Le storie di chi si è ucciso dietro le sbarre nel 2022

L’AGI ha raccolto le testimonianze su alcuni uomini e donne tra i 79 detenuti suicidi. Dal più giovane a chi in cella non ci doveva stare, Le loro vite prima che diventassero un numero

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AGI  – D’estate il carcere Lorusso e Cotugno di Torino, come ogni altro, si riempie di un mare di silenzio. Non ci sono attività ricreative, il tempo è di sasso. La notte prima di Ferragosto Alessandro Gaffoglio, 25 anni,  si è infilato un sacchetto di nylon sulla testa e il suo cuore ha smesso di battere lentamente sotto la coperta. Ci aveva già provato qualche giorno prima nella sezione ‘Nuovi giunti’. Il 2 agosto era stato arrestato per una rapina al supermercato, il 16 agosto i genitori avevano un appuntamento con lui ma l’estate di Alessandro si era già spezzata a metà.

La sua è una delle 79 storie di persone, 74 uomini e 5 donne, che si sono uccise in carcere. Il numero più alto negli ultimi dieci anni, ha scritto il Garante delle persone private della libertà personale nel suo rapporto, 23 in più rispetto al 2012. L’AGI ha contattato legali, garanti locali, volontari e e familiari per conoscere le vite che c’erano prima dei numeri.

Laura Spadaro, l’avvocato di Gaffoglio, che era incensurato, aveva sollevato il tema di possibili disagi psichiatrici del ragazzo di origini brasiliane adottato da una famiglia torinese che, fino ad agosto, non aveva avuto problemi con la giustizia. “Era dolce, molto dolce. Non è facile accettare quello che è successo” spiega Spadaro che alla Procura ha chiesto di chiarire perché il suo rischio suicidiario sia stato abbassato nonostante avesse già tentato di uccidersi qualche giorno prima.

Il più giovane

Il più giovane di tutti era Giacomo Trimarco. Arrestato per il furto di un telefono, si è tolto la vita a 21 anni a San Vittore dove non sarebbe dovuto stare. Da otto mesi era destinato a una Rems perché soffriva di un disturbo borderline ma per lui e per tanti altri non c’era posto a causa delle liste d’attese lunghe in media 304 giorni. La madre Stefania pensava che il carcere fosse il meno peggio dove aspettare perché l’avrebbe tenuto lontano dall’alcol.

“Invece è andato tutto storto. Di Giacomo non importava nulla a nessuno, dal Sert ai servizi psichiatrici nessuno ha ascoltato la nostra richiesta di aiuto. Una comunità terapeutica l’ha respinto perché era troppo impegnativo”. L’autopsia rivela che è morto per avere inalato troppo butano. Spesso i detenuti usano le bombolette non solo per cucinare ma anche per  l’effetto simile all’eroina. “Non voleva uccidersi, ma stava così male che aveva bisogno di sniffare”. Era molto altro, oltre la sua malattia. “Aveva la voce di un angelo, suonava il flauto e costruiva macchinette per i tatuaggi, anche in carcere”.

Simone Melardi, entrava e usciva dagli ospedali

“Era così generoso che una volta aveva preso una pianta enorme da un palazzo e l’aveva portata al Centro di malattie mentali per fare un regalo”. Simone Melardi, 44 anni, era in lista d’attesa per essere inserito in una comunità terapeutica perché soffriva di una psicosi. “All’età di 16 anni ebbe una grave delusione amorosa durante il servizio militare, gli fecero un tso e da allora  è cambiato. Entrava e usciva dagli ospedali, non lo tenevano mai più di sette giorni” racconta la mamma.

I suoi problemi con la droga peggioravano. “Non ha mai commesso gravi reati, solo furtarelli”. Era nel carcere di Caltagirone per aver rubato un telefono e un portafoglio a teatro, subito restituiti. Lo avevano messo in regime di massima sorveglianza. La sua legale Rita Lucia Faro ha presentato denuncia per capire se chi doveva vigilare non l’abbia fatto nonostante dovesse essergli prestata massima attenzione.

Roberto Pasquale Vitale, “moriva di caldo”

L’estate di Roberto Pasquale Vitale era stata così calda da far gelare il sangue. Sudava, la sua cella al Pagliarelli di Palermo bolliva tanto che, racconta il padre, “si comprava a peso d’oro l’acqua dentro al carcere per farsi la doccia con le bottiglie”.

Anche lui aspettava una comunità perché stava male. “Lo avevano spostato dalla cella, alla fine non prendeva più le medicine”. E’ stato 18 giorni in coma dopo essersi stretto un lenzuolo al collo.  Il suo compagni di cella Cristian se lo ricorda per i caffé davanti alla cella. “E’ stato per me una guida e un leone”.

Dahou 26 anni, una vita lunghissima

Abderrazak Dahou aveva 26 anni ma una vita lunghissima. Dieci anni fa aveva lasciato il Marocco per l’Italia ma si era ritrovato senza lavoro né documenti e si era messo a spacciare droga. Finito in carcere a Prato nel 2015, sette anni dopo è uscito ed tornato alla casella inziale. Arrestato di nuovo mentre trasportava droga a bordo di un motorino, si è impiccato nel carcere di Sollicciano a Firenze. Fatima, volontaria dell’associazione Pantagruel, l’aveva incontrato prima. “A me sembrava tranquillo, l’avvocato gli aveva detto che forse avrebbe ottenuto i domiciliari a casa della sorella. Era contento di avere telefonato alla madre in Marocco”. Poi è toccato proprio a Fatima avvertire la donna perché nessuno lo aveva fatto. “Ma come, stava bene…”.

Aziz Rouam, su un”isola’

Aziz Rouam a 37 anni viveva da solo come su un’isola, a Rimini. Senza dimora, senza famiglia, senza legami di altro genere. “E’ finito in carcere per avere violato l’obbligo di firma a cui era sottoposto per alcuni furti perché aveva dei problemi di salute e non è riuscito a rispettarlo quando stava male” dice l’avvocato Luca Campana. E’ finito su un’altra ‘isola’: la prima sezione del carcere di Rimini che l’Ausl della Romagna aveva chiesto di chiudere nel 2021 “per le scadenti condizioni igieniche con rischio sanitario”. La cucina nello stesso spazio dove defecavano le persone detenute.  

“Quanto di più lontano da un luogo di rieducazione della pena” afferma Ivan Innocenti, militante radicale che l’aveva visitato. Si commuove al telefono pensando a quando i reclusi lo hanno accolto con la disperazione dei naufraghi che chiedono aiuto, con un foglio scritto a penna con le loro richieste. “Si sentivano in colpa per non avere capito quanto stava male il compagno rimasto nella sua ‘isola’, anche se vivevano appiccicati”.

Manuela Agosta voleva aprire un bar

Manuela Agosta era una delle cinque donne. Arrestata al martedì per spaccio, poco meno di 48 ore dopo si è uccisa. In mezzo l’interrogatorio di garanzia in cui sembrava guardare la futuro dove i suoi 29 anni avrebbero dovuto spingerla, nonostante tutto.

“Cambio vita, voglio andare all’estero e lavorare in un bar” aveva detto al giudice, secondo il racconto del legale Vincenzo Melilla. Dopo l’interrogatorio, in videocollegamento per la pandemia, si è impiccata. “Una ragazza bellissima e molto allegra”, la descrivono. Incensurata. “Per quei reati non si deve stare in carcere ma in un luogo di cura” viene solo da dira a Melilla.

Donatella Hodo, la ragazza per cui un giudice ha chiesto scusa

E’ diventata un simbolo. Perché aveva 27 anni, perché era bella, perché il giudice che l’ha seguita nel suo dentro e fuori dal carcere di Verona ha chiesto pubblicamente scusa per la sua morte. Mancava poco per uscire, aveva quasi scontato le condanne per reati legati alla droga. Ha lasciato un biglietto al suo fidanzato:”Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita ma ho paura di perderti e non me lo perdonerei. Perdonami Leo”.

Il ‘suo’ magistrato di Sorveglianza, Vincenzo Semeraro:”A Donatella volevo particolarmente bene, non è vero che i magistrati non si affezionino ai detenuti. La responsabilità della sua morte è prima di tutto mia perché faccio parte del sistema che ha fallito”.

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