LA COMMISSIONE PARI OPPORTUNITA’ ESPRIME SOLIDARIETA’ ALLA SCRITTRICE CLÉMENTINE PACMOGDA E METTE L’ACCENTO SU QUANDO L’ODIO DIVIENE REATO

 

La Commissione Pari Opportunità della Provincia di Lucca esprime la sua solidarietà nei confronti della scrittrice Clémentine Pacmogda che ha subito un atto vile e ingiustificabile qualche giorno fa nel comune di Barga quando due adolescenti si sono avvicinate e le hanno consegnato una foto di una donna ritoccata con un simbolo fallico in bocca e sul braccio una svastica.

La scrittrice, dopo lo choc iniziale, ha deciso di reagire informando dell’accaduto la stampa e sporgendo denuncia.

 

Clémentine Pacmogda, studiosa linguista della «Scuola Normale Superiore (SNS) di Pisa» è nata in Costa D’Avorio e cresciuta in Burkina Faso, ma vive con la sua famiglia a Borgo Val di Taro dove insegna.

E’ molto conosciuta nella Valle del Serchio, dove spesso collabora con le Commissioni comunali, le scuole e con tante associazioni proprio per parlare di razzismo, immigrazione e integrazione.

 

La Commissione tutta condanna questo triste episodio e fa presente che rientra nei cosiddetti crimini d’odio, legati dal filo del disprezzo e avversione contro chi è diverso per razza, religione, genere, orientamento sessuale.

Episodi che, al di là di numeri e statistiche, sono il segno di passioni malate che non possono essere sottovalutati e che vanno subito arginati.

 

La presidente della commissione Pari Opportunità provinciale, Piera Banti, referente del Codice Rosa per i pronto soccorso di Lucca e Valle del Serchio, sottolinea come, all’interno di questo percorso socio-sanitario di presa in carico delle vittime di violenza, rientrino anche le vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione e nell’ultimo decennio i casi trattati sono stati decine e sono in aumento.

«In effetti, nel nostro Paese – spiega – non esiste una definizione giuridica di crimine d’odio. Viene in genere utilizzata quella elaborata dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti Umani (Odihr) dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), in base alla quale il crimine d’odio è un reato, commesso contro un individuo e beni ad esso associati, motivato da un pregiudizio che l’autore nutre nei confronti della vittima, in ragione di una “caratteristica protetta” di quest’ultima che diventa il bersaglio, attraverso il quale l’autore intende lanciare un messaggio di non accettazione di quella persona e della relativa comunità di appartenenza.

Sempre più spesso il pronto soccorso è stato il primo posto in cui molti pazienti anziani, disabili, o altre persone con diversità o vulnerabilità che hanno subito violenza, si sono rivolti. Non identificare e non riconoscere una vittima di crimine d’odio significa non dare protezione alla vittima e quindi sottoporla ad una vittimizzazione secondaria che può portare a ulteriore umiliazione, degrado, isolamento, con impatto maggiore sulla sua salute emotiva, psicologica e il suo benessere sociale ed economico».

 

«Questi reati – conclude Banti – se non identificati, non segnalati e non perseguiti inviano a tutti un messaggio ben chiaro: che gli aggressori possono continuare a operare liberamente incoraggiando altri individui a reati simili con aumento della violenza nella società. Rita Levi Montalcini disse che non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza»

 

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