geelatii! Piangete bimbi che mamma ve lo ‘ompra!” e chi se lo dimentica più?;

lettore di poesie
poteva dirsi una specie di cantastorie, figura di un’epoca dove la scolarizzazione era scarsa e l’analfabetismo diffuso. Vestito di scuro, con aria professionale, declamava le poesie in piedi su un panchetto o su un banco, poesie d’amore e sentimentali, che affascinavano le massaie e le servette che affollavano le strade del mercato;

lupinaio
offriva i lupini, legumi che, dopo essiccati, venivano messi a mollo in acqua e sale, cambiata più volte. Venivano, e vengono tuttoggi nelle fiere di paese, offerti crudi senza altro che il loro sapore strano ma salato che li rendono abbastanza gradevoli e, per i bambini, anche divertente farli schizzar via dal loro guscio duro e scivoloso;

materassaio
aveva un bel daffare dato che i materassi di crine, vegetale o lana, a seconda le stagioni, erano beni di lunga durata che, per essere destinati a diverse generazioni, abbisognavano di battiture, rivoltature e ricuciture accurate. Il materassaio girava con un carretto, e poi con un triciclo, portando con sé gli strumenti del lavoro: lo scardasso, aghi, fili e tutto quello che serviva per i rammendi;

merciaio
era un lavorante molto richiesto per la caratteristica che in tutte le case vi erano donne che cucivano per loro stesse e per tutta la famiglia. Ecco allora il merciaio che portava articoli da cucito, forniture per sarte, abbigliamento intimo, corredi, lenzuola, tovaglie e scampoli di tessuto. Il suo era un contatto diretto con le famiglie e spesso vi erano matrimoni fra il venditore e la ragazza della casa visitata per lavoro. Ancora oggi vi sono commercianti di stoffe che si recano a vendere casa per casa e sono molto rispettati e conosciuti;

ombrellaio (da abbinarsi a sprangaio, steccaio, magnano e orciao)
tutti lavori simili fra loro. Infatti al grido di “ombrellaio sprangaio” o “chi ha conche catini e ombrelli rotti?” si annunciava chi riparava stecche o manici di ombrelli, oppure rimetteva insieme catini e terraglie in genere per mezzo delle spranghe, cioè cuciture fatte con fil di ferro. Il magnano era invece un factotum delle riparazioni in metallo, rattoppando vecchi paioli o facendo piccoli lavori in ferro e, siccome urlava più degli altri il suo: “il magnano donne, c’è il mmagnanoo!”, venne fuori il detto che “tre donne e un magnano fanno fiera”. Mestiere da non confondere con il

pentolaio o ramaio
colui che vendeva pentole, pignatte, zuppiere, conche, catini, scolapasta, bastardelle, mezzine, paioli e tegami in rame e articoli in coccio. Il costo della mercanzia, data la scarsa disponibilità delle famiglie, faceva più guardare che comprare tutto quel bendiddio che faceva venir mille voglie.

da “la voce del serchio”

FONTE EZIO LUCCHESI

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