Tre donne, lucchesi, che facevano il mestiere più antico del mondo e che gravitavano vicine, molto vicine alla corte dell’ Empereur esiliato all’Elba. Un finissiTremo quadrato di cotone di batista, che stava ancora più vicino a Napoleone, visto che gli fasciava il collo a mò di cravattta.

Il Direttore onorario del Musée Nationaux de Malmaison et Bois-Préau e uno dei massimi esperti mondiali del periodo napoleonico. Uno dei più noti giornalisti e conduttori televisivi italiani. Più un insieme di direttori di musei, sovrintendenti e professori universitari.

Metteteli tutti assieme a parlare di gente semplice, ma che pure, come dice De Gregori, anche loro artefici della Storia e di uno dei più Grandi Condottieri della Storia che voleva governare sull’Europa intera, un po’ come oggi i Tedeschi della Merckel, e ne verrà fuori una giornata straordinaria per chi ama la cultura ed il passato dell’umanità che sui libri si definisce: storia, cioè ricercare, vedere, le testimonianze di ieri, per comprendere l’oggi.

E’ quanto avvenuto oggi, sabato 28 febbraio, alle 16,30, nella sede dell’Archivio di Stato di Lucca, in piazza Guidiccioni, dove lo stesso Archivio di Stato di Lucca e l’Associazione “Napoleone ed Elisa: da Parigi alla Toscana”, in collaborazione con il Mibact, la Provincia di Lucca, il Real Collegio, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e di privati, hanno organizzato uno splendido pomeriggio napoleonico, affidato alla conduzione del giornalista lucchese Paolo Del Debbio.

La giornata introdotta proprio dal più celebre conduttore maschio, targato Mediaset e da Roberta Martinelli, già direttore del Museo nazionale delle Residenze napoleoniche dell’isola d’Elba, s’incentrava sulla celeberrima fuga del grande Corso che scappò dall’Elba il 26 Febbraio 1814, per riprendersi la Francia e vivere intensamente gli ultimi 100 giorni prima di Waterloo e della seconda isola, quella dell’esilio definitivo, Sant’Elena.

Ma il cannocchiale della giornata napoleonica puntava il suo fuoco su Lucca.

Questo grazie alle ricerche del Prof Gabriele Paolini, con cattedra in Storia all’Università di Firenze, che ha studiato documenti in possesso proprio dell’Archivio di Stato di Lucca e che attraverso di essi, ha scoperto una componente lucchese singolare, quanto insospettata sulla vicenda della fuga dell’Elba, che ha voluto donare ad un pubblico strabocchevole che affollava la sale del convegno.

Nelle stesse ore infatti che il convoglio di 7 navi lasciava Portoferraio alla volta di Cannes, una barca di pescatori con a bordo tre donne adulte ed una bimba approdava sulla spiaggia di Piombino. Che avevano a che fare con Napoleone e chi erano queste tre donne (in verità quattro: perché alle tre nostre concittadine, si aggiungeva una giovane originaria della Capraia)?

Tutto è stato chiarito dall’indagine di Paolini che è risalito ai nomi e alla storia delle donne.

Si trattava, come dichiararono alla polizia di Piombino che era in preallarme ed in costante perlustrazione delle rive, proprio per la presenza di Napoleone, di Tonina Simi, prostituta di professione, dopo che il marito, arruolato nel 13° battaglione di Toscani, portato a fianco dei Francesi nella sciagurata spedizione di Russia e là disperso, si era dovuta arrangiare per alimentare i 5 figli, lasciati a balia.

Anna Papini di anni 55, (e per questo capace di pochi affari) e della di lei figlia Teresa, di 20 anni, che oltre al meretricio era l’amante fissa del comandante della piazza di Portoferraio, venivano dalla parrocchia cittadina di San Frediano. Con loro era la figlia d Teresa di tre anni figlia della precedente e Maria Luisa Renesi. Capraia.

Tutte queste peripatetiche avevano avuto la stessa brillante idea di trasferirsi nella splendida isola dell’Arcipelago toscano non appena appresa la notizia che l’Imperatore dei Francesi sarebbe stato esiliato lì, assieme ad una guarnigione, ad una piccola corte, ai soldati inglesi di guardia per terra e per mare.

Si sa che nell’alcova si vengono a sapere tante cose e le donne di malaffare di cose ne sapevano: intanto che nei giorni precedenti c’erano stati movimenti di cannoni, che erano stati anche issati su certe navi. E navi strane si erano alternate nel porto del capoluogo elbano. E su alcune di queste erano state persino caricate le carrozze della Mamàn imperatrice e di Paolina E che la flotta con l’Imperatore a bordo aveva percorso un tratto assieme al loro piccolo peschereccio per poi dirigersi verso nord-ovest. E che era stata per l’intima amicizia della bella e fresca Teresa Papini con Jean Baptiste Antoine Lamourette, il comandante della Piazza di Portoferraio, che, contravvenendo alle rigide disposizioni impartite da Napoleone che vietavano per tre giorni, qualsiasi movimento nel porto, ad organizzare la partenza delle cinque donne.

Insomma, con il loro mestiere, le tre lucchesi la sapevano lunga su tutta quanto avveniva all’Elba. E molto probabilmente non raccontarono tutto, ma certo furono le prime a far giungere la voce della fuga di Buonaparte sul continente. A Livorno, la notizia giunse solo il 1° marzo e a Vienna, dove era riunito il Congresso per spartirsi l’Europa non più francese, addirittura il 7 marzo!

E certo conoscevano, almeno per sentito dire, degli intrighi che i Francesi non avevano mai smesso di tessere dopo il loro esilio elbano, di spie che forzavano il blocco inglese, di strane apparizioni di navi e uomini che andavano e venivano. Come un altro lucchese che si trovava all’Elba, per svolgere il suo lavoro di spia al soldo del Re di Francia. Si trattava di Giovanni Landucci, noto come il “mercante d’olio”, in effetti un agente al servizio dei Francesi che controllavano le mosse di Napoleone e che invano cercò di informare il console francese di Livorno, Francesco Antonio Mariotti, (anche lui un corso) dei preparativi di Napoleone.

E di spie, di agenti di controspionaggio, di intrighi internazionali, nei quali si trovarono ad esercitare il loro semplice ed antico mestiere le tre donne abituate a girare sui bastioni e le Mura di Lucca, – si è spiegato nel convegno all’Archivio di Stato, – doveva essere piena l’Elba!

E certo ci furono tante persone e forse stati, collusi con l’ex Imperatore, che fuggì troppo facilmente dall’isola del suo esilio. Molti forse si erano venduti, altri giocavano per mantenere le loro posizioni o migliorarle qualora il vento fosse cambiato. E gli stati, come sempre si comportavano con la stessa meschinità e mossi dagli stessi interessi che agitano i singoli. Così gli Inglesi dopo aver fatto un blocco navale ferreo, assieme ai realisti francesi che avevano anche una nave come la Pernice che faceva quotidianamente spola con Livorno, chiusero un occhio, perché una sommossa in Francia avrebbe rinsaldato la coalizione che ora al Congresso di Vienna cominciava a scricchiolare!

Fatto sta, che la sera di domenica 26 febbraio 1814, poco dopo le 17, dopo che per tutto il giorno si sono susseguiti i preparativi, Napoleone può salire a bordo del brigantino Inconstant, (complice anche una sbornia collettiva, architettata a dovere, dei soldati della guarnigione di controllo, guarda caso, anche qui si scopre con sorpresa il ruolo in tutta questa vicenda, della nostra città, infarcita di soldati di origine lucchese!)e mettersi a capo di un convoglio di sette navi che sole assieme al peschereccio con le prostitute lucchesi riuscirà a lasciare, verso le 19, l’Elba.

Le donne giungeranno a riva verso le tre di notte. La flottiglia “imperiale” punta verso la Capraia, e viene rallentata dal poco vento che ancora la mattina seguente, mentre a Piombino le donne sono già state interrogate, le navi sono ancora in rada e potranno puntare a nord solo dopo le 10, quando il vento cambia decisamente.

Solo allora s’incontrano per mare con una nave francese, che dovrebbe essere in teoria nemica, la Zephiro, ma invece accade un fatto sorprendente: l’Inconstant e la Zephiro accostano, i rispettivi capitani si scambiano i saluti e qualcuno chiede anche come sta l’Imperatore all’Elba! Ma poi ciascuno riprende la sua navigazione, senza alcun controllo, che avrebbe costretto all’uso di quei cannoni che Napoleone aveva pur predisposto, lasciando a noi altri sospetti, su altre complicità.

Ma, pur con certi aiuti, comprati o contrattati, Napoleone aveva dovuto scappare con una certa fretta!

E così dimenticò sotto un cuscino, nel letto della sua dimora ai Mulini, una cravatta, di raffinato cotone bianco, con lo stemma imperiale ai bordi… Qualcuno, ritrovandola più tardi, penso si trattasse di un grosso fazzoletto, invece era proprio quella “guarnizione” maschile che prende il nome dall’usanza dei soldati croati, da cui il nome di “croatta”.

E’ quanto racconta nel suo intervento in Francese, Bernard Chevalier, preparando un vero e proprio colpo di scena, perché quel fazzoletto è giunto adesso nella terra di Anna e Teresa Papini e di Tonina Simi!

E tutti possono ammirarlo, mentre ci viene raccontatala storia incredibile del suo percorso: da quelle della nobildonna inglese che sovrintendeva alla cura e alla pulizia dei vestiti dell’Imperatore, fino alla Famiglia Castellani, che l’ha conservata per due secoli ed oggi la concede, proprio alla vista dei Lucchesi.

Ne esistono due sole di queste cravatte, indossate da Napoleone Bonaparte: una all’Hotel des Invalides, dove riposa l’Imperatore corso di origini toscane (nelle nostre ricerche selvagge, abbiamo trovato un antico ramo sugli Appennini non distanti da Lucca!) e quello sotto i nostri occhi lustri di emozione, qui, a Palazzo Guidiccioni!

Daniele Vanni

 

 

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La cravatta di Napoleone

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Il ricamo della celebre “N”, sormontata da una corona imperiale

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Sugli angoli opposti al fregio imperiale, uno, delicatissimo, floreale

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