(Puntata 1 – seconda parte)

 

La Pieva di S. Maria a Loppia  (seconda ed ultima parte)

 

di Daniele Vanni

 

C’eravamo lasciati, domenica scorsa, iniziando il nostro percorso attraverso le chiese ed i luoghi di culto della Val di Serchio, con Matilde di Canossa e la sua Famiglia e la Chiesa di Loppia del Comune di Barga.

Stirpe, i Canossa, ma meglio sarebbe dire gli Attoni o ancora i discendenti di Sigifredo da Lucca, di origini nordiche, come la quasi totalità dei nobili, dei potenti e dei signori medievali, che sostituirono, provenendo soprattutto da famiglie longobardi o franche o tedesche (che poi sono tutti, questi popoli, molto vicini tra loro come origine!), i patrizi e le gens senatoriali romane, già esigue di numero e praticamente estinte nelle lotte intestine che portarono al disfacimento dell’Impero Romano d’Occidente.

Non è difficile notare ad una di quelle feste (si dicono: “esclusive”, – e lì, chissà perché non si parla di “razzismo”!? – sono assolutamente esclusi gli operai o i cassaintegrati!) che si tengono nelle magioni o ville fiorentine, quanti sono i giovani dalle lentiggini, i capelli rossicci o biondi, biondissimi!

 

Ed oggi, seconda puntata, vorrei riprendere da qui, da questa Famiglia che fu a capo di Lucca, (anche se forse non proprio al massimo vertice) dando alla città ed alla Vallata del Serchio, fino alla discesa dei Longobardi, cioè a partire dal 1° Aprile 568, assai poco abitata, altri caratteri ed altre particolarità, tutte lucchesi! che fanno della Città Murata un unicum, anche all’interno della stessa Toscana.

La diversità di Lucca dagli altri Toscani e nota da sempre. Il perché assai meno.

Anzi, diciamo la verità: pressochè ignorato.

 

Facciamo un esempio classico: l’eterna rivalità ed odio per Pisa. Si potrebbe spiegare facilmente con il fatto che i Pisani ci hanno conquistato e dominato. Ma sarebbe semplicistico.

La verità è che Pisa ha antiche radici greche e poi etrusche, come gran parte della Toscana, centrale e meridionale. E, “generosamente” ormai era sotto Roma e i Romani avevano deciso di fondare una colonia per sterminare una volta per tutte i Liguri Apuani, dette l’ager, cioè un pezzo di quella che oggi è la “Piana delle Cartiere” (finchè i Cinesi ci permetteranno di tenerle!) ed un tempo “Piana del mandolato” per edificare Lucca.

E sulla riserva di fieno, vero “petrolio” di Lucca, nel cui territorio, per restare vicino a Loppia, alle Cerù (nome nordico dell’enclave di Gombitelli, longobardi come le genti dell’Edron che vennero a fare lavori in ferro, coma la dinastia dei Rota di Lucca( che avevano villa a Cardoso di Gallicano che oggi è proprietari degli Azzi, il cui cognome deriva proprio dagli Attoni!) ricche sorelle della Freddana, nelle loro stalle con mandolato, nasceva un vitello al giorno!

 

E Lucca non è solo romana: cioè una città ordinata, economa al punto da essere considerata tra le più “tirchie” al mondo, pari solo ai Genovesi ed agli Scozzesi!| Ma eminentemente religiosa. Tanto che noi possiamo scrivere un’interminabile rubrica sulle migliaia di chiese che posssiede?

Perché?
Perché a Roma dopo che aveva in un primo tempo prevalso la fazione di far trattative con i bellicosissimi Liguri, e quindi si era nel 177 fondata Luni, proprio nel territrio ligure, unico in Toscana e che dà i caratteri dei Massesi e dei Carrarini.

 

Poi le cose erano cambiate. Adesso i Liguri che avevano fato comunella con Annibale, si trovavano ora accerchiati perché i Latini avevano già conquistato Milano e si erano spinti fino a Como.

Allora a Roma si decise di finire la partita e “bonificare” la zona: finirà con il trasbordo via mare, proprio da Pisa di forse 45.000 Liguri verso il Sannio ed ancora ci sono due o tre paesi vicino Benevento ed al Santuario di S. Filomena che h anno sorprendentemente i caratteri degli antichi Garfagnini!!

Così fu fondata Lucca. Ma a chi? Dalla Gens Fabia ( che traeva il suo nome proprio dal “baccello” che si degusta con prosciutto a primavera inoltrata) che non era una “Famiglia” come le altre antiche fondative! Era la più religiosa! Di una religiosità così profonda che addirittura certe caste od ordini sacerdotali era esclusivo appannaggio dei suoi componenti e le maggiori feste come le Saturnalia erano organizzate dai Fabii! Capite ora perché il Cristianesimo di Paolino, sbarcato a S. Piero a Grado assieme A Pietro, S. Torpè (già quello di St. Tropez della Brigitte Bardot!) e i futuri vescovi di Milano o del Friuli, attecchì così profondamente a Lucca da trasformarla nel Medioevo cristiano in una città-tutta-chiese?

Che certe attrasse i Longobardi che si fecero “subito” cristiani e qui fondarono una zecca importantissima.

E tutto questo attrasse Matilde che un aflato religioso daveva pur averlo, insieme a quello di guerrigliera come solo lo erano le donne del Nord di allora.

 

Lucca romana e poi longobarda, i Longobardi veri primi abitatori della Valle a cui diedero un’impronta del tutto diversa dala cultura, dalle tradizioni romane di Lucca, che si insediarono nella Garfagnana popolandola coma mai prima   e la città ne divenne una delle capitali ed ebbe il suo massim splendore politico essendo per qualche tempo capitale della Toscana o meglio della Tuscia.

 

 

Sigifredo, figlio di conte Sigifredo, capostipite dei Canossa, non è difficile avesse dimore e possedimenti nella Valle e benché, fosse già autorevole cittadino, forse per la sua origine “fuori porta” non di Lucca “drento” che pesa ancor oggi! probabilmente non fu mai conte della città.

Ma, con ben altra importanza, si trasferì dalla Toscana all’Emilia-Romagna nel 924-930, quando Ugo di Provenza gli concesse delle terre intorno a Parma, acquisendo anche il controllo delle terre intorno a Brescia, da dove venivano le genti di Gombitelli, Vagli o quelle del passo del Trebbio sopra Villa Basilica.

 

Ma rimanevano stranamente legati a Lucca, tanto che anche il padre di Matilde, Bonifacio (che riprendeva il nome della dinastia antica di Lucca a cui dovevano essere legati e che aveva dato il nome alle Bocche di Bonifacio in Corsica dive c’era una comunità di Lucchesi scacciati solo nel 1490 dai Genovesi) era lucchese di nascita!

 

Suo figlio Adalberto Atto fu il primo conte di Mantova e il costruttore del Castello di Canossa, dal quale presero il nome.

I castellani utilizzarono presto il titolo di comes (conte) e ricevettero molti altri territori, in prevalenza toscani, dagli Imperatori del Sacro Romano Impero: prima Lucca, che è il vero perno della loro storia! poi Mantova nel 940, Modena, Carpi e Reggio nel 962, Brescia nel 980, Ferrara, Parma, Piacenza, Bergamo e Cremona nel 984, e Guastalla nel 991.

Nel 1027 la Marca di Toscana fu concessa a Bonifacio e nel 1100 la Marca di Verona a Matilde, conosciuta come la Gran Contessa. Con Matilde, infatti, il dominio dei Canossa raggiunse la sua massima estensione e i suoi territori vennero chiamati terre matildiche, ma fu anche l’ultimo grande esponente della dinastia dei Canossa.

Il casato dei Canossa basava i suoi poteri non su concessioni feudali di territori e castelli, ma dai diritti conquistati e dalle consistenti proprietà allodiali della famiglia. Avevano ampliato i propri beni principalmente attraverso l’acquisto di terre o la permuta di beni cercando di cedere beni sparsi in favore della creazione di un nucleo di proprietà di notevole entità, ma anche grazie all’oculata gestione dei matrimoni. Oltretutto i Canossiani erano perfettamente inseriti nel sistema che procurava cariche ecclesiastiche in cambio di denaro (simonia) ed erano anche esperti gestori di proprietà altrui: molti signori o ecclesiastici lontani demandavano la gestione di castelli e cittadine che talvolta restavano a far parte del patrimonio dei Canossa. Alcuni contratti stipulati da Bonifacio prevedevano la “precaria”, cioè un’occupazione di tre generazioni in cambio di altri beni; ma bastava che l’occupante non ricambiasse la parola data che si teneva il feudo. Vi erano infine le vere e proprie espropriazioni violente dei beni desiderati: più volte lo stesso Bonifacio non si fece scrupolo di prendere con le armi le proprietà delle chiese locali.

 

Già le chiese…e Matilde che aveva osato sconfiggere le armate imperiali che erano della sua stessa terra tedesca e nordica, paladina del potere temporale dei Papi, anche perché presa con i suoi possedimenti tra due fuochi: a Nord il Sacro Romano Impero a Sud lo stato della Chiesa tutt’altro che spirituale! voleva costruirne cento di chiese…non per diventare Papessa (un po’ come Marozia che fu sposa a Lucca!) ma per radicare tra popoli divenuti cattolici da pochi secoli una religione che garantiva il proprio potere!

 

 

 

Quindi anche questa di Loppia, la vulgata locale la vuole edificata per ordine (devono imparare gli storici dell’arte che scrivono: costruito da Papa…questi mai prese la cazzuola o un mattone in mano furono selve di poveri operai mal pagati e riforniti di mangiare solo per avessero calorie per soddisfare la iubris, l’orgoglio smisurato umano che ha fatto ambienti lussuosissimi mai richiesti da alcun Dio! ma solo per dimostrare la propria potenza). Anzi sarebbe stata se non la prima certo una delle più importanti.

 

Tanto grandi e imponenti anche queste chiese di campagna, che oggi anche il più ricco tra i potenti troverebbe difficoltà a ricostruirne una simile e così sfarzosa, perché sorte, magari nell’Alto Medioevo, quando la maggioranza della gente rurale abitava in casupole di fango e alberi o poverissima muratura!!

 

 

Matilde di Canossa

 

 

Siamo a Barga, comune per il quale si è usato uno stemma…sul quale per fortuna non si è voluto giocare molto sulla garfagnina trasformazione della “C” in “G” che nonostante la città divenuta tale si mormora per un avventura del Duce in città nel 1933, si dica spesso “fiorentina” quel calare è fortemente presente e da “barca” a “barga”… il passo potrebbe essere breve ma a parte le battute come sono certe fantasiose ricostruzioni che vogliono l’etimo derivare da fantomatiche capanne o di laghi preistorici magari perché il territorio ricchissimo di legname lo forniva tramite il Serchio (ma difficile che i Lucchesi lo lasciassero passare, se non in certi periodi di sudditanza o con accordi particolari di faggi per i remi (altra fantasiosa ricostruzione è la frazione di Renaio per “remaio” o, con più possibilità, la località alla confluenza della Corsonna con il Serchio : “arsenale”)

 

E’ molto più facile che un territorio abitato e colonizzato ampliamente solo dai Longobardi questi abbiano chiamato quella montagna: “BERG” semplicemente montagna con il termine che ancora usano oggi nelle terre tedesche o austriache!

 

Piissima e rossa di capelli, come il padre Bonifacio, Marchese di Toscana,  aveva una bella dentatura…insomma come quei nobili delle feste riservatissime di Firenze, di cui vi dicevo!

 

Figlia di Bonifacio e di Beatrice di Lorena, erediterà dal padre la grande forza e belligeranza, mentre dalla madre, la devozione e la religiosità. Matilde era poi talmente scaltra, che durante gli assedi del castello di Canossa, si narra, solesse mandare una “vacca grassa” fuori dalle mura affinché i soldati nemici capissero che il castello sotto assedio poteva resistere a lungo per le scorte di cibo a disposizione.

 Un’altra leggenda narra che fosse più astuta del diavolo stesso, e che riuscisse ad imprigionarlo in una piccola fialetta e ad ottenere da lui la promessa che, se fosse stato liberato, gli avrebbe reso inespugnabile Canossa per sempre. E così il diavolo creò il castello in una sola notte, su un pendio impervio, scosceso e inaccessibile e, con una sola zampata dei suoi acuminati artigli, graffiò a tal punto la roccia da creare i calanchi, montagne d’argilla denominate appunto “artigli del diavolo”!

Per la loro inagibilità risultava impossibile al nemico piantare in quei luoghi un accampamento per assediare il maniero.

 

Sulla religiosità di Matilde vige la “leggenda delle cento chiese” che la volle protagonista di una richiesta molto particolare al suo grande alleato papa Gregorio VII, ovvero la possibilità di officiare la Messa. Si narra che il Papa glielo concesse, ma dietro al patto che costruisse cento chiese e 100 ostelli/ospizi per i poveri. La leggenda vuole che riuscì a costruirne solo novantanove e così non realizzò il suo sogno di diventare Papessa.

 

 

La ricordiamo però, come la “Regina del Melograno”, raffigurata in molti dipinti postumi con questo frutto in mano, che simboleggia la chiesa unita che lei protegge, mentre i semi di questo frutto rappresentano i cristiani uniti sotto madre Chiesa. Il Melograno è anche simbolo di fertilità, passione e prosperità e si ricollega al mito di Proserpina ed al mondo dell’aldilà, oltre ad essere l’albero della vita nella tradizione ebraica. Non deve quindi meravigliare che una così grande personalità dotata di cultura, fascino e carisma ad un certo momento, sia stata prescelta dalla storia quale mediatrice tra il Papa Gregorio VII(lo ieratico e sognatore di una chiesa universale e domina del mondo, del resto per gli Etruschi la religione e la superstizione era soprattutto e gli atei e ghibellini Pisani non hanno costruito Piazza dei Miracoli? nato nell’etruschissima Sovana) e l’Imperatore Enrico IV, nella lotta per le investiture. E’ da tutti conosciuto che nel lontano gennaio 1077 a Canossa, si svolse la più grande scena madre della storia medioevale di un re scomunicato che, per riprendere il potere, chiese perdono.

Anche se poco dopo discese in forze in Italia e occupò Roma, assediando il fanatico Gregorio VII in Castel S.Angelo!!

 

Io credo che Matilde possa anche essere nata a Lucca e comunque con Lucca gli Attoni e gli Azzi (esiste ancora in Vallata famiglie che portano questi prestigioso cognomi) avevano fortissimi legami, che non rescissero mai, tanto che diversi di loro nacquero proprio qui. Ed un giorno ho potuto vedere certi antichissimi documenti….ma forse ne parleremo un’altra volta!

 

La Pieve

 

La pieve (dal latino plebs, “popolo”) è una chiesa con annesso battistero.

Nell’Alto Medioevo la pieve, detta chiesa matrice o plebana, era al centro di una circoscrizione territoriale civile e religiosa. A essa erano riservate alcune funzioni liturgiche e da essa dipendevano altre chiese e cappelle prive di battistero. Dal Basso Medioevo le funzioni proprie della pieve passarono alla parrocchia.

 

Il termine pieve deriva direttamente dal latino plebs (= plebe, genitivo plebis). Con la progressiva affermazione del Cristianesimo il termine passò a indicare la comunità dei battezzati compresa entro un’organizzazione territoriale. In età romana, una pieve poteva sorgere sia in città che in campagna.

 

Dopo la caduta dell’Impero Romano e il graduale disfacimento delle istituzioni e delle strutture poste a governo del territorio, l’amministrazione delle pievi passò in gran parte alle autorità religiose, sia nelle aree di campagna sia nei centri abitati di una certa importanza (o perché sedi di mercato o in quanto sedi amministrative o stazioni di posta, oppure ancora insediamenti agricoli di dimensioni maggiori). Il maggiore sviluppo di questa organizzazione territoriale si ebbe in zone in cui l’autorità centrale era più debole, spesso di difficile accesso.

 

Con l’arrivo dei Longobardi, il termine plebs-“pieve” passò a indicare le popolazioni soggette, tenute a pagare tributi ai conquistatori, i quali, viceversa, si raggruppavano nelle “fare“. Il termine passò dunque a caratterizzare la contrapposizione culturale e sociale fra i sudditi “romani” e la classe dominante longobarda. In Lombardia questi raggruppamenti presero il nome di pievi, corti o squadre.

 

Le pievi ecclesiastiche

 

La diffusione delle pievi ecclesiastiche iniziò nel VI secolo, con la scomparsa dell’organizzazione statale romana. In seguito al progressivo disfacimento dell’Impero, le proprietà delle pievi passò al vescovo. Nelle zone dove la centuriazione romana non era ancora stata cancellata dal tempo, le pievi ecclesiastiche furono erette in corrispondenza di un punto prestabilito: il quintario, ovvero la strada, più larga delle altre, che veniva tracciata ogni cinque lotti del reticolato centuriale.

 

La pieve, oltre ad essere il nucleo dell’organizzazione ecclesiastica delle campagne, ereditò le funzioni civili e amministrative del municipio romano, assumendo il ruolo di “centro” del territorio di competenza. Il pievano infatti, oltre ad essere il governatore delle anime, assolveva funzioni civili e amministrative: teneva i registri delle nascite, custodiva i testamenti e gli atti di compravendita dei terreni. Le pievi si occupavano di riscuotere i tributi e raccogliere le decime. Inoltre coordinavano i lavori concernenti la difesa del territorio: bonifiche, opere di canalizzazione, ecc. La pieve, quindi, era sia centro religioso che entità territoriale (Plebs cum capellis et decimis: la pieve funge da chiesa matrice; le cappelle sono i centri religiosi minori da questa dipendenti). Le chiese della pieve erano spesso dotate di un proprio ospedale; il sagrato costituiva anche luogo di mercato.

 

Questo fenomeno interessò una vasta area comprendente tutto il Nord Italia e parte del centro fino alle Marche, Umbria e Toscana, oltre all’isola di Corsica e alla Sardegna, in particolare il giudicato di Torres. Il modello di organizzazione territoriale plebana continuò a svolgere la propria funzione storica sino all’inizio del secolo XII.

 

 

Tra il IX e il X secolo, le pievi cominciano a essere dotate di campanili (tale elemento non esisteva nelle chiese paleocristiane e bizantine),contribuendo, in alcuni casi, alla modifica dei connotati strutturali degli edifici. Il campanile era posto a breve distanza dai muri della chiesa. Era molto più alto della chiesa e, sulla sua superficie, invece di avere finestre era dotato di feritoie: il campanile aveva spesso la funzione di torre di avvistamento, per segnalare il pericolo (incursioni di nemici o l’esistenza di eventuali incendi). La funzione religiosa delle pievi era essenziale nell’Italia poco urbanizzata dell’Alto Medioevo: per chi abitava lontano dai centri urbani era l’unico luogo di culto in cui si potevano amministrare tutti i sacramenti, a partire dal battesimo. Originariamente, infatti, il rito del battesimo veniva celebrato solo nelle cattedrali, cioè nelle città. Soprattutto nelle regioni dell’Italia settentrionale, e in Toscana, il termine passò quindi a indicare le chiese dotate di fonte battesimale (anche chiamate “chiese battesimali”).

 

 

Attorno al X secolo, cominciò l’utilizzazione del termine “pieve” con significato di “centro di una circoscrizione ecclesiastica“. Alla pieve facevano spesso riferimento villaggi (o “ville”) circonvicini, dotati anche di propria chiesa, cappella, termine che deriva dal gesto di S. Martino, sì il santo di Lucca: se volete sapere il perché continuate a scrivermi come avete fatto davvero in tanti a:

 

vannidaniele@gmail.com

 

e cappellano curato (sacerdote vicario officiante), comunque soggetto al pievano. In queste cappelle si svolgevano tutte le normali funzioni liturgiche, tranne il battesimo. I vicari (del pievano), in epoca medioevale, vivevano in comunità, in una casa detta canonica ed erano chiamati “canonici” (da canone, elenco dei ministri di una chiesa) e raggiungevano le chiese soggette per la messa festiva e l’insegnamento della dottrina. In seguito si stabilirono presso le chiese succursali delle ville, che in molti casi si erano nel frattempo dotate di una fonte battesimale e di un cimitero (“curazie”), in qualità di curato, dando inizio al processo di formazione delle parrocchie (il passaggio dalle Pievi alle Parrocchie, inizia nei primi decenni del 1100).

 

Nel Basso Medioevo, a seguito di queste trasformazioni, la pieve perse le funzioni civili e scese a una dimensione esclusivamente religiosa. Il termine plebs passò a indicare il territorio dell’antica circoscrizione facente parte di una chiesa battesimale.

 

 

L’edificio di questa Domenica

 

Tutte queste vicende passò anche la pieve di Santa Maria a Loppia.

Siamo quindi nella Diocesi di Pisa, dal momento che Barga si dette ai Fiorentini nel 1234 e avendo Firenze conquistato Pisa…

Sula sponda opposta del Serchio, siamo a Bolognana, di Gallicano, che si vede dal piazzale della nostra Pieve e che per le stesse divisioni, apparteneva alla Diocesi di Massa, con i Malaspimna e gli Estensi.

Oggi piano piano quella di Lucca prende il sopravvento come inutilmente avrebbero voluta fare gli armigeri della Pantera che più volte assediarono e assaltarono Barga.

 

La chiesa fu, con molta probabilità, costruita nel VI secolo durante la riorganizzazione territoriale attuata dal vescovo e santo Frediano (San Frediano nasce in Irlanda da nobile famiglia, intorno il 560 viene eletto vescovo di Lucca e si dice abbia fondato una pieve per ogni anno del suo mandato, cioé 28 (guarda caso il numero di quelle soggette a Loppia!) e inoltre, che avrebbe deviato miracolosamente il corso del Serchio con il RASTRELLO che abbiamo spiegato e che ha avuto davvero un gran successo, visto le email e le telefonate che ho ricevuto!.

 

 

Nota fin dall’anno 845, è un edificio a tre navate con transetto molto sporgente e abside semicircolare in parte non originale, ascrivibile al XII secolo. La facciata è ritmata nella parte bassa da una serie di arcate cieche che vengono riproposte anche nella testata absidale. Sul lato sinistro dell’edificio sorge il campanile quattrocentesco, a tre piani sovrapposti di bifore. Oltre all’altare dorato e scolpito risalente al XVII secolo, la chiesa conserva alcune tele di epoca seicentesca.

 

Una delle più antiche testimonianze dell’esistenza della chiesa risale appunto a questo anno, nel periodo in cui i Franchi sono subentrati ai Longobardi, quando viene nominata in un ‘livello’ (contratto di affitto di terreni agricoli) riguardante una casa con terreni nel villaggio di Cascio “Actum finibus Castronovo ad plebem S. Marie in Loppia”.

 

Con un altro livello datato 20 luglio 983, il vescovo Teudigrimo cedette quasi tutta la proprietà che aveva in Loppia e dintorni a Giovanni del Rodilando per un canone annuo di 20 soldi d’argento, con una successiva scrittura il livello diverrà ereditario assicurando ai discendenti di Giovanni una sicura fonte di denaro e potere.

 

La pievana di Loppia si estendeva sulla riva sinistra del Serchio da Riana a Tereglio. Nel 1058 il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio che diverrà poi futuro papa Alessandro II, venne a Loppia a consacrare la struttura dopo un’attività di ricostruzione e ampliamento. Nel 1256 papa Alessandro IV concesse il fonte battesimale anche a Barga e nel 1260 la pieve di Loppia è iscritta nel catalogo delle decime per finanziare la Crociata indetta sempre da papa Alessandro IV. Col passare dei decenni la Pieve perse man mano la sua importanza, infine nel 1390 con una bolla del vescovo di lucca Giovanni III Salvuzzi si ha ufficialmente il ‘trasferimento’ della pievania da Loppia a Barga.

 

 

 

Poi le guerre e le contese che si succedettero nel medioevo, portarono alla decaduta della Pieve e alla devastazione della Chiesa, ma mai alla distruzione completa.

Da antichi scritti, siamo a conoscenza che la Chiesa è rimasta diroccata e abbandonata per circa 68 anni, fino a che nel 1500 il territorio cominciò a ripopolarsi.Molte famiglie dai luoghi vicini vi s’insediarono come i Verzani da Verzano, Riani da Riana, Casci da Cascio. Fu comunque grazie ad Iacopo Manni, allora Pievano di Barga che partì l’idea di ricostruzione della Chiesa di Loppia. Riunì gli abitanti di Filecchio, Seggio, Pedona, Fornaci e Caterozzo e rivelò la sua ambizione di rifar rinascere dalle proprie rovine l’antico edificio sacro. La gente di codeste frazioni accettò e grazie al loro duro lavoro nel 1522 la Chiesa era già in buono stato e fù così consacrata sotto il titolo di Maria SS. Assunta.

 

 

Nel 1621, Loppia riebbe dal vescovo di Lucca Alessandro II Guidiccioni, la concessione del fonte battesimale e nello stesso secolo venne ricostituita come parrocchia autonoma.

 

Le fu anche concesso di nuovo il fonte Battesimale, il 6 Dicembre del 1684 dal Cardinale Spinola, ma distaccata dalla Pieve di Barga.

 

 

 

Siamo arrivati, così sino ai nostri giorni e la Pieve di Loppia raccoglie sotto di sé le Chiese delle frazioni di Filecchio, Pedona e le due Chiesine di Seggio ma soprattutto nonostante lo scorrere del tempo e i vari restaurì si può ancora ammirare così com’era negli anni del suo massimo splendore, l’antica bellezza della chiesa.

 Ora dopo aver riportato le tappe salienti della storia della sudetta pieve ,passiamo a descrivere come è costruita la chiesa. La facciata, è fatta ad alte arcate di Travertino e pietra Serena, la finestra sopra la porta è rettangolare ma è stata fatta in epoca più moderna. L’arco di mezzo, dove si trova la porta è più alta degli altri quattro archi che formano la facciata.  Al di sotto poi vi sono due altri archi e sotto a questi c’era una vasta porta che in seguito fu ristretta come ancora oggi è. Più in alto di queste arcate vi era un ornato fatto a guisa di piccolissime arcate senza colonna a base che in gran parte esiste ancora.Le colonne delle arcate sono tutte consumate dal tempo come si vedono usurate le altre pietre simili a queste. Nel dietro della chiesa, accanto alla cupola si vedano tre arcate con colonne di travertino messe tutte a disegno come quelle della facciata. Il campanile è alto quattro piani. Inizia con tre gradini messi a disegno. La cantonata attaccata alla chiesa fino al secondo piano sembra più antico del resto del muro. Ha due pertugi a volta con due colonnine in mezzo, il tutto in pietra comune. Dalla parte di Levante i muri della chiesa si vedano, sebbene ripresi in qua e la in tutta la loro antica struttura. Ritornando alla facciata presso la cantonata si vede una pietra in cui è scolpita l’iscrizione      

                                                                            VA :VA :ET

                                                                              OM :VA

Le lettere della prima riga si conoscono benissimo, ma quelle della seconda sono scrostate, tuttavia intelligibili da poterne dare l’interpretazione di: Vanitas vanitatum et omnia vanitas.Il formato dei caratteri non è antica ed è facile che alludesse alla decadenza della Pieve avvenuta nel 1422 e volessero dire che in questo mondo tutto è soggetto a finire pure le istituzioni più fiorenti e i monumenti più solidi. Entrando in chiesa osserviamo il battistero, esso è una pila di marmo ottagonale sorretta da un piedistallo e da una colonna pure ottagonale. A destra si può vedere un, altra pila del medesimo marmo (probabilmente del Pietrasantino) con piedistallo a grandi foglie.

Vi è pure una terza pila antica di sasso comune. La chiesa è di forma a croce sullo stile delle antiche Basiliche a tre navate e sei archi.

Tutte e tre le navate terminano alla crocera con tre bellissimi archi. L’altare maggiore è posto quattro gradini più in alto del coro.

Dietro L’altare vi è una mezza cupola a guisa di nicchia, ove è dipinta l’Assunzione di Maria.

Vi è poi una specie di dietro coro fatto a semicerchio che gira intorno alla mezza cupola, e vi si accede per mezzo di due porticciuole aperte ai lati dell’Altare. A destra e a sinistra dell’Altare maggiore, vi sono altri due Altari, e sei se ne contano nelle navate laterali. È degno di osservazione il Ciborio di legno dorato dell’Altare del SS.mo Sacramento, assai ricco e di bella fattura  

 

Sulla cantonata sinistra è evidente un rifacimento effettuato dopo la seconda guerra mondiale, quando, raccontano, un carro armato nel tentativo di passare a fianco della chiesa ne ha danneggiato la struttura.

 

All’interno è possibile ammirare alcune pregevoli opere tra cui una Decollazione di San Giovanni Battista e una Madonna del rosario con i santi Domenico e Caterina, entrambi opera di Baccio Ciarpi, illustre pittore barghigiano, che fu anche maestro di Pietro da Cortona.

 

Organo a canne

 

Nel transetto di sinistra è presente un organo a canne a trasmissione meccanica.

 

Ricostruito dai Marin nella seconda metà del XX secolo, con materiale antico.

Ha una tastiera da 56 tasti (DO1 – SOL5) Pedaliera piana parallela di 24 note reali

 

TASTIERA

 

Principale bassi 8′

Principale soprani 8′

Ottava bassi 4′

Ottava soprani 4′

Decimaquinta 2′

XIX – XXII

XXVI – XXIX

Cornetto soprani

Nazardo soprani 2.2/3′

Tromba bassi 8′

Tromba soprani 8′

Clarone 4′ bassi

Flauto traverso 8′

Flauto in VIII bassi 4′

Flauto in VIII soprani 4′

Cornetto chinese soprani

Voce umana soprani 8′

 

PEDALE

Contrabbasso 16′

 

 

Alla prossima Domenica, che Vi auguro assieme a questa serena e ala prossima Chiesa!

 

con affetto,

Daniele Vanni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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