LA NOTTE DI NATALE, di Eliana Ribes.

 


– Quando ero piccola il Natale per me era sì una festa molto attesa, ma definirla magica, come si usa dire adesso, è un po’ esagerato. La sera della vigilia c’era il brivido del passaggio della befana, che dalle mie parti sostitutiva babbo natale, ma non è che portasse grandi doni, per lo più cose da mangiare, e c’era la piccola emozione della letterina posta sotto il piatto di babbo che aspettava di essere scoperta. Mio padre aveva molto pudore a manifestare i sentimenti, noi figli ancor di più, e dopo averla frettolosamente letta ci regalava qualche soldo. Mia madre la vigilia di Natale lavorava fino all’imbrunire per finire i lavori di maglieria da consegnare, e aveva poco tempo da dedicare alla preparazione della cena.

 


A tavola non mancavano mai le tradizionali verdure fritte in pastella, cavolfiori e gobbi, ma ricordo che il baccalà fatto al forno era sempre troppo secco e salato. Forse dipendeva dal fatto che per l’ammollo mamma non aveva rispettato i tempi previsti, perché sempre tanto indaffarata.


Il baccalà lesso era più buono e delicato. Ricordo che c’erano sempre le arance con le olive, il tonno e le alici, che per me erano una vera prelibatezza. Il pesce fresco non l’ho mai visto comparire. Ma nelle case dove c’erano le ragazze “da marito” l’attesa era trepidante, perché quella era la sera in cui ricevevano regali preziosi – come l’anello di fidanzamento o qualche altro oggetto d’oro – e golosi: dolci e liquori. E i fidanzati per portare la cosiddetta “mmalla” alla fidanzata avevano bisogno del “somaro”, ossia un amico o un parente che li aiutasse a reggere il “peso” dei regali, specialmente quando erano a piedi – questo ancor prima della mia epoca – o in motorino. Si concludeva tutto prima della mezzanotte con una grande allegria e tanto calore: sia interno, per le emozioni provate, che come conseguenza dei punch gustati e della fiamma del focolare. La messa attendeva i più volenterosi.


Tanti riti e usanze si tramandavano in questa notte santa.


In campagna sul camino veniva messo a bruciare un grosso ceppo, che doveva durare fino all’Epifania, e il camino era il luogo privilegiato dei bambini: i nonni raccontavano loro le storie più fantasiose, e in particolare che le bestie dentro la stalla in quella notte santa parlavano tra di loro. E la meraviglia suscitata era tanta.


Noi non raggiungevamo a piedi il paese per la messa di mezzanotte, perché i piccoli erano piccoli e avevano sonno e i grandi stanchi. La messa anche il giorno di Natale era sempre quella delle otto, che ci costringeva ad alzarsi troppo presto in una casa gelida. E così quando durante la funzione si cantava “Tu scendi dalle stelle o re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo” io sentivo tanto vicino a me quel “bambinello” riscaldato solo dal fiato del bue e di un asinello.


Già a scuola quando recitavamo la poesia “La notte santa” che la maestra, dividendo le parti, ci aveva fatto imparare e interpretare, provavo tanta pena per Maria che non veniva ospitata per la notte né dall’oste del “Caval Grigio” né da quello “Del Moro”, e neppure dall’ostessa “Dei tre Merli”, perché non amavano la “miscela dell’alta e bassa gente” ossia di cavalieri, dame, con “un vecchio falegname e sua moglie”. La nascita di Gesù avvenuta in questo contrasto tra la sua natura divina e la povertà umana era un evento che mi prendeva profondamente e mi faceva riflettere.
Il Natale con il passare degli anni me lo sono reso magico da sola, quando mi sono fidanzata e sono diventata il centro del mondo per un’altra persona che faceva del tutto per rendermi felice. La sera della vigilia, anche se ognuno cenava a casa sua, Silvano veniva a trovarmi con la vespa e ripartiva in orario per la messa di mezzanotte. A me non era consentito uscire di casa a quell’ora, non si faceva nessuna eccezione. Ma un gran vuoto era stato colmato.

 


Quando ci siamo sposati, molto giovani, le tradizioni contadine della famiglia di mio marito sono entrate nella nostra e da allora in poi la vigilia di natale per me è diventata una ricorrenza ancor più significativa e molto impegnativa. In campagna, in inverno i ritmi di lavoro erano molto lenti, e per preparare la cena della vigilia c’era tempo e attenzione. Rispetto a casa mia, irrinunciabile c’era l’anguilla, che io non avevo mai visto, che veniva spellata e poi cotta allo spiedo, dopo essere stata insaporita con olio, aceto e alloro. Anche la pasta veniva servita alla sera, con sugo di tonno e alici. La pizza di noci era un’altra prelibatezza he preparava mia suocera, che purtroppo è venuta a mancare dopo pochi anni dal nostro matrimonio.
E così, quanto traffico e quanta cura la sera della vigilia per accontentare tutti, grandi e piccini! Non doveva mancare niente : gli addobbi, l’albero – sempre un abete vero – il presepio, i regali pensati e ripensati per non deludere nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E quanti odori nella cucina si sono mescolati: quello della frittura delle verdure, del grasso dell’anguilla che colava dallo spiedo, del baccalà o dello stoccafisso in umido, del pesce arrosto per chi non gradiva sapori così forti. Tutti i vestiti venivano chiusi in camera, e le finestre della cucina e del soggiorno durante la notte rimanevano semiaperte per cercare di disperdere quegli odori così intensi.


Nel corso degli anni i figli ci hanno regalato recite e letterine, le loro emozioni nell’attesa serale dei parenti e dei regali, in quella notturna di babbo natale che rendeva agitati i loro sonni, e la meraviglia dei loro occhi sgranati quando al mattino scartavano i regali sotto l’albero. Una volta c’era una grossa bicicletta e non era stato possibile incartarla. Anche i nipoti quando sono arrivati hanno portato candore e gioia nella nostra casa e hanno stimolato la nostra fantasia nella scelta di tutto quello che pensavamo li rendesse felici.
Il Natale dell’anno 2020 ha bruscamente interrotto la continuità delle tradizioni natalizie, perché non sono stati possibili i ricongiungimenti familiari tra parenti che abitavano in regioni diverse. E questo ci ha fortemente smarrito e fatto riflettere sul vero significato del Natale. Io l’illuminazione mentale ce l’ho avuta quando la televisione ha trasmesso un vecchio documentario degli anni cinquanta-sessanta ambientato in regioni a forte immigrazione: Abruzzo, Molise e Basilicata.


“NATALE SONO I FIGLI ALLA CASA”, dicevano in quegli anni le mamme dei giovani emigrati all’estero che ritornavano nei loro paesi di origine una due volte l’anno. Tutti alla ricerca del calore del focolare e dei sapori della loro infanzia e adolescenza, impressi come un sigillo nel loro cuore. Allora ho capito che la presenza e la serenità interiore sono il regalo più bello che ci possiamo fare, e che non occorre tanto altro. La casa noi fortunati ce l’abbiamo, il fuoco pure, la tavola non manca di sicuro. Allora ben venga tutto quello che ci appoggiamo sopra, basta prepararlo senza affanno e senza ricercare tante novità, perché ora come allora quello che ci piace di più viene da lontano ed evoca altri volti e ambienti.


E quando in una famiglia c’è amore e condivisione sia per chi crede che per chi non crede rinasce Gesù, il vero “protagonista” del Natale. Eliana Ribes
Nella foto: il presepe dell’abbazia Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra – anno 2020.

 

Share