La Garfagnana fu parte dell’ampio territorio che, prima della romanizzazione, fu abitato e dominato dalle molteplici tribù Liguri, e che si estendeva dai monti della Provenza alle attuali Alpi marittime, comprendeva tutto il territorio dell’Appennino ligure ed emiliano, Lungiana e Garfagnana incluse, e lambiva le ultime creste montane dell’Appennino romagnolo, prima che il Po si getti nell’Adriatico. In Val di Vara e lungo il Taro, i Liguri prendevano il nome di Veleiati, sulle cime dell’Appennino reggiano e modenese erano chiamati Friniati, in Lunigiana e Garfagnana, Apuani.
Questa lontana impronta ligure rimane, a tutt’oggi, indelebile, nonostante il flusso tempestoso degli eventi storici, che vide questo territorio sottoposto a Romani, Bizantini, Longobardi, signori feudali che discendevano e obbedivano direttamente all’imperatore del Sacro Romano Impero, come i Malaspina, e poi la presenza bellicosa di Lucchesi e Fiorentini, infine la lunga e ben accettata dominazione estense.
Questa ancestrale presenza, prima ancora che in certe inflessioni del parlare, si manifesta nel carattere dei suoi abitanti. Vale a dire in uno spirito d’indipendenza, in una volontà di contare solo sulle proprie forze, in una capacità indomita di affrontare con piglio sicuro difficoltà e ristrettezze di ogni genere, in un caparbio coraggio di sostenere, a costo anche di rischi immani, il proprio buon diritto.
Il termine “Garfagnana” deriva dal latino Castrum Carfaniensis (probabilmente Castelvecchio di Piazza al Serchio). Si trattava di un possente castrum romano/bizantino che faceva parte del sistema difensivo disposto lungo tutto l’Appennino tosco – emiliano per impedire ai Longobardi di irrompere in Italia centrale e proteggeva, in particolare, la Versilia, la città di Luni e la Liguria Orientale. Con le sue fortificazioni sbarrava l’accesso alla profonda valle del Serchio, che scorre incuneato fra le vette scoscese delle Alpi Apuane e i monti dell’Appennino emiliano, rendendo così vano l’occupazione e il possesso dei valichi situati lungo l’Appennino reggiano e modenese che avevano sbocco tutti in Garfagnana.
La caratteristica saliente del territorio è quella di essere una lunga vallata quasi rettilinea, chiusa da entrambi i lati da monti aspri e incombenti. La civiltà garfagnina si sviluppa essenzialmente nella forma di minuscoli villaggi che si arroccano negli spiazzi o nei piccoli avvallamenti che le montagne circostanti presentano. E’ dunque una civiltà che vive quasi in simbiosi col bosco, di cui utilizza principalmente le castagne per il sostentamento (la farina di castagne, qui come in Lunigiana, fu storicamente un sostituto di quella di grano e dunque utilizzata in ogni possibile modo culinario), oltre ogni altra sua possibile risorsa: frutti spontanei, funghi, animali selvatici. A ciò si associa una magra agricoltura di cereali e di leguminose. La pastorizia chiude il cerchio, offrendo quel minimo di proteine animali, sotto forma di latte e formaggio, più ancora che carne, che risultano essenziali per la sopravvivenza pura e semplice. Solo nei fondovalle abbiamo terreni agricoli abbastanza pianeggianti e climaticamente sottoposti a temperature meno rigide, che consentono un modesto sviluppo della vite e prodotti ortofrutticoli abbastanza abbondanti. È qui, nelle piane di fondovalle e sui primi rilievi montani, che si coltiva con qualche risultato il celebre farro garfagnino e il mais otto file, una varietà locale, che, se in termini di resa per ettaro è nettamente inferiore ad altre varietà coltivate in Italia, è molto apprezzato per la qualità superiore della sua farina, che è utilizzata per produrre non solo la classica polenta, ma anche pane, dolci, prodotti da forno in genere.
Ma l’agricoltura fu, per molti versi, un fattore complementare e non certo quello principale nel sostenere la magra economia di sussistenza della Garfagnana, le cui basi si perdono nella notte dei tempi e sono rimaste, almeno nei tratti essenziali, le stesse fino al secolo XIX, quando, qui, come ovunque, la rivoluzione industriale, trasformò tutto, dalle fonti energetiche ai macchinari per lavorare sia nei campi che nelle botteghe, ai mezzi di trasporto.
Fu, nella sua essenza, un’economia di tipo silvano/pastorale, basata, cioè, sulla pastorizia, in particolare quella ovina e, di conserva e in parallelo, trovava un sostegno decisivo nello sfruttamento del bosco, soprattutto quello di castagni, che dava il principale sostituto del pane, la farina di castagne, e poi quello di cerri con le cui ghiande si allevava allo stato brado il maiale, animale d’ importanza strategica per la sopravvivenza alimentare di ogni gruppo famigliare, giacché da esso si traeva non solo la carne, fresca o salata, ma i grassi che consentivano di cucinare ogni altro alimento e avere la calorie sufficienti per restare in salute.
I minuscoli villaggi garfagnini, disposti a mezza costa dei monti o in più alti avvallamenti montani, sono realtà sostanzialmente autosufficienti sia sul piano economico, ma anche amministrativo e politico. Si autogestiscono, perché tutti hanno una casa di famiglia e un po’ di terra, che, rendendo poco a fronte di un immenso e sfibrante lavoro manuale, non poteva fare gola a nessuno, e a nessuno interessare accumularne tanta, quando non avrebbe reso nemmeno a sufficienza per sfamare chi la lavorasse. Dunque un po’ di terra era a disposizione di tutti, proprio perché lavorarla non avrebbe salvato dalla fame nessuno, se non grazie alle entrate complementari che venivano dai boschi di castagni e da quanto il gregge poteva rendere in termini di formaggi, lana e, in ultimo, di carne.

FONTE L’ANTICA CIVILTAS’ RURALE

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