bicchierini di fave e baccelli con crostini di pane raffermo e croste di parmigiano reggiano 3

Il ricarico tra il prezzo alla produzione e al consumo può raggiungere il 1400% sul pane

Piero Tartagni

LA CIA TOSCANA NORD PORTA ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE L’ESIGENZA DI DIFENDERE AGRICOLTORI E CONSUMATORI DALLA DIFFERENZA DEI PREZZI

 

«La differenza tra quanto un agricoltore ricava dalla vendita di un suo prodotto e quello che sarà poi il prezzo finito per il consumatore si fa sempre più ampia e per la Cia Toscana Nord è giunto il tempo di adottare politiche che permettano di chiudere questa forbice. Per questo, ma non solo per questo, il 5 maggio saremo in piazza a Bologna, alla manifestazione nazionale organizzata dalla Cia, assieme a Confagricoltura  e Copagri».

A dirlo è il presidente della Cia Toscana Nord, Piero Tartagni, commentando i dati emersi da una recente indagine effettuata dall’associazione sulla differenza che esiste tra quanto ricava un agricoltore dalla vendita dei propri prodotti e quanto il consumatore paga quando lo acquista in un supermercato o in un negozio.

 

«I problemi che portiamo in piazza e per i quali chiediamo un intervento – prosegue Tartagni – sono molti: dalla burocrazia, ai ritardi nei pagamenti Agea, ai costi di produzione insostenibili, ai prezzi in caduta libera, all’embrargo russo, agli investimenti al palo. Su questi e su altri temi, come tutele vere per il Made In Italy, l’abbandono delle aree rurali e la cementificazione, chiediamo delle risposte certe e rapide, perché il comparto agricolo ha bisogno di essere rilanciato e non affossato».

 

Quello del gap tra prezzi al produttore e prezzi al consumo è, comunque, un tema centrale: «La Cia ha effettuato una ricerca che evidenzia come la forbice tra questi due dati non sia più sostenibile, per questo continuiamo a chiedere l’esposizione del doppio prezzo in etichetta: all’origine e alla vendita, al fine di dare dignità al lavoro dell’agricoltore e tutelare il consumatore».

 

ALCUNI DATI – Un tipico picnic primaverile, a base di pane, formaggio e baccelli, può costare oltre i 20 euro (per la precisione, secondo l’indagine, 20,75 euro), ma di questi ben pochi vanno nelle tasche dell’agricoltore. Un chilo di baccelli costa mediamente 2,25 euro; una forma di pecorino da un chilo, 16 euro circa; un chilo di pane toscano va a 2 euro, per un totale di 20 euro e 75 centesimi.

Ecco, invece, i prezzi al produttore: i baccelli sono pagati all’agricoltore 0.75 euro al chilo, mentre il consumatore paga il 197% in più; i sei litri di latte che servono per una forma da un chilo di pecorino portano all’allevatore 5,4 euro, mentre il consumatore paga il 201% in più; un quintale di farina di grano tenero viene pagata 14 euro: con quella farina, il panificio produce 110 chili di pane per un valore di 210 euro e una differenza del 1400%.

Dall’indagine è emerso che anche per quanto concerne gli altri prodotti non va molto meglio.

Il latte (bovino) esce dalla stalla a 0.36 euro al litro e finisce in tavola a 1,62 (+350%).

I carciofi lasciano il campo a 0,12 ciascuno, mentre se li andiamo a comprare li paghiamo 0,47 euro, con un sovrapprezzo pari al 291%.

Un chilo di spaghetti (marche agroindustria), in media costa 1,43 e un chilo di pasta artigianale si attesta attorno ai 4,40 euro, ma il grano duro con il quale si producono 700 grammi di semola e 670 grammi di pasta viene pagato all’agricoltore 0,22 euro al chilo, con un incremento del 330% sugli spaghetti e +1230% sulla pasta artigianale.

«Per questo, oltre a incentivare la vendita diretta, come Cia riteniamo necessario garantire la trasparenza dell’intera filiera agricola e saremo alla manifestazione nazionale anche per chiedere norme sull’etichettatura che comunichino in modo chiaro al consumatore la tracciabilità e l’origine del prodotto».

 

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