la veglia
le veglie invernali si tenevano di solito nelle stalle, il luogo più caldo della casa, grazie al fiato delle bestie che erano quasi sempre parecchie, dato che servivano per i lavori di traino e di aratura.
Dopo cena la famiglia vi si trasferiva al completo e spesso si univa loro qualche vicino o qualche giovanotto che faceva la corte alle ragazze di casa.


Ma anche durante la veglia, a meno che non fosse festa, i contadini non stavano mai con le mani in mano, c’era sempre qualcosa da fare.
C’era chi aggiustava gli attrezzi, chi intrecciava cesti di vimini, chi faceva le scope con i rami di saggina, chi sgranava le pannocchie, chi preparava le trappole per gli uccelli da mettere presso i pagliai nell’aia il giorno dopo…..tanti erano i piccoli lavori di tutti i giorni. , senza contare il lavoro delle donne, rammendi, lavori ai ferri per le calze e le maglie di tutta la famiglia che di certo una volta non si compravano nei negozi come ora.
Ma mentre le mani erano occupate in cento cose, fiorivano i racconti e le storie più o meno fantasiose sui fatti recenti o passati relativi alla comunità , ai ricordi, agli avvenimenti di guerra o semplicemente ispirati a favole o a storie di paura che incantavano soprattutto i più piccoli.


Nel libricino del comune di Poggio Berni“ Quando d’inverno faceva la neve”, Federica Foschi ha raccolto una serie di gustose testimonianze su questi racconti che hanno come protagonisti folletti, fantasmi, stregoni e perfino draghi.
Tanti una volta erano i luoghi dove si diceva che“ci si vedeva” o “ci si sentiva”,specialmente di notte lungo strade fiancheggiate da grandi siepi, in palazzi disabitati o nei pressi di mulini ,ponti e conventi…..
Perché in campagna una volta le notti erano veramente buie, di un buio che oggi non possiamo nemmeno immaginare , e anche con la luna, chi si trovava a dover viaggiare dopo il tramonto lo faceva sempre con passo svelto e attento ad ogni rumore, che anche il rumore dei propri passi poteva dare l’impressione di essere seguiti e di avere a che fare con un fantasma o un’anima in pena.
Così nascevano i racconti di paura che , un po’ veri e un po’ inventati , si raccontavano un inverno dopo l’altro nelle veglie quando ancora non esistevano radio e televisione.
Così si passavano due-tre orette…non di più, perchè poi “l’arzdòur” cominciava a dire, in tono semischerzoso : “Ciò, andema a lèt , che sta zenta la’s vo andè a cà?”
( Andiamo a letto, che questa gente vuole andare a casa?)

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