La crisi Ucraina ci ricorda quello che non abbiamo fatto sulle rinnovabili

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Ancora tensioni tra Russia e Ucraina. Ue e Usa minacciano sanzioni e la Russia reagisce con un “ricatto dell’energia”, da cui purtroppo dipendiamo. Abbiamo la soluzione, il famigerato piano B che finalmente potrebbe portarci ad avere meno paura? Abbiamo parlato di tutto questo con Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club, e Stefano Ciafani, presidente di Legambiente

Siamo sull’orlo di una crisi energetica sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. Impennata delle bollette di elettricità nel mercato tutelato nonché una tensione geopolitica che vede la Russia minacciare l’Europa di tagli alle esportazioni di gas.

Ma cosa facciamo di fronte a tutto questo? Abbiamo la soluzione, il famigerato piano B che finalmente potrebbe portarci ad avere meno paura? Abbiamo parlato di tutto questo con Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club, e Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

Cosa sta accadendo e come siamo arrivati a questa situazione

La Russia sta potenziando le truppe al confine con l’Ucraina, il che costituisce, di fatto, una minaccia di invasione del Paese. Europa e Usa promettono sanzioni contro una Nazione, la Russia, con il quale i rapporti sono sempre stati tesi. La quale reagisce con un “ricatto dell’energia”, consapevole di un potere da cui purtroppo dipendiamo.

Facciamo molti passi indietro.

L’Ucraina non conosce la pace: dopo aver pagato un prezzo altissimo con la seconda guerra mondiale (con un bilancio di vittime tra i 5 e gli 8 milioni), aver vissuto la dittatura di stampo comunista, dalla quale è riuscita ad uscire solo nel 1991 con la dichiarazione di indipendenza (che pone fine a 70 anni di totalitarismo), negli anni ’90 la situazione non migliora, con problemi di reperimento anche dei beni di prima necessità ed emigrazione alle stelle.

In questo clima arriva Putin, l’“uomo forte”, che si propone di tenere legata l’Ucraina. Con lui inizia un’altra serie di tensioni e conflitti, dai tentativi di rimozione di presidenti ucraini scomodi a vere e proprie guerre civili, come l’annessione della Crimea nel 2010, dichiarata poi illegittima dall’ONU, nonché del Donbass nel 2013.

Non bastano 2 accordi di cessate il fuoco: il conflitto prosegue e, ad oggi, è costato all’Ucraina 10 miliardi di dollari, 14mila morti (di cui un quarto civili) e 1 milione e mezzo di sfollati. A causa di tutto questo, inoltre, il Donbass detiene il triste primato di area con il maggior numero di mine in Europa.

Dietro a tutto questo, e nemmeno in modo così velato, c’è una ferma opposizione della Russia all’annessione dell’Ucraina all’Unione Europea e alla Nato, che minaccerebbe proprio il mito dell’”uomo forte” di Putin in Russia. Anche se il Presidente russo sostiene come esistano piani di alcuni membri della Nato di istituire centri di addestramento militare in Ucraina, che sarebbero di fatto un appoggio militare nella regione anche senza l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza.

Putin ha offerto all’Occidente di “trattare” ma aggiungendo che il Cremlino avrebbe bisogno non solo di assicurazioni verbali, ma di “garanzie legali”. Fermo restando che l’adesione dell’Ucraina richiede l’approvazione unanime dei 30 stati che compongono l’organismo. E che comunque, prima di essere presa in considerazione, è richiesto a Kiev di sradicare la corruzione.

Finora non risultano trattative in corso.  E le tensioni, anzi, aumentano.

Qualche giorno fa, Joe Biden ha lasciato intendere, in caso di invasione russa dell’Ucraina, di poter arrivare a fermare il progetto del North Stream 2, un gasdotto, già realizzato ma non operativo, che dovrebbe raddoppiare un’infrastruttura esistente, attuale veicolo di gas dalla città settentrionale russa di Vyborg a quella tedesca di Greifswald in grado di bypassare l’Ucraina, e quindi di toglierle potere. Una minaccia pesantissima per il Cremlino.

Perché rischiamo il taglio delle esportazioni di gas dalla Russia

In risposta a queste tensioni, la Russia di Vladimir Putin sta minacciando l’Occidente di tagliare le esportazioni di gas da cui molti Paesi sono dipendenti. Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili, nel 2019 l’Unione Europea importava il 41,1% del suo gas naturale dalla Russia.

Per cui, se da un lato questo potrebbe rassicurarci sull’improbabilità di un conflitto militare (comunque tutta da dimostrare), dall’altro ci pone dei seri interrogativi sul futuro, soprattutto per il nostro Paese.

Come si legge sul sito del ministero per la Transizione Ecologica, infatti, il sistema nazionale del gas è alimentato prevalentemente con gas prodotto in Paesi stranieri, importato per mezzo di gasdotti internazionali o trasportato via mare in forma liquefatta come GNL e tramite terminali di rigassificazione. E i nostri principali Paesi fonti sono Russia, Algeria, Libia, Olanda e Norvegia, Qatar, Azerbaijan. Se la Russia tagliasse davvero le esportazioni, l’Italia perderebbe quasi la metà del gas naturale che usa in ambito civile e industriale.

Ci potrebbero salvare le rinnovabili?

Siamo costretti ad augurarci che lo scenario del taglio non si concretizzi davvero. Perché, purtroppo, il nostro Paese è tutt’altro che pronto a reagire con l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile, a causa di terribili errori passati che continuiamo a ripetere.

Dobbiamo fare una riflessione sui tempi – ci scrive Gianni Silvestrini, Presidente di Kyoto Club – Se non avessimo bloccato la crescita delle rinnovabili elettriche in Italia 8 anni fa (la quota verde è passata dal 39% nel 2014 al 37% nel 2021), oggi useremmo meno gas per la generazione elettrica; inoltre, se avessimo avviato una seria campagna di riduzione dei consumi energetici negli edifici, la domanda di metano sarebbe ancora inferiore

Usiamo il periodo ipotetico del terzo tipo, quello dell’impossibilità, a causa di errori imperdonabili.

Detto questo, la crisi attuale è molto seria e impone una riflessione sulla necessità di aumentare gli stoccaggi di gas a livello europeo e di diversificare gli approvvigionamenti

Sulle rinnovabili in particolare, il quadro è desolante.

Leggi anche: Contro il caro energia, la strategia di Cingolani è dare meno incentivi alle rinnovabili

Come afferma Silvestrini, secondo il governo, l’obiettivo italiano al 2030 dovrebbe consentire di garantire che oltre due terzi della produzione elettrica sia verde, un balzo in avanti che migliorerebbe molto la nostra situazione.

Con gli attuali meccanismi di funzionamento del mercato elettrico europeo, affinché non si abbiano contraccolpi e si valorizzi al massimo il contributo delle rinnovabili, dovrà aumentare molto la quota di autoconsumo e in questo senso le Comunità energetiche saranno molto importanti. Ma, soprattutto, dovranno consolidarsi e rafforzarsi i mercati a lungo termine (i PPA, Power Purchase Agreements, cioè i contratti diretti tra un produttore da rinnovabili ed un’industria o un grande consumatore) che non risentono delle fluttuazioni del mercato

Le Comunità energetiche e i PPA sono destinati a rafforzarsi notevolmente in Europa e in Italia (ce lo auguriamo davvero!), quindi queste soluzioni aiuteranno a difenderci dalle oscillazioni dei prezzi del metano, oltre che consentire di ridurre le emissioni dei gas climalteranti.

Cosa stiamo facendo ora?

In tutta questa situazione, la cosa più grave è forse un’altra: non stiamo imparando.

A prescindere dalle tensioni geopolitiche internazionali che ci sono ora e che ci potranno essere in futuro, noi dobbiamo liberarci dalla dipendenza dall’estero – tuona Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – E non lo possiamo fare puntando al raddoppio dell’estrazione di gas dai giacimenti italiani. Dobbiamo intervenire subito per ridurre il consumo di gas nel Paese. Nel 2020 abbiamo consumato 70 miliardi di metri cubi di gas, 30 dei quali per produrre elettricità, 20 in ambito domestico e 19 per le industrie. Per far questo dovremmo a) nelle industrie: promuovendo l’innovazione tecnologica nei cicli produttivi; b) in ambito domestico: elettrificando per quanto possibile i consumi (es. rafforzando la diffusione di pompe di calore invece del gas per riscaldare); c) puntando proprio alle rinnovabili

Il ministro Cingolani continua a dire che è necessario decuplicare la velocità di installazione delle rinnovabili ma, guardando la realtà, tutto quello che si doveva fare concretamente per attuare il programma non è stato fatto.

Le semplificazioni attuate dal Governo Conte 2 e dal Governo Draghi della scorsa estate non sono state sufficienti […] Il governo ha fatto esattamente il contrario: doveva agire sui siti ambientalmente dannosi ma le misure messe in campo intervengono per poche decine di milioni di euro sui 23 miliardi di euro censiti dal MiTE; invece di premiare le fonti pulite e penalizzare quelle inquinanti è intervenuto con un taglio agli extra profitti rivolto alle imprese che producono energia da fonti rinnovabili senza agire allo stesso modo con chi la produce da fonti inquinanti

Altro tema importante: i territori, spesso dimenticati.

Per combattere la sindrome Nimby nei territori è necessario riaprire i dibattici pubblici – precisa Ciafani – ma è importante anche supportare le sovrintendenze nel perseguire l’obiettivo della transizione ecologica. Continuiamo a chiedere al ministro Franceschini di dare degli indirizzi nazionali alle sovrintendenze per integrare le rinnovabili anche nei centri storici (si può fare ad esempio il fotovoltaico “invisibile”, che viene visto solo dagli astronauti dalla Stazione Spaziale Internazionale), anche per evitare che il fotovoltaico finisca solo sui terreni agricoli, con “spianate” di silicio che ancora oggi le aziende propongono e che può essere superato dall’agrifotovoltaico, ovvero il fotovoltaico che si integra con le produzioni agricole, con pannelli sospesi e in elevazione che garantiscono alle macchine di agricole di operare sui terreni

Che le minacce della Russia possano costituire uno sprone? Ce lo auguriamo, ma intanto questa situazione ci ricorda i nostri terribili errori.

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