Lucca, le signore del Toscano prime nei traguardi del mondo del lavoro

Nella Manifattura del Sigaro resiste il reparto del “fatto a mano” tutto al femminile

di  LAURA MONTANARI
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Lucca, le signore del Toscano prime nei traguardi del mondo del lavoroSolo donne, solo le mani delle donne che prendono il tabacco e lo rollano, nello stesso modo, da duecento anni in qua. Conoscono i dosaggi a colpo d’occhio per preparare quello che un tempo veniva chiamato lo “stortignaccolo”. Cioè il sigaro, una miscela di tabacco Kentucky di diversa provenienza, miscelato con una manualità che rende ogni pezzo irregolare, quindi unico. Operaie per contratto a circa 1.200-1.400 euro al mese, di fatto artigiane sigaraie. Una nicchia, un’enclave «oramai unica in tutta Europa» assicurano alla Manifattura del Sigaro Toscano di Lucca (dal 2006 del Gruppo bolognese Maccaferri) dove resiste un reparto tutto femminile composto da 23 unità, ma prima della crisi erano anche 30.

«Le sigaraie sono state tra le prime donne ad entrare quasi alla pari con gli uomini (in realtà pagate meno ndr) nel mondo del lavoro» spiega Anton Giulio Coppa Bennati, direttore commerciale export della Manifattura. A metà dell’800 erano una ventina, dopo l’Unità d’Italia di più e il loro numero cresce in maniera esponenziale: in tutta la penisola all’inizio del Novecento diventano 12mila e alla vigilia della prima guerra mondiale 16mila. Le loro lotte sono una bandiera per l’8 marzo. Entravano in fabbrica giovanissime, perfino a 9 anni. Tempi durissimi, lavoro a cottimo, 1200 sigari al giorno. Tempi anche di soprusi da parte degli operai maschi, di umilianti perquisizioni all’uscita per controllare che non nascondessero il tabacco da rivendere al mercato nero: «Una delle battaglie fu quella di ottenere che le perquisizioni alle donne venissero fatte da altre donne» ricorda ancora Bennati. Coraggiose e ribelli, quelle operaie aprirono la strada alle rivendicazioni salariali: nel 1912-13 scesero più volte in piazza per denunciare la cattiva qualità delle foglie di tabacco. «La qualità per loro era importante – spiegano dalla Manifattura – lavoravano a cottimo avevano in consegna quantitativi di tabacco limitato al numero di sigari che dovevano confezionare giornalmente. In totale, venivano preparati da ciascuna lavoratrice circa 1.200 sigari al giorno, 3 al minuto». Contro i 500 di oggi (in 450 minuti). Chi non reggeva il ritmo, veniva licenziata. «Così svilupparono una solidarietà che copriva, in caso di inadempienza, le compagne – raccontano in fabbrica -: accantonare piccoli quantitativi di tabacco oppure nascondere sigari già pronti, permettevano di coprire il livello minimo di produzione giornaliere». Nel 1908 in alcune Manifatture italiane debuttano i primi asili, sono esempi unici. Fra questi uno è a Cava de’ Tirreni in Toscana (stabilimnento oggi di proprietà del Gruppo Maccaferri). Per diventare sigaraia ed entrare nel reparto che confeziona a mano i sigari, serve un apprendistato di 18 mesi, qualche volta è un lavoro che viene tramandato di madre in figlia, più spesso no. Daniela, per esempio, ha 35 anni e lavora all’interno del reparto dei sigari a mano da dieci. È dalle mani sue e da quelle sue colleghe che passerà per esempio la realizzazione

di un nuovo sigaro, lo “Stil Novo” dedicato a Dante, a tiratura limitata e con una stagionatura inferiore a quella dei sigaro Toscano originale che è fra i 10 mesi e un anno.

Nello stabilimento di Lucca lavorano oltre 200 persone, il 70% donne. Lì vengono prodotti 90 milioni di sigari l’anno, una piccola parte fatti a mano, gli altri con l’aiuto delle macchine che mescolano tabacco di alta qualità kentucky, acqua, fermentazione e stagionatura.

fonte repubblica firenze

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