La tela dell’inverno.

Ancora fin verso la seconda guerra mondiale, in quasi tutte le case coloniche romagnole si praticava la tessitura a telaio manuale, un’attività esclusivamente femminile, nella quale le donne mostravano la loro abilità e fantasia tessendo per la famiglia coperte, tela per biancheria e per camicie e vestiti .
Strumento per la tessitura era il maestoso e pesante telaio orizzontale di legno che in alcune case più ampie era alloggiato in una stanza apposita, “ la cambra de tlèr”, altrimenti si smontava a fine inverno custodendolo in cantina e si rimontava nella grande cucina al momento opportuno.
Alla tessitura erano per lo più dedicati i mesi della cattiva stagione e per tutto l’inverno le donne filavano, dipanavano e tessevano aiutate dalle figlie ancora bambine, che imparavano così questa arte secolare.
Nel 1900, secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio del tempo, erano attivi nella provincia di Forlì ben 6641 telai manuali casalinghi.
Quanto alle materie prime impiegate, lino e canapa erano quelle più usate, soprattutto la canapa, coltivata in tutti i poderi mezzadrili della Romagna ,che da sola alimentava il lavoro di migliaia di telai.
Col telaio manuale si otteneva una tela di una determinata larghezza , dai 60 agli 80 cm.,mentre la lunghezza praticamente non aveva limiti,anche se i “Torselli”, i rotoli tessuti , misuravano di solito dai 20 ai 40 metri.
Per ottenere i lenzuoli si dovevano cucire i teli appaiati con un punto spina piatto fittissimo e molto resistente.
La tela però, una volta finita, richiedeva un’ulteriore fatica, doveva essere sbiancata: durante l’estate ,allora,in più riprese,i rotoli si lavavano nel “ranno” caldo con la cenere, si portavano a sciacquare al fiume e si stendevano in lunghe file al sole, finchè la tela diventava bianca bianca,di un “ biènc scanadè” , cioè rilucente e splendente , orgoglio di ogni arzdòra che si rispetti e requisito indispensabile anche per i capi del corredo più povero.

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