LUCCA TRA LEGGENDA E REALTA’ “L’ULTIMA GHIGLIOTTINA”10444715_641860162579900_7294173733349262631_n

Il 22 aprile 1845 ebbe inizio il processo, presso il Regio Tribunale di Lucca, a carico di otto imputati, compreso un contumace, accusati di avere, tra il 1837 e 1842, commesso furti, rapine a mano armata, grassazioni varie e violenza sessuale, nelle campagne lucchesi.
Alla sbarra vennero condotti:
Fabiano Bartolomei detto Faina, nato ai Monti di Villa, di anni 40, mugnaio.
Francesco Prosperi, padre del sottonominato Demetrio, dei Monti di Villa, di anni 70.
Demetrio Prosperi, dei Monti di Villa, di anni 35, di ricca e rispettata famiglia.
Natale Giusti di Lucca, di anni 43, imbianchino e doratore.
Giuseppe Alessandri detto Caromèo o Cabala, nato a Colognora di Valleriana, di anni 41.
Pietro Giuliani detto Buèro, nato a Ponte S.Pietro, di anni 46, dimorante a Livorno.
Giovanni Nardi detto l’Abataccio, nato a Cocilia, di anni 34, falegname.
Tommaso Bartolomei detto Barbanera o il vecchio della montagna, nato ai Monti di Villa, settuagenario – contumace –
La banda imperversò per cinque anni nelle campagne lucchesi, prendendo di mira soprattuto i parroci di sperdute chiese e pievi.
I parroci erano ritenuti sempre ben forniti di denaro e provviste, in mancanza di questo ci si poteva rifare con gli arredi sacri. Inoltre, generalmente, i parroci vivevano con la perpetua ed al massimo con qualche sorella, quindi non si sarebbe dovuto affrontare un nutrito gruppo famigliare se ci si fosse risolti ad aggredire un casolare di contadini.
I malfattori riuscirono, durante la loro attività, ad accaparrarsi un ingente bottino in lire, scudi, paoli, franchi, francesconi, nonchè calici, turiboli, ostensori, reliquari ed altri oggetti preziosi. Non disdegnarono neanche salami, prosciutti, formaggi e sigari.
I denari venivano subito spartiti mentre gli oggetti in oro ed argento erano nascosti in attesa di essere fusi.
I malviventi in questione erano estremamente scaltri ed agivano con accortezza e determinazione presentandosi armati fino ai denti e ricorrendo alla maniere forti, nei confronti delle loro vittime, per farsi rivelare dove erano tenuti i soldi ed i preziosi.
La difficoltà maggiore, incontrata per acciufare i detti briganti, era che questi si ritrovavano solo in occasione delle loro scorribande e, una volta messo a segno il colpo, prontamente si dividevano di nuovo e tornavano ognuno alle proprie attività, cosa questa che li rendeva ancor meno identificabili, tenendo conto che, uno di loro, apparteneva anche ad una famiglia agiata.
Ecco alcune loro “imprese”.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1837 venne rapinato don Michele Sarti, parroco di Chiatri. I malviventi attesero che uscisse un colono che dimorava col parroco e dopo averlo immobilizzato entrarono in canonica e sotto la minaccia delle armi costrinsero il parroco e la sorella a consegnargli denaro ed altri beni, ovvero: 23 francesconi, una collana di corallo con fermaglio d’oro, quattro anelli d’oro, due fucili da caccia, una pistola e dei cucchiai d’argento. Dopo venne saccheggiata la chiesa.
Nella notte dal 5 al 6 giugno 1840 i banditi, attraverso una finestra, si introdussero nella canonica del reverendo Andrea Bernardini, parroco alla Rocca, che fece in tempo a gridare, ma venne colpito dal “Cabala” con il calcio della pistola. Immobilizzata anche la serva, rovistarono la canonica e saccheggiarono la chiese, andandosene con un ricco bottino in denaro ed argenterie.
Tra il 27 ed il 28 luglio 1842 i banditi visitarono il parroco di Castagnori, don Giovanni Andrea Bianchi che venne torturato dal “Cabala”, mentre il “Buero” e “l’Abataccio” violentarono la serva. Nonostante le sevizie, denari il parroco ne aveva pochi, dovettero accontentarsi di 12 francesconi, una mezza sovrana d’oro e sessanta lire. Dopo vennero depredati gli arredi sacri.
La sera del 23 agosto 1842 Marco Mennaccini, di Vorno, si vide entrare in casa i banditi che rapinarono lui e la moglie del denaro ed oggetti d’oro e violentarono una ragazza che era sfortunatamente in casa del Mennaccini, durante la rapina.
I gendarmi lucchesi riuscirono a mettere le mani sui briganti poco dopo, grazie ad una notificazione governativa che metteva una taglia di duecento zecchini sui malviventi, che prometteva l’anonimato ed anche l’impunità sul delatore, foss’anche esso stato un componente della banda, che avesse favorito l’arresto anche di uno solo dei componenti.
La soffiata non tardò ad arrivare. Il capitano delle guardie ducali, Francesco Bertocchi, assieme ad i suoi uomini, facendo irruzione in un fienile dei fratelli Francesconi di Vorno, riescì ad arrestare il Cabala ed il Faina. Da questi si potè risalire agli altri componenti della banda.
Il processo ebbe inizio il 22 aprile 1845, quindi gli imputati passarono tre lunghi anni nel carcere di San Giorgio e molti di loro, durante l’istruttoria, si mantennero sulla negativa, anche il Faina, che infine rese ampia confessione.
L’illustre avvocato Francesco Carrara, all’epoca quarantenne ma già famoso giurista, difendeva Demetrio Prosperi ed il padre Francesco ( quest’ultimo accusato di ricettazione ) ma, di fatto, con la sua appassionata e valente oratoria, cercò di salvare anche gli altri imputati dal patibolo.
Il 28 aprile la Regia Ruota Criminale di Lucca emise il verdetto: mandò assolto Francesco Prosperi, condannò il contumace “Barbanera” e gli altri detenuti alla pena capitale.
Nel luglio successivo la sentenza venne confermata in appello. Ora, l’ultima parola, spettava al Duca.
Carlo Ludovico si ritirò nel proprio studio ad esaminare le carte del processo, poi stette per un ora assorto in preghiera nella cappella. Concesse la grazia solo a Natale Giusti, che venne spedito ai lavori forzati, per gli altri si aprì la strada per il patibolo.
La notizia provocò forte emozione e contrastanti opinioni.
La data delle esecuzioni venne fissata per il 29 luglio. Il boia venne fatto venire da Parma ed arrivò accompagnato dai tre figli, in funzione di aiutanti.
Molti lucchesi, in segno di dissenzio ed indignazione, lasciarano la propria città il giorno suddetto, ma è anche vero che dalle zone e città vicine una gran massa di gente si recò a Lucca per assistere allo “spettacolo”, tanto che, nella notte tra il 28 ed il 29 luglio, le porte della città rimasero aperte per far affluire la gente in arrivo.
Gente che, in un primo momento, rimase delusa alla vista dei condannati che si immaginava come degli energumeni incrollabili anche di fronte alla morte e che invece si trovò davanti cinque disgraziati che invocavano Gesù e Maria e successivamente disgustata, inorridita per lo stomachevole spettacolo delle esecuzioni.
Ma andiamo con ordine.
Il 29 luglio, non meno di ottomila persone, si erano radunate sul prato antistante Porta San Donato, attorno al palco della ghigliottina.
Alle sei si schierarono i soldati. Alle sette il carnefice prese posto sul palco. Alle otto i condannati uscirono dal carcere e, scortati dai carabinieri ed assistiti dai religiosi, si recarono sul luogo dell’esecuzione.
Alla vista delle teste mozzate, alla vista del sangue, tanto sangue, versato, molti di coloro che si erano recati colà, pensando di assistere a chissà che cosa, rimasero disgustati. Vi fu chi iniziò a vomitare, vi furono malori e svenimenti.
Nell’ottobre del 1847, nel momento in cui il marchese Rinuccini prendeva possesso del Ducato di Lucca, in nome di Leopoldo II di Toscana, negli stati del quale la pena capitale era stata abolita, un corteo di popolani raggiunse il carcere di San Giorgio dove chiese ed ottenne la consegna del palco e della ghigliottina che vennero dati alle fiamme tra il giubilo generale.
Solo la lama metallica della mannaia resistette al fuoco, un prete se ne impossessò e si recò nei giorni successivi a Viareggio dove, noleggiata una barca, si spinse al largo e gettò la lama nelle profondità marine.
Bibliografia:
Giorgio Batini, ” O LA BORSA O LA VITA ! Storie e leggende dei briganti toscani”
fonte ezio lucchesi

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