GIOVEDI 4 novembre alle ore 16,00 presso l, Auditorium di via San
Micheletto, nell’ambito delle attività culturali organizzate dall’UNIDEL
di Lucca, il Prof. NICOLA BARBATO terrà una conferenza  dal titolo:

GLI INTERNATI MILITARI ITALIANI”

Col termine IMI si indicano gli Internati Militari Italiani, e cioè i
militari (ufficiali e soldati) catturati, spesso anche con l’inganno, da
Wermacht e SS, in seguito al dissolvimento e allo sbandamento delle
divisioni regie. All’indomani dell’annuncio dell’armistizio con gli
Alleati (8/9/43) e della fuga del re e dei vertici istituzionali e
militari a Brindisi, in territorio già liberato, l’esercito viene
infatti lasciato privo di ordini per giorni e settimane, nei diversi

fronti di guerra.  I tedeschi, che già da luglio presidiano in forze il
Centro Nord, riservano agli italiani un trattamento ispirato a
disumanità e vendetta. La Resistenza dei militari ha caratteri diversi
che verranno brevemente richiamati nel corso della lezione.

La leggenda nazista del “tradimento italiano” che pure circola ancora in
alcuni siti neofascisti, è stata puntualmente e da tempo confutata dallo
storico tedesco G. Schreiber. I soldati che fin dall’inizio resistono
all’ordine di consegnare le armi, fedeli – nel caos – al giuramento
fatto al re, vengono considerati anziché belligeranti, franchi tiratori,
banditi. I militari resistenti della prima ora, a Cefalonia, a Corfù e
in altri teatri bellici sono fucilati, a migliaia, dopo la resa. Dopo un
trasporto in condizioni bestiali, 810.000, tra ufficiali e soldati,
restano detenuti in baracche chiamate rispettivamente OfLag e StaLag,
situate nei lager disseminati in Germania (Sandbostel e Wietzendorf sono
tra i più noti) e in Polonia.

Non protetti dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri, gli
IMI (status voluto da Hitler proprio per eludere i controlli) divengono
schiavi al servizio dell’apparato produttivo tedesco, soprattutto
dell’industria bellica. Testimonianze e diari ci parlano di un’esistenza
di fame divorante e freddo insopportabile, di orari massacranti, di
isolamento, di malattie prive di cure elementari, spesso causate da
condizioni igieniche impossibili.  Gli IMI sono soggetti a una pressione
insistente e continuativa da parte della Repubblica di Salò affinché si
arruolino nel ricostituendo esercito fascista repubblicano, sotto il
comando del gen. Graziani. C’è una cassetta in ogni lager, Ogni giorno
possono scegliere.

Ma in 650.000 resistono – quotidianamente – a promesse, minacce,
soprusi: si rifiutano di arruolarsi con fascisti e nazisti; tentano
perfino di boicottare il Reich sfidando punizioni atroci, mentre,
soprattutto tra gli Ufficiali, che in un primo tempo non sono costretti
al lavoro, si sviluppano iniziative culturali e matura una coscienza
antifascista.
Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 gli internati
vengono smilitarizzati d’autorità dalla Rsi, coattivamente dismessi
dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili, un’etichetta
ipocrita che spaccia come volontario un lavoro in realtà forzato e
durissimo.

Questo è infatti l’uso dei prigionieri che, fino all’ultimo, interesserà
al Reich (ebrei, zingari e altre categorie sono invece destinati
all’eliminazione fisica). Saranno 50.000 gli IMI morti d’inedia, tbc e
violenza.

Al loro ritorno li accoglie un’Italia diffidente e una storiografia
disattenta. Oggi quel vuoto, grazie a lavori tedeschi (G. Schreiber, L.
Klinkhammer, G. Hammerman) e italiani (U. Dragoni, N. Labanca, M.
Avagliano e Palmeri per citare solo alcuni), allo sforzo di
Associazioni, Università, Istituti Storici della Resistenza, si va
colmando.  Molti IMI tuttavia si chiusero nel silenzio, molti ci hanno
lasciato. Altri invece, hanno trovato il coraggio di raccontare. Alcuni
di essi, quasi centenari, vivono ancora nella nostra Provincia e, anche
di recente, hanno partecipato a iniziative di presentazione delle loro
memorie.

L’interrogativo che da questa vicenda dobbiamo conservare è questo:
senza quei 650.000 NO, ripetuti ogni giorno per mesi, cosa sarebbe
successo? Di certo una ritardata vittoria alleata e forse un’Italia
diversa. Per questo, quella degli IMI è Resistenza senz’armi, da
affiancare alla Resistenza civile e a quella armata.

La lezione sarà integrata – se tecnicamente possibile – dalla proiezione
di diapositive e da letture tratte da saggi storici e memorialistica.
Una succinta indicazione bibliografica, sitografica e filmografica, per
chi voglia approfondire, chiuderà l’incontro.

Per conto del Consiglio Direttivo UNIDEL,
Picchi Giuseppe

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